articolo | 19 febbraio 2026

L’ultima occasione dell’Occidente?

L’ultima occasione dell’Occidente?

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Luca G. Castellin

 

«Viviamo in un nuovo mondo di disordine», osserva Alexander Stubb nel suo ultimo articolo pubblicato su Foreign Affairs, un mondo che «è cambiato più negli ultimi quattro anni che nei precedenti trenta». Infatti, prosegue il Presidente finlandese, l’«ordine liberale basato sulle regole, nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sta morendo», mentre «la cooperazione multilaterale sta lasciando il posto alla competizione multipolare».

La diagnosi formulata in The West’s Last Chance: How to Build a New Global Order Before It’s Too Late non si limita a registrare una fase di instabilità, ma suggerisce la conclusione di un ciclo storico. L’ordine internazionale che ha accompagnato la fine della Guerra fredda si è progressivamente trasformato senza che emergesse un nuovo quadro condiviso di riferimento. Globalizzazione, interdipendenza economica e integrazione tecnologica, che un tempo erano considerate forze di convergenza, si sono rivelate anche strumenti attraverso cui gli Stati ridefiniscono interessi, vulnerabilità e priorità strategiche.

Ne deriva un sistema internazionale in transizione, nel quale regole e istituzioni continuano a esistere ma faticano a produrre consenso uniforme. Più che un ritorno puro alla politica di potenza, ciò che emerge è una crescente pluralità di approcci all’ordine internazionale. La questione posta da Stubb, in questa prospettiva, non riguarda soltanto la salvaguardia dell’ordine liberale, ma la capacità dell’Occidente di adattarsi a un contesto nel quale la produzione dell’ordine non può più essere il risultato di una iniziativa prevalentemente unilaterale.

Questa lettura si inserisce in una riflessione più ampia sulle fasi di transizione sistemica. Ciò che oggi viene percepito come disordine può essere interpretato non tanto come una deviazione dalla cooperazione, quanto come l’espressione di una redistribuzione di influenza e responsabilità tra attori diversi. Il periodo apertosi con la caduta del Muro di Berlino non ha prodotto la convergenza politica che molti avevano ritenuto probabile. Al contrario, l’emergere di nuove potenze, la crescente assertività di attori regionali e la maggiore autonomia del cosiddetto Global South hanno reso il sistema più pluralistico e, inevitabilmente, più complesso.

La finestra temporale individuata dall’autore – cinque o dieci anni, al massimo – viene presentata come un momento di decisione comparabile ai grandi snodi del XX secolo. Tuttavia, più che di un’«ultima occasione», potrebbe trattarsi di una fase di adattamento nella quale l’Occidente è chiamato a ridefinire il proprio ruolo non come architetto esclusivo dell’ordine internazionale, ma come uno dei suoi principali co-costruttori.

Uno dei contributi più interessanti del saggio è la proposta interpretativa del cosiddetto «triangolo del potere». Nella lettura proposta da Stubb, infatti, l’attuale riarticolazione dell’ordine internazionale si struttura attorno a tre grandi aggregati politici.

Il «Global West», composto dalle democrazie avanzate euro-atlantiche e dai loro principali alleati del Pacifico, resta il principale promotore dell’ordine basato sulle regole, ma appare oggi attraversato da tensioni interne e da un crescente dibattito sul rapporto tra apertura economica, sicurezza e autonomia strategica

Il «Global East», guidato dalla Cina e comprendente attori come Russia, Iran e Corea del Nord, condivide invece un orientamento revisionista volto a ridimensionare la centralità occidentale e a promuovere un assetto più apertamente multipolare.

Il «Global South», infine, rappresenta forse l’elemento più innovativo del quadro attuale. Più che un blocco coerente, esso appare come un insieme eterogeneo di Stati che rivendicano maggiore spazio decisionale e riconoscimento politico, senza necessariamente aderire a un progetto alternativo di ordine globale. In molti casi, la loro priorità non è sostituire un ordine con un altro, ma ampliare i margini di autonomia all’interno di un sistema in evoluzione.

In questo senso, la categoria stessa di «Global South» mantiene una funzione descrittiva utile, ma rischia di suggerire una coesione strategica che nella pratica non sembra esistere. Paesi come India, Brasile, Arabia Saudita o Nigeria condividono alcune condizioni sistemiche, ma non una visione comune del futuro ordine internazionale. Il loro comportamento riflette soprattutto la ricerca di flessibilità e di diversificazione delle relazioni esterne.

Per l’Occidente, ciò implica un cambiamento di prospettiva. Il punto non è tanto «attrarre» questi attori entro schemi normativi predefiniti, quanto accettare che l’ordine emergente sarà inevitabilmente meno gerarchico e meno normativamente omogeneo.

Stubb articola la sua prognosi attraverso tre possibili scenari: vale a dire la «persistenza» del disordine attuale, il «collasso» dell’ordine liberale e l’emergere di «una nuova simmetria di potere» tra Occidente, Oriente e Sud del mondo.

