articolo | 16 gennaio 2026

La forza come scelta: l’America verso un nuovo interventismo?

La forza come scelta: l’America verso un nuovo interventismo?

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Enrico Bianchi

 

La fine del 2025 e i primi giorni del 2026 sono stati senza dubbio marcati dall’attivismo, a tratti rapsodico, degli Stati Uniti di Donald Trump sulla scena internazionale. Il presidente repubblicano dal suo ritorno alla Casa Bianca non ha certo fatto mancare il proprio protagonismo, intervenendo a gamba tesa sui numerosi fronti aperti (la guerra tra Russia e Ucraina e la crisi di Gaza sono gli esempi più ovvi) ma anche aprendone di nuovi in ambito commerciale e nei rapporti diplomatici, specie con gli alleati europei come testimonia l’annosa questione delle pretese di Washington sulla Groenlandia, ritornata recentemente al centro della discussione transatlantica. Gli eventi dell’ultimo mese, in questo contesto, sembrano suggerire che un tratto della politica estera di Trump sia, sempre di più, la possibilità di ricorrere allo strumento militare con relativa scioltezza. La stessa Casa Bianca, del resto, ammonendo il regime iraniano sulla possibilità concreta di un coinvolgimento militare degli Stati Uniti per reagire alla dura repressione delle proteste in atto nel paese, ha tenuto di recente a precisare che «il presidente ha dimostrato di non avere paura di ricorrere a opzioni militari, se e quando lo riterrà necessario».

Nel giugno 2025 gli Stati Uniti, in effetti, hanno condotto un’imponente operazione aerea per bombardare alcuni siti nucleari iraniani, intervenendo a difesa dell’alleato israeliano. Negli scorsi mesi, le forze aeree USA hanno anche condotto diversi raid contro i ribelli Houthi in Yemen e contro obiettivi dell’Islamic State in Siria e, di recente, in Nigeria. Complessivamente, non si tratta di una novità: anche le amministrazioni Obama e Biden, infatti, conducevano operazioni simili nel quadro delle proprie campagne antiterrorismo, agendo solitamente con il consenso, almeno formale, dello Stato territorialmente sovrano, come nel caso della recente operazione in Nigeria (nonostante il governo di Abuja abbia contestato la necessità di intervenire per fermare le stragi dei cristiani nel paese, richiamata dall’amministrazione Trump per legittimare l’intervento soprattutto a livello interno).

Il 3 gennaio scorso, l’utilizzo dello strumento militare da parte dell’amministrazione USA ha avuto però un notevole salto di qualità con l’operazione Absolute Resolve, con la quale, dopo settimane di tensione tra i due paesi, le forze armate americane hanno condotto un attacco aereo sul territorio del Venezuela e arrestato il presidente Nicolás Maduro, condotto immediatamente negli Stati Uniti per essere processato sulla base di varie accuse di narcotraffico e terrorismo e sostituito dalla sua vice Delcy Rodriguez, che sembra avviarsi verso un percorso, seppur obbligato e forzoso, di maggior cooperazione con Washington. Non ci sono possono essere dubbi nel qualificare tale operazione come un intervento militare authority-oriented, volto cioè a modificare la struttura politica e istituzionale di uno Stato sovrano mediante un’azione coercitiva, che non può ancora essere definita in termini di guerra interstatuale ma che non rientra neanche nelle diverse forme di influenza o pressione politica o economica che uno Stato può mettere in atto nei confronti di un altro senza l’uso della forza e/o senza l’obiettivo di alterarne l’esercizio della sovranità interna.

L’intervento militare negli affari interni di un altro Stato, specialmente se authority-oriented, rappresenta una rilevante deviazione dalle regole di convivenza della società internazionale. In prospettiva storica non è certo una prassi rara, ma è tendenzialmente connotata come eccezione all’istituzione fondamentale della sovranità, e quindi bisognosa di essere giustificata laddove accada. Tali giustificazioni sono state spesso definite in termini morali (il diritto di assistere una popolazione oppressa da un tiranno, la civilizzazione, la tutela dei diritti umani), ma si sono ritrovati talvolta più espliciti richiami alla necessità di mantenere l’ordine internazionale, come nel caso emblematico della Santa Alleanza. È di tutta evidenza che, specie nei casi delle grandi potenze, valutazioni basate sull’interesse nazionale quasi sempre si combinano con i richiami ai princìpi o all’interesse generale, e anche dinamiche di politica interna possono giocare un ruolo rilevante. Cionondimeno, come ha osservato tra gli altri Martha Finnemore, le giustificazioni addotte per un intervento tendono a basarsi su valori e aspettative condivisi, e a riflettere gli standard di condotta considerati accettabili in un dato momento della società internazionale (The Purpose of Intervention, Cornell University Press, Itaca-Londra 2003): esse sono dunque delle cartine di tornasole da non sottovalutare per analizzare lo stato complessivo della politica globale.

