articolo | 15 gennaio 2026

Un realismo irrealistico: l’etica della politica estera di Trump

Un realismo irrealistico: l’etica della politica estera di Trump

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Gwilym David Blunt

 

«Viviamo in un mondo, nel mondo reale... governato dalla forza, dalla violenza, dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo che esistono sin dall'inizio dei tempi». Queste sono le parole di Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca di Trump, mentre rifiutava di escludere la possibilità che gli Stati Uniti annettano la Groenlandia.

Miller non è una voce isolata. Il presidente Trump ha intensificato la sua retorica annessionista sulla Groenlandia, definendola essenziale per la sicurezza americana, e ha affermato che gli Stati Uniti la «prenderanno» che i danesi «lo vogliano o no». Questi sentimenti presentano una sorprendente somiglianza con ciò che lo storico e generale Tucidide scrisse durante la guerra del Peloponneso più di duemila anni fa: «nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede».

Questo è il fondamento del realismo, una filosofia delle relazioni internazionali. Essa sostiene che, in un sistema internazionale anarchico, l’unica politica razionale per uno Stato sia perseguire la propria sicurezza disponendo di più potere dei suoi vicini. Questo perché, in assenza di uno Stato mondiale, il potere è l’arbitro finale delle controversie tra Stati.

Alla luce del rapimento dell’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro e dell’apparente disponibilità dell’amministrazione Trump a permettere che l’Ucraina venga assorbita in una sfera di influenza russa, sembra che un nuovo realismo abbia messo radici nella politica estera americana. Un realismo che ha messo da parte le preoccupazioni etiche relative ai diritti umani e al diritto internazionale e ha abbracciato una pura politica di potenza. La forza fa il diritto, e paesi più deboli come il Venezuela, la Danimarca e forse il Canada devono accettare il loro posto come meri vassalli di Washington. Il problema è che Miller e Trump non sono dei buoni realisti.

Il realismo non è amorale o immorale. Possiede un nucleo etico che è pratico, modesto e conservatore. L’etica realista non giustifica azioni avventate come il rapimento di capi di Stato stranieri, la frattura della NATO per impadronirsi della Groenlandia o il consentire a un rivale aggressivo di minacciare gli alleati. Questi sono atti di spacconeria, performativi e imprudenti. Azioni del genere invitano a conseguenze indesiderate e spiacevoli.

Il realismo volgare dell’amministrazione Trump avrebbe inorridito Hans Morgenthau, uno dei fondatori del realismo moderno e consigliere di alcuni presidenti, come Kennedy e Johnson. Sebbene fosse attento alla dimensione del potere, Morgenthau non ha mai sostenuto che non esistesse un’etica nella politica internazionale, ma piuttosto che essa avesse una propria etica distinta, che richiede un equilibrio tra potere e principi. In Politics Among Nations ha scritto: «Un uomo che non fosse altro che “uomo politico” sarebbe una bestia, poiché non avrebbe freni morali. Parimenti, un uomo che non fosse altro che “uomo morale” sarebbe uno sciocco, perché mancherebbe completamente di prudenza».

L'etica realista riguarda la sopravvivenza e la sicurezza in un mondo complesso, pericoloso e imprevedibile. Essa guarda con sospetto alle idee trascendenti sulla moralità universale a causa dello spirito da crociata che generano. Morgenthau era profondamente preoccupato che gli zeloti di entrambe le parti della Guerra fredda potessero dare inizio a una guerra nucleare in nome della democrazia o del marxismo-leninismo, a danno dell’intera umanità.

Allo stesso modo, anche la ricerca bestiale e immorale del potere porta al disastro, perché può comportare la perdita proprio di ciò che si cerca di ottenere. È chiaro che Miller non ha mai finito di leggere La guerra del Peloponneso di Tucidide (e Trump probabilmente non sa nemmeno cosa sia). Atene perse la guerra e Sparta impose una pace dura. Le parole del “Dialogo dei Melii” citate sopra servono a mettere in evidenza la hybris di Atene. Essa spaventò gli Stati neutrali con la sua brutalità, alienò gli alleati con la sua prepotenza e, convinta della propria superiorità, intraprese avventure militari disastrose, come la spedizione in Sicilia, che alla fine ne diminuirono il potere e il prestigio. Agendo come la bestia di Morgenthau, fu artefice della propria rovina. Hybris e tragedia sono temi ricorrenti nella tradizione realista.

Le azioni dell'amministrazione Trump minacciano di smantellare l’innegabile trionfo della politica estera americana, che consisteva nell’aver trasformato le ricche democrazie europee in alleati dipendenti ma affidabili. Esse prefigurano un futuro in cui la NATO si è dissolta, ma al suo posto è emersa un’Europa riarmata, indipendente e unita, che considera gli Stati Uniti una potenza inaffidabile o addirittura ostile. Le conseguenze di questo cambiamento non possono essere sopravvalutate. Un’Europa unita avrebbe un’economia cinque volte più grande di quella dell’India, dieci volte più grande di quella della Russia e paragonabile a quella della Cina in termini di PIL nominale. Sarebbe in grado di contenere l’influenza americana, soprattutto se agisse di concerto con la Cina. L’America non sarebbe più una potenza egemonica, ma semplicemente una grande potenza in un ordine multipolare instabile. Hybris, tragedia e una lezione pratica su come non essere realisti.

 

Gwilym David Blunt è ricercatore in Relazioni internazionali presso l'Università di Sydney; autore di Global Poverty, Injustice and Resistance (CUP, 2020).

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 12 gennaio 2026 su The Ethics Centre.

Data

15 gennaio 2026

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