articolo | 13 gennaio 2026

La Groenlandia non è in vendita

La Groenlandia non è in vendita

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Giulia Olini

 

Quando una grande potenza parla di “esercitare sovranità” su un territorio abitato da altri, raramente la posta in gioco è la fattibilità letterale dell’operazione. Più spesso, conta il segnale politico: la disponibilità a innalzare la soglia di ciò che può essere detto e, proprio per questo, reso negoziabile. È in questo senso che il riemergere, nei primi giorni di gennaio 2026, di dichiarazioni statunitensi aggressive sulla Groenlandia va letto anzitutto come un evento politico, prima ancora che strategico. Non perché Washington abbia improvvisamente scoperto l’isola o la Regione Artica (da tempo un’area rilevante per la strategia di sicurezza americana) quanto perché il dossier è stato ricondotto al lessico dell’acquisizione, cioè a un registro che mette sotto pressione i due principi che l’Occidente (e la stessa NATO) tende a considerare non negoziabili: l’integrità territoriale e l’autodeterminazione dei popoli.

Nell’ultima settimana, molte ricostruzioni giornalistiche hanno descritto un contesto in cui consiglieri di Trump valutano opzioni diverse, dalle forme “soft” di incentivo fino a formule politiche intermedie, arrivando a evocare (almeno sul piano retorico) anche strumenti estremi. In parallelo, è circolata l’idea di incentivi economici diretti alla popolazione groenlandese (cifre nell’ordine di decine di migliaia di dollari per residente) e l’ipotesi di una “free association” sul modello dei Compact of Free Association (COFA). Sul piano diplomatico, la reazione danese è stata netta e sostenuta dai principali governi europei, con richiami espliciti al rischio che una forzatura su un alleato possa produrre un’irreparabile frattura nella NATO, danneggiandone profondamente la tenuta, attuale e futura. Anche a Nuuk, in prima linea, il motto “Not for sale” è riemerso come risposta identitaria prima ancora che istituzionale, con uno slittamento della narrativa dalla realpolitik ai valori alla base dell’alleanza decennale tra il Regno Danese (e quindi la Groenlandia) e gli States.

Proprio questo slittamento è rilevante perché mette in luce un vincolo che molte letture “muscolari” tendono a ignorare. La Groenlandia, come l’Artico nel suo complesso, non è un oggetto inerte su cui una potenza esterna possa esercitare un controllo pieno semplicemente mobilitando risorse economiche. Nella misura in cui la sovranità si fonda anche su consenso, istituzioni e legittimità, l’idea di ottenerla in forma esclusiva attraverso leve finanziarie risulta difatti difficilmente praticabile e, soprattutto, non è in grado di sopperire nel medio periodo alle fratture socio-politiche che un simile tentativo produrrebbe. È per questo che la proposta statunitense, così come è stata formulata, appare emblematica non tanto rispetto alla realtà istituzionale groenlandese, quanto rispetto ai destinatari impliciti del messaggio ovvero gli alleati della NATO e, in particolare, le segreterie europee.

 

Cosa è successo nell’ultimo anno

Per capire come si sia arrivati a questo punto, è utile ricostruire l’ultimo anno seguendo alcuni snodi che mostrano, in sequenza, come la politicizzazione del dossier a Washington e la risposta istituzionale del Regno di Danimarca si siano rafforzate a vicenda. Il primo snodo risale a gennaio 2025, nei primissimi giorni del suo secondo mandato, Donald Trump tornò pubblicamente sul dossier groenlandese (già promosso nel 2019, durante il suo primo mandato), sostenendo che l’isola fosse “vitale” per la sicurezza americana e insinuando che la Danimarca avrebbe dovuto rinunciare al controllo del territorio. Nel giro di pochi giorni, le dichiarazioni statunitensi vennero riprese da tutti i principali media globali e, il 27 gennaio, il Regno di Danimarca annunciò un pacchetto da 14,6 miliardi di corone per potenziare la presenza militare nell’Artico e nel Nord Atlantico, includendo nuove unità navali artiche, più droni a lungo raggio e capacità di sorveglianza satellitare. Nello stesso periodo, venne in aggiunta commissionato da Berlingske e Sermitsiaq, un sondaggio Verian, i quali risultati resero evidente il vincolo politico interno: l’85% dei groenlandesi si disse difatti contrario all’ipotesi di diventare parte degli Stati Uniti, e una quota rilevante descrisse l’interesse di Trump come una minaccia, a dimostrazione che la sostenibilità politica del dossier non poteva essere trattata come una semplice negoziazione economica (nel pieno stile trumpiano). Nei mesi successivi, questo doppio movimento si è consolidato: il 10 ottobre Danimarca, Groenlandia e Faroe hanno presentato un secondo accordo per l’Artico e il Nord Atlantico, con acquisizioni e investimenti complessivi pari a 27,4 miliardi di corone, comprendenti ulteriori navi artiche, capacità di pattugliamento marittimo, un nuovo quartier generale per il Joint Arctic Command, droni aggiuntivi e perfino un cavo sottomarino nordatlantico. Sul lato statunitense, invece, l’escalation simbolica è proseguita e, a dicembre 2025, Trump ha formalizzato la centralità del dossier nominando il governatore della Louisiana, Jeff Landry, come “special envoy” per la Groenlandia, irrigidendo ulteriormente le relazioni con Copenaghen.

