Kevin Maloney
Potere, potere e ancora potere. Negli ultimi mesi, la mistificazione intellettuale e politica attorno al “realismo” e alla politica estera degli Stati Uniti ha raggiunto livelli senza precedenti.
L'amministrazione Trump ha adottato una strategia su più fronti per elevare una caricatura del realismo a pilastro centrale della propria politica estera. A novembre, con la pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (NSS), l’amministrazione ha proposto quello che ha definito “realismo flessibile” come principio guida della politica estera. Alla NSS ha fatto seguito la recente Strategia di Difesa Nazionale (NDS), costellata di riferimenti al realismo accompagnati da qualificatori vuoti come “pragmatico” e “intransigente”.
Forse il tentativo più evidente di spogliare il realismo della sua complessità e della sua profondità morale e politica è racchiuso nel seguente passaggio della NDS: «Basta l’idealismo utopico; spazio al realismo spietato». Non fraintendete: questo approccio dell'amministrazione Trump e dei suoi sostenitori è uno sforzo deliberato per rimodellare e offuscare il significato stesso del realismo nel contesto della politica estera statunitense del secondo dopoguerra.
Nell’ultimo anno, l’amministrazione ha lavorato febbrilmente per eliminare ogni sfumatura dall’interazione storicamente dinamica tra valori liberali statunitensi e gli interessi nazionali che ha caratterizzato gli ultimi ottant’anni. Al suo posto, propone una versione del realismo principalmente incentrata sulla sicurezza dell’emisfero attraverso il potere coercitivo, in gran parte indifferente alla sua preferenza per i mezzi cinetici e incurante delle conseguenze per chi si trova al di fuori dei confini americani. Come parte di questo nuovo realismo, si assiste inoltre a un tentativo di appropriarsi e riscrivere l’eredità intellettuale del celebre politologo Hans Morgenthau, ampiamente considerato il padre del realismo americano negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.
Che si tratti di editoriali che sostengono come i funzionari dell’amministrazione stiano finalmente mettendo in pratica la saggezza di Morgenthau, o di saggi superficiali che mettono Morgenthau sullo stesso piano di Machiavelli e Kissinger, queste narrazioni rappresentano, nella migliore delle ipotesi, un fraintendimento di Morgenthau e, nella peggiore, una manipolazione intenzionale del suo lavoro a sostegno di una nuova forma di realismo amorale che mira a rimuovere i vincoli etici dalla pratica della politica estera statunitense. In questo contesto, le preoccupazioni di natura morale diventano un ostacolo da eliminare piuttosto che una componente fondamentale per legittimare il potere degli Stati Uniti nel mondo.
Ma questa versione di Morgenthau è una menzogna, confezionata per un ecosistema informativo che non dà importanza al contesto e per una classe politica che presume che nessuno si prenderà il tempo di tornare alle fonti originali. In realtà, Morgenthau era profondamente preoccupato per le dimensioni morali della politica estera, sia come trappola astratta da evitare nella formulazione delle politiche, sia come strumento pratico per temperare e orientare i peggiori impulsi del potere. Tali preoccupazioni, sosteneva Morgenthau, sono particolarmente vitali per democrazie come gli Stati Uniti, la cui stessa identità deriva dai valori liberali.
Sebbene Morgenthau rifiutasse la crociata morale e l'idealismo liberale come fraintendimenti della natura umana e quindi come politiche inadeguate, rimase concentrato su una questione centrale della politica estera degli Stati Uniti: il potere, ma a quale scopo?
Se ci si prende davvero il tempo di leggere le opere principali di Morgenthau – The Mainsprings of American Foreign Policy: The National Interest vs. Moral Abstractions, In Defense of the National Interest e Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace – diventa evidente che egli ha affrontato in modo coerente e consapevole il rapporto tra moralità e potere.
Oggi, la confusione tra “la forza fa la ragione” e il “realismo” che permea gli ambienti politici statunitensi sta promuovendo una caricatura unidimensionale del realismo americano, priva della preoccupazione di Morgenthau per lo spettro tra idealismo liberale e realismo amorale negli affari internazionali. Una preoccupazione che forse è stata espressa al meglio quando scrisse: «La scelta non è tra i principi morali e l'interesse nazionale [degli Stati Uniti], privo di dignità morale, ma tra una serie di principi morali separati dalla realtà politica e un'altra serie di principi morali derivati dalla realtà politica».
Come lo stesso Morgenthau e suoi contemporanei, quali il realista cristiano Reinhold Niebuhr e il diplomatico britannico E.H. Carr, hanno suggerito in modi diversi, un realismo privo di moralità è un deserto sterile della politica estera, che crea un miraggio di sicurezza attraverso la forza, ma che, in ultima analisi, erode le fondamenta stesse su cui si fondano le democrazie liberali.
In Politics Among Nations, la sua opera più celebre, Morgenthau riflette sui vincoli morali e sui doveri che derivano dall'esercizio del potere legittimo in un nuovo momento storico, dopo due catastrofiche guerre mondiali: «Esiste un malinteso [...] secondo cui la politica internazionale sarebbe talmente malvagia che è inutile cercare limiti morali alle aspirazioni di potere sulla scena internazionale. Tuttavia, se ci chiediamo cosa siano in grado di fare gli statisti e i diplomatici per promuovere gli obiettivi di potere delle rispettive nazioni e cosa facciano effettivamente, ci rendiamo conto che fanno meno di quanto abbiano fatto in altri periodi».
Un approccio di questo tipo non richiede un'adesione cieca all'idealismo liberale, né l’accettazione del realismo amorale come prescrizione politica a somma zero. Esige piuttosto la comprensione delle trappole presenti alle due estremità dello spettro e l’impegno a perseguire una forma di realismo etico più pragmatica e in sintonia con la morale. Una politica estera che non vuole fare i conti con la moralità e che non si preoccupa del rapporto tra intenzioni, mezzi e conseguenze è poco più che una pallida caricatura del realismo di Morgenthau.
Gli americani e i loro alleati che hanno combattuto e vissuto la Seconda guerra mondiale, così come la generazione di leader politici che li ha seguiti, hanno compreso fin troppo bene le conseguenze dell'espansione delle grandi potenze attraverso mezzi amorali, senza alcun vincolo etico o principi condivisi al di fuori dei propri confini.
Nelle pagine della NSS, sul palco di Davos e nelle strade di Caracas, la mistificazione statunitense attorno al realismo ha raggiunto la sua piena efficacia. In risposta al cambiamento di rotta americano e al calo di fiducia nel sistema internazionale, leader come il primo ministro canadese Mark Carney e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno iniziato a invitare le potenze medie e altri paesi ad abbracciare una forma di realismo fondato sui valori, un approccio che rifiuta di gettare via i principi con l’acqua sporca, valutando onestamente le pericolose dinamiche di potere di questo momento di incertezza.
Per gli Stati Uniti, solo il tempo dirà se la loro politica estera ritroverà un equilibrio più ponderato tra potere e principi, che lo stesso Morgenthau aveva articolato con tanta cura.
Kevin Maloney è Chief public affairs officer presso il Carnegie Council e dottorando presso l’Università di Leiden, dove la sua ricerca analizza i sistemi di valori e le relative narrazioni di politica estera dei presidenti statunitensi del periodo post-Guerra fredda.
* Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 6 febbraio 2026 sul sito del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, che ringraziamo sentitamente per averne permesso la traduzione e la diffusione.