L’eccezionalità che, tutto sommato, ha sempre caratterizzato la pratica dell’intervento nel sistema europeo non si ritrova nel continente americano. In virtù della loro condizione di eccezionalità e in assenza di una società degli Stati definita a livello regionale, gli Stati Uniti tra XIX e XX secolo si sono distinti per numerosi interventi militari negli affari dei paesi dell’America latina, caratterizzati da una natura essenzialmente unilaterale e funzionale agli interessi strategici della potenza emergente. L’ormai nota Dottrina Monroe del 1823, nell’escludere la possibilità di ingerenze europee nel continente americano, delineò nei fatti una politica largamente interventista, che nel 1904 cercò di darsi maggior legittimità con il corollario aggiunto da Roosevelt per sancire il diritto di intervento e “polizia internazionale” da parte delle “nazioni civili”, il cui esercizio nel continente americano, tuttavia, non poteva che spettare ai soli Stati Uniti. Le due guerre mondiali, il progressivo emergere degli USA come potenza globale e l’evolversi della società internazionale al di fuori dell’originario nucleo europeo ridurranno fortemente, nei decenni successivi, l’interventismo statunitense in America Centrale, e tuttavia esso rimarrà un tratto della politica estera di Washington, che spesso ne orienterà le modalità prevalenti verso strumenti di ingerenza politica e di intelligence piuttosto che militari.

L’intervento dell’amministrazione Trump in Venezuela, dunque, esprime un’attitudine non certo nuova. L’uso diretto della forza in territorio straniero la caratterizza senz’altro come deviazione di massimo grado dal principio di non-ingerenza e dal sistema regolatorio dell’ONU, ma anche in questo precedenti non poi così risalenti si ritrovano nell’operazione Urgent Fury del 1983, che rovesciò il governo filosovietico di Grenada, e nell’operazione Just Cause con cui, tra il 1989 e il 1990, gli USA di George H.W. Bush arrestarono il leader di Panama Manuel Noriega, accusato da Washington – analogamente a Maduro – di implicazioni nel traffico di droga e di governare illegittimamente, oltre che di coltivare alleanze con i rivali sistemici degli Stati Uniti – allora l’Unione Sovietica, oggi Cina e Russia.

È interessante notare che i due interventi, che pur si situano in contesti storici, strategici e politici differenti sia a livello domestico sia a livello internazionale, hanno fatto affidamento su strategie giustificatorie sostanzialmente analoghe, al di là dei diversi registri comunicativi dei due presidenti. Sia George H.W. Bush sia Donald Trump, infatti, nelle dichiarazioni immediatamente successive all’azione militare hanno fatto anzitutto riferimento ad un fondamento legale: l’aggressione contro cittadini americani a Panama nel caso di Noriega, che peraltro qualche giorno prima aveva dichiarato ufficialmente guerra agli USA, e l’esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla giustizia statunitense nel caso di Maduro, che da anni risultava ricercato dalle autorità federali; l’intervento a Panama è stato dunque inquadrato dagli Stati Uniti nell’ambito dell’autodifesa con un casus belli specifico, mentre il caso venezuelano sembra basarsi soprattutto sul diritto interno ma presenta, a detta di molti esperti, diversi profili di dubbia legalità dal punto di vista del diritto internazionale.

Entrambi i presidenti, in ogni caso, hanno collegato queste basi giuridiche  a ragioni di interesse strategico nazionale, seppur con diversa enfasi: nel caso di Panama Bush ha fatto riferimento alla tutela dei cittadini americani nel paese e alla gestione del canale di Panama, mentre Trump ha di fatto basato l’intera giustificazione dell’operazione, fin dagli aspri contrasti con Maduro nei mesi precedenti, sulla necessità di stroncare il traffico di droga proveniente dal Venezuela verso gli USA, che sarebbe stato gestito con la diretta complicità del governo, contrastare la criminalità venezuelana che agirebbe anche in territorio americano e, non da ultimo, poter sfruttare le risorse del paese sudamericano dopo decenni di malagestione da parte del regime.