 

Le narrative di Trump

Da gennaio 2025, diversi analisti, e lo stesso Trump, hanno giustificato la richiesta di “sovranità statunitense” sul suolo groenlandese alternando argomenti diversi: l’isola è stata descritta come un asset di sicurezza, una pedina della competizione con Russia e Cina, oppure come un tassello economico per ridurre vulnerabilità nelle filiere dei minerali critici. Dal punto di vista della sicurezza, la Groenlandia è stata presentata come una piattaforma indispensabile nel Nord Atlantico, necessaria per la sorveglianza dei segnali deboli, in un momento storico in cui lo spettro delle minacce si sta progressivamente estendendo al dominio missilistico e spaziale. A questa narrativa si è frequentemente affiancata quella del (iper)realismo geopolitico che presenta la Regione Artica come “la nuova frontiera della competizione globale”, nella quale spazi vuoti lungo l’arco nordico e il GIUK gap sarebbero colmati da Pechino e Mosca. Infine, rilanciata dai media soprattutto a seguito degli sviluppi in Venezuela, c’è la narrativa economico-strategica che lega la Groenlandia alla ricchezza del suo sottosuolo e insiste sull’idea che l’accesso alle materie prime possa essere al centro della strategia statunitense. Prese singolarmente, queste motivazioni possono essere credibili. Il problema nasce quando da qui si conclude che serva la sovranità politica per ottenere quei benefici. È a quel punto che l’argomento si indebolisce, perché confonde l’importanza strategica dell’isola con la necessità di controllarla e trascura strumenti alternativi che, in pratica, garantiscono già accesso e capacità senza superare quella soglia.

 

La Groenlandia non è il fronte caldo con Pechino e Mosca

Il primo elemento, banalmente, è che gli Stati Uniti sono già presenti sull’isola. Pituffik (ex Thule) è una base che rientra nell’architettura di sicurezza statunitense e nordatlantica da decenni, ed è inquadrata nell’Accordo di Difesa del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca. Nelle descrizioni ufficiali della US Space Force, la base è collegata a quel quadro e viene presentata come componente strutturale del dispositivo statunitense nell’Artico. Se dunque l’obiettivo fosse meramente operativo, la strada “razionale” sarebbe l’ammodernamento di capacità e l’aggiornamento di accordi e infrastrutture, non la politicizzazione territoriale.

In secondo luogo, l’argomento “Russia e Cina” va maneggiato con una disciplina geografica che spesso manca nel dibattito, soprattutto se si considera che la deterrenza nel cosiddetto High North dipende in larga misura dal rapporto tra il Nord Europa e il bastione nucleare russo, concentrato nell’area Barents-Kola e nelle dinamiche che interessano la Norvegia e le vie di accesso al Nord Atlantico. Per la Cina, invece, alcuni ricercatori specializzati ricordano, giustamente, che segnali più concreti di presenza e di signaling emergono con maggiore continuità nel Pacific Arctic e nel quadrante dell’Alaska, dove attività sino-russe e posture di coast guard/navy hanno attirato attenzione crescente. Questo non “rende irrilevante” la Groenlandia, ma ridimensiona l’idea semplicista che essa possa costituire l’unico perno della sicurezza per la regione o, addirittura, che richieda un cambio di sovranità per produrre sicurezza aggiuntiva.

Infine, c’è un paradosso politico che spesso viene sottovalutato: una strategia pensata per aumentare sicurezza può finire per ridurla, se l’effetto collaterale è erodere fiducia e compattezza intra-alleanza. In un ecosistema come la NATO, in cui la deterrenza funziona anche perché gli alleati si considerano credibili e prevedibili, parlare in termini “annessionisti” non aggiunge sicurezza ma erode capitale politico. È esattamente per questo che da Copenaghen la preoccupazione è stata espressa in termini di impatto sull’Alleanza: quando una pressione viene dall’interno, il danno non sarebbe solo al destinatario, ma alla cornice che rende sostenibile la cooperazione.

