Università Cattolica del Sacro Cuore

Working out of poverty

Negli ultimi anni il dibattito pubblico e scientifico sui temi del disagio e dell’inclusione sociale si è concentrato soprattutto sulle politiche di contrasto alla povertà attraverso un supporto economico e sul Reddito di cittadinanza. Il recente studio di Cristiano Gori (Combattere la povertà. L’Italia dalla social card al Covid-19, Laterza, 2020) ha ripercorso i processi di riforma del welfare italiano dell’ultimo decennio ed in particolare la nuova attenzione all’emergenza sociale con l’introduzione prima del Reddito d'inclusione e la sua sostituzione con il Reddito di cittadinanza. Si tratta di un cambiamento molto rilevante nell’orizzonte del welfare italiano, soprattutto perché risponde ad un ritardo strutturale nei confronti di altri paesi e rivela senza dubbio nuove sensibilità collettive nei confronti delle fasce sofferenti della popolazione. L’efficacia e l’adeguatezza di queste misure meritano verifiche e riflessioni complessive, tenendo conto anche delle evidenti distorsioni prodotte dallo strumento e soprattutto della completa mancanza di attuazione del secondo obiettivo del progetto, ovvero le politiche di inserimento lavorativo e inclusione sociale.
In questa direzione i concetti di welfare generativo e responsabile (Cesareo, Il Welfare responsabile, Vita & Pensiero, 2017) richiamano all’urgenza proprio di interventi e politiche che promuovano anche la responsabilità individuale e l’autorealizzazione, e diventano oggi altrettanto importanti nel tempo del Covid-19 per leggere e sostenere quell’articolato mondo della solidarietà diffusa e del cosiddetto Secondo Welfare (Maino e Ferrera, Nuove alleanze per un welfare che cambia, Giappichelli 2019), che tanto è stato presente nei giorni più difficili della pandemia.
 
Proprio per analizzare queste esperienze di inclusione sociale, nell’ambito del progetto strategico di ricerca dell’Università Cattolica “Working out of poverty: accompanying the poor to become dignified agents of their development”, coordinato da Simona Beretta, è stata realizzata una indagine su 52 progetti della Caritas italiana del biennio 2019-2020, finanziati prevalentemente con fondi 8x1000 della Chiesa Cattolica. L’obiettivo principale dei progetti è proprio l’accompagnamento all’uscita dallo stato di povertà ed in particolare il reinserimento lavorativo.
In collaborazione con Caritas Italiana sono stati raccolti i dati dei progetti per indagare quali siano le tipologie di destinatari, gli outcome e la condizione dei beneficiari al termine del progetto, le risorse impiegate, la rete di soggetti pubblici/privati attivata e il ruolo dell’accompagnamento nei percorsi di uscita dal disagio.
Le iniziative analizzate sono state rivolte a 2574 persone per un numero medio di 50 beneficiari per progetto, mediamente di età giovane (il 48,7% al di sotto dei 35 anni), i due terzi di cittadinanza italiana, con diversificate situazioni di disagio: dalla povertà economica (66%) alla condizione di rifugiato/richiedente asilo (11%), dai senza dimora e detenuti/ex detenuti (8%) a persone con situazioni pregresse di dipendenza da sostanze o gioco. Da sottolineare come circa 400 destinatari abbiano registrato condizioni cumulate di disagio, con la povertà economica che si associa spesso a sofferenza psichica o ex detenzione o tratta.
Gli interventi hanno utilizzato circa 15 operatori per progetto (tra operatori professionali e volontari) con una spesa totale per utente pari a 10 mila euro e circa 170 mila per progetto. Inoltre la rete dei soggetti pubblici/privati coinvolta è costituita da 23-24 soggetti in media, soprattutto parrocchie, ma anche Comuni (collaborazione con i servizi sociali territoriali in primis) e aziende con cui promuovere l’inserimento lavorativo.
Ma quale è stato l’esito dei percorsi di inclusione attivati?
Si è adottata a questo riguardo una definizione multidimensionale di “uscita dalla povertà” o raggiungimento di autonomia. Sono stati definiti “indipendenti” i destinatari dei progetti che al termine del percorso soddisfacevano almeno due tra le seguenti condizioni: avevano un lavoro che consentiva loro di non usufruire in modo continuativo del sistema di aiuti pubblici/privati; avevano acquisito autonomia abitativa nel senso che potevano permettersi l'abitazione o acquistata o in affitto; avevano riacquistato una propria vita sociale, frequentando un gruppo di amici al di fuori della propria famiglia o essendo iscritti a società sportive/culturali o ad associazioni di volontariato o la parrocchia.
Per analizzare quindi l’esito dei progetti sui destinatari si è effettuata una analisi specifica prendendo in esame sia la condizione di miglioramento sia quella di indipendenza dei destinatari una volta terminato il percorso progettuale. Su un totale di 2.574 destinatari totali dei 52 progetti esaminati, 1.920 sono coloro che hanno migliorato la propria condizione alla fine del progetto (74,6%) e tra questi 878 hanno raggiunto un relativo stato di “autonomia di vita” (34,1%) secondo la definizione adottata.
Il dato dell’indipendenza raggiunta da oltre un terzo dei destinatari appare un risultato molto positivo che mostra l’efficacia di questi progetti di accompagnamento e inclusione sociale destinati a persone che per vari motivi si trovano in difficoltà, in particolare attraverso la responsabilizzazione personale e il reinserimento nel mondo del lavoro.
Il primo elemento da considerare per valutare i diversi esiti dei progetti, sia in termini di miglioramento che di indipendenza raggiunta dai destinatari, è quello della condizione di disagio dei soggetti.
Se le esperienze pregresse di carcerazione, dipendenza e tratta, così come la povertà strettamente economica, possono in parte trovare risposte adeguate di reinserimento sociale tramite il lavoro e l’accompagnamento di persone vicine (professionali o volontarie), non altrettanto emerge per situazioni di compromissione grave come certe forme di disabilità e di sofferenza psichica o di vagabondaggio; queste condizioni possono talora raggiungere “equilibri precari” in cui la presenza di operatori e persone rimane comunque indispensabile.
In questi percorsi di accompagnamento sono risultati determinanti, anche come significatività statistica, la densità del network di attori pubblici e privati coinvolti, la presenza di volontari oltre che operatori sociali professionali, e comunque il supporto monetario, sia diretto tramite voucher o contratti di formazione e lavoro sia indiretto tramite operatori “accompagnatori” nel processo di autonomizzazione dei singoli destinatari di intervento. Come a dire che, se il sussidio monetario in sé può essere insufficiente per garantire percorsi di responsabilizzazione e indipendenza delle persone in difficoltà, anche nei progetti di inclusione sociali orientati al reinserimento lavorativo la dimensione economica rimane sempre determinante, pur considerando prioritaria la presenza di persone “vicine” che accompagnano chi sta male a rimettersi in cammino.
L’analisi di efficacia dei progetti di inclusione sociale considerati è importante ma va sempre sottolineato, come ricorda Papa Francesco nella “Fratelli tutti” nel paragrafo “Più fecondità che risultati” (195), che “non sempre si tratta di ottenere grandi risultati, che a volte non sono possibili… se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita”.