I riferimenti all’interesse della potenza statunitense dominano dunque la giustificazione dell’operazione Absolute Resolve, ma, come nel caso di Panama, un diretto collegamento tra esso e la promozione della sovranità popolare e del benessere del paese oggetto di intervento viene sempre enfatizzato. Entrambi i leader hanno fatto riferimento alla brutalità e all’illegittimità democratica dei governi di Noriega e Maduro, e dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero avviato un processo di ripresa nel paese per il bene delle popolazioni: Bush garantiva che gli USA desideravano solo supportare i panamensi nella ricostruzione della loro democrazia e del loro benessere, e più di trent’anni dopo Trump gli ha fatto eco, affermando che l’intervento americano renderà «the people of Venezuela rich, independent, and safe».  

Gli interventi a Panama City e Caracas sono accomunati anche dalle diverse espressioni di contrarietà e condanna che li hanno seguiti, soprattutto da parte dei principali rivali degli Stati Uniti e dei paesi del cd. Global South, da sempre sensibili a qualsiasi messa in discussione della sovranità da parte delle grandi potenze. La perplessità espressa anche da alcuni degli alleati degli Stati Uniti testimonia la sostanziale unilateralità di simili operazioni, condotte da Washington a beneficio quasi esclusivo dei propri interessi strategici; la deposizione di Maduro, peraltro, si situa in un contesto di crescenti tensioni tra l’amministrazione Trump e gli alleati europei, e ogni manifestazione di assertività del presidente USA rafforza i timori ormai diffusi che simili atteggiamenti possano essere applicati indistintamente nei confronti di avversari e partner.

Donald Trump è senz’altro una figura dirompente, sia a livello interno sia a livello internazionale, ma ciò non significa che qualunque azione intraprenda nasca nel vuoto e rappresenti un colpo di scena senza precedenti. L’intervento in Venezuela si iscrive in una tradizione consolidata nella politica estera americana, anche se certamente costituisce un’ennesima ‘picconata’ alla legittimità delle limitazioni all’uso della forza e dell’intero ordine internazionale di cui esse costituiscono uno dei pilastri, sotto attacco da tempo e di cui le vicende dell’Ucraina, ormai entrata drammaticamente nel quarto anno di conflitto con la Russia, basterebbero a sancire una crisi profonda e dall’esito incerto. Anche in questo contesto, tuttavia, permane la necessità di ricorrere agli impianti giustificatori consolidati che storicamente accompagnano l’uso della forza nella società internazionale, i quali combinano elementi giuridici, morali e di interesse nazionale.

Se nella narrazione dell’amministrazione Trump quest’ultimo aspetto tende a prevalere sugli altri, ciò non elimina il fatto che il ricorso a tali repertori di giustificazione tenta di rispondere a standard di legittimità condivisi, senza i quali l’intervento fatica a essere presentato tanto sul piano internazionale quanto di fronte al pubblico interno. Se queste pratiche rappresentino ormai una mera convenzione formale o possano invece essere lette come un segnale di resilienza sostanziale, seppur indebolita, delle istituzioni dell’ordine internazionale liberale è una questione che potrà essere valutata solo alla luce degli sviluppi futuri delle molte crisi aperte, a partire da quella iraniana, e del grado di continuità dell’impegno interventista statunitense. Il ricordo di Afghanistan e Iraq, infatti, rischia di riscaldare gli animi della base MAGA, tendenzialmente ostile ad impegni prolungati all’estero. La prassi dell’intervento militare negli ultimi due decenni si era evoluta verso un’estensione della durata e degli obiettivi, con le operazioni di nation e state building di cui gli USA erano stati tra i maggiori sponsor, per poi rinnegarne sostanzialmente il modello ritenendolo inefficace e costoso.

La vicenda venezuelana sembra suggerire il ritorno ad un interventismo più ‘tradizionale’ e ispirato alla politica di potenza, limitato ad operazioni rapide e circoscritte, e senza il coinvolgimento prolungato della potenza intervenente negli impegni onerosi e indefiniti di una Responsibility to Rebuild che nessuno sembra più intenzionato ad assumersi: se quella che rimane la prima potenza militare planetaria sceglie di abbracciare questa strada, contestando al contempo la propria tradizionale rete di alleanze e facendo dell’imprevedibilità la propria cifra strategica, i rischi di destabilizzazione di un ordine internazionale già duramente provato sono evidenti, senza che appaia chiaro quali attori, e attraverso quali meccanismi, possano trarne benefici stabili.

 

Enrico Bianchi è dottorando in Istituzioni e Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

16 gennaio 2026

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