 

L’accesso alle terre rare non necessita di sovranità

La seconda giustificazione avanzata dal presidente statunitense, nonché da molte analisi, è incentrata sulle risorse e, per tale ragione, si presta a una verifica particolarmente “tecnica”, in quanto poggia su un elemento istituzionale spesso trascurato. In Groenlandia, infatti, l’attività mineraria non discende automaticamente dal controllo politico del territorio, ma è regolata come un processo amministrativo. Prospezione, esplorazione e sfruttamento dipendono quindi da licenze e permessi rilasciati dal Governo groenlandese in base al Mineral Resources Act, con la conseguenza che la leva decisiva è l’autorità che autorizza, le condizioni imposte e la sostenibilità politica interna delle autorizzazioni nel tempo. Da questo punto di vista, un eventuale “cambio di bandiera” non modificherebbe il fatto che sia la licenza a costituire l’oggetto economico che rende possibile l’accesso.

Un dettaglio ulteriore, rilevante sul piano operativo, riguarda l’ingresso del capitale estero. Le sintesi legali del regime minerario groenlandese indicano che, in generale, non vi è una distinzione rigida tra attori domestici e stranieri nell’ottenimento di diritti minerari e che, anche quando una licenza di sfruttamento debba essere intestata a una società domiciliata in Groenlandia, ciò non implica un vincolo sulla nazionalità del capitale che la controlla. Ne deriva, quindi, che l’accesso economico può essere assicurato attraverso strumenti societari, partnership e conformità regolatoria, senza che la sovranità politica rappresenti un prerequisito tecnico. In questa prospettiva, la sovranità si configura piuttosto come un obiettivo politico aggiuntivo, che rischia di rendere eventualmente più instabile il canale economico proprio perché lo sposta su un terreno identitario.

È qui che emerge il vero collo di bottiglia, che rende la narrativa delle “terre rare” meno lineare di quanto appaia. Sviluppare un progetto minerario in Groenlandia implica superare filtri stringenti, che includono accettabilità sociale, disponibilità di infrastrutture, costi energetici e logistici, standard ambientali, capacità amministrativa e rischio regolatorio. Il caso Kvanefjeld/Kuannersuit, legato alle rare earths ma anche alla presenza di uranio come sottoprodotto, mostra come le scelte di policy interne e gli assetti normativi possano modificare in modo sostanziale ciò che è praticabile. In questo senso, se l’obiettivo fosse massimizzare un accesso rapido e affidabile, una pressione esterna formulata in termini territoriali rischierebbe di aumentare polarizzazione e incertezza, con effetti indiretti sul profilo di rischio dei progetti.

Per queste ragioni, la domanda più rilevante non dovrebbe essere chi “possiede” la Groenlandia, ma chi sia in grado di costruire un regime di accesso credibile e stabile, fondato su licenze trasparenti, regole prevedibili, screening selettivo dove necessario, investimenti infrastrutturali e, soprattutto, legittimità politica locale.

 

E ora?

Nel breve periodo è prevedibile che il dossier resti fortemente mediatico, sull’onda emotiva delle “operazioni trumpiane di inizio anno” che mettono al centro del dibattito proprio la retorica sull’interventismo americano. Ciò non implica, tuttavia, che un esito territoriale sia il punto di arrivo più realistico, anzi.

In questo quadro si collocano i passaggi diplomatici attesi a Washington. Da un lato, per mercoledì 14 gennaio è previsto un incontro tra funzionari dell’amministrazione Trump e rappresentanti del governo danese dedicato al dossier Groenlandia. Dall’altro, nel corso della stessa settimana, il Segretario di Stato Marco Rubio ha indicato la disponibilità a tenere colloqui separati con interlocutori danesi e groenlandesi. In questo contesto, e alla luce di quanto discusso finora, è verosimile che la partita tenderà a traslare dal linguaggio dell’acquisizione a un confronto più concreto su posture strategiche, accordi (sia economici che di sicurezza) e strumenti di cooperazione, su cui si misurerà la capacità dell’ordine euro-atlantico di conciliare deterrenza e legittimità, senza trasformare la Groenlandia in un oggetto di negoziazione tra alleati.

 

Giulia Olini è dottoranda al primo anno in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica, i suoi interessi di ricerca si collocano nell’ambito delle Relazioni Internazionali e della geopolitica. Il suo progetto di ricerca analizza la weaponized interdependence nelle dinamiche tra Stati Uniti e Unione Europea. Un ulteriore filone di ricerca riguarda la Regione Artica, tema su cui ha pubblicato: The Arctic in Transition: How the Russo-Ukrainian War Challenged Exceptionalism and Reshaped Regional Governance and Security, Global Age 1(1), 2025. In precedenza, ha lavorato per quasi tre anni come Corporate Intelligence Analyst, con focus sulla sicurezza internazionale, presso i due principali istituti bancari italiani.

Data

13 gennaio 2026

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