Il primo scenario – un sistema in cui «regole e istituzioni sopravvivono» ma vengono «applicate selettivamente» – appare probabilmente il più realistico nel breve periodo. L’ordine internazionale, storicamente, ha spesso assunto forme imperfette, nelle quali universalismo normativo e interessi particolari hanno convissuto senza annullarsi reciprocamente.

Il secondo scenario – un mondo vicino al «caos» e al disordine, «con Stati incapaci di risolvere crisi acute, come carestie, pandemie o conflitti», e in cui «uomini forti, signori della guerra e attori non statali riempirebbero il vuoto di potere lasciato dalle organizzazioni internazionali in declino» – se è sicuramente il «peggiore», svolge soprattutto una funzione meramente retorica. Anche nei momenti di maggiore instabilità, il sistema internazionale tende a produrre forme minime di coordinamento e di cooperazione, in particolare di fronte a sfide globali come crisi sanitarie, cambiamento climatico o sicurezza energetica.

Il terzo scenario – una nuova simmetria di potere che «produrrebbe un ordine mondiale riequilibrato in cui i paesi potrebbero affrontare le sfide globali più urgenti attraverso la cooperazione e il dialogo tra pari» – rappresenta l’orizzonte normativo più ambizioso del saggio. Pur presentando evidenti difficoltà, esso riflette la crescente consapevolezza che le grandi sfide contemporanee difficilmente possono essere affrontate attraverso logiche esclusivamente competitive.

Per molti versi, il tentativo più originale del saggio risiede nella formulazione di un «realismo basato sui valori», inteso come superamento tanto del «realismo pragmatico» della Guerra fredda quanto dell’«idealismo basato sui valori» successivo al 1989. L’idea è quella di coniugare difesa di principi universali – come diritti fondamentali, democrazia, Stato di diritto, sovranità – con il riconoscimento dei limiti del potere occidentale e della pluralità dei modelli politici.

Si tratta di un tentativo teoricamente significativo, che coglie una trasformazione reale del dibattito internazionale. Tuttavia, esso rimane attraversato da una tensione difficilmente eliminabile. Infatti, la traduzione dei valori in pratica politica richiede inevitabilmente mediazioni e compromessi. Quando la loro applicazione appare selettiva, soprattutto agli occhi di molti paesi del Sud globale, il linguaggio normativo rischia di essere percepito come continuità più che come innovazione. Il problema, dunque, non riguarda l’esistenza dei valori, ma la loro credibilità operativa in un contesto caratterizzato da interessi divergenti e priorità differenti.

Le proposte di «riforma» delle Nazioni Unite avanzate da Stubb, che dovrebbero comprendere una espansione del Consiglio di Sicurezza, l’abolizione del veto, e la sospensione dei membri che violano la Carta, rispondono a un problema reale di legittimità del sistema multilaterale. Tuttavia, esse rivelano in filigrana anche il limite strutturale dell’approccio. Qualsiasi istituzione internazionale riflette un equilibro politico preesistente più di quanto non lo produca.

In questo senso, l’analisi di Stubb sembra riflettere una tensione più ampia e profonda del pensiero occidentale contemporaneo: vale a dire, la difficoltà di accettare – come ha denunciato il Primo ministro canadese, Mark Carney, nel suo discorso a Davos – che l’ordine internazionale non sia il prodotto di una progettazione normativa, bensì l’esito contingente di rapporti di forza stabilizzati.

La contrapposizione finale proposta da Stubb, tra la logica di Yalta e quella di Helsinki, possiede una forte carica simbolica. Da un lato, un mondo di sfere di influenza e decisioni imposte dalle grandi potenze, dall’altro, un ordine fondato su regole comuni applicabili a tutti gli Stati. Tuttavia, la storia delle relazioni internazionali suggerisce che gli ordini più stabili sono stati quasi sempre ibridi, frutto di compromessi tra potere, regole e adattamenti progressivi.

La multipolarità emergente difficilmente produrrà un ritorno all’universalismo liberale o un collasso generalizzato. Più probabilmente, darà origine a un sistema caratterizzato da tre elementi, ossia competizione strutturale, cooperazione selettiva e pluralismo normativo.

Il valore del saggio di Stubb, allora, risiede molto di più nella consapevolezza del momento storico che stiamo attraversando, piuttosto che nelle soluzioni proposte (o, idealisticamente, auspicate). Dal momento che il monologo occidentale sembra ormai terminato, la questione decisiva non è preservare integralmente un ordine passato, ma contribuire alla costruzione di uno nuovo, più inclusivo e necessariamente imperfetto.

Il realismo, ancora di più in questa fase, non consiste nell’abbandonare i valori, ma nel riconoscere i limiti entro cui essi possono essere sostenuti senza trasformarsi in fattori di conflitto. L’ordine internazionale non nasce dalla proclamazione di principi, ma dalla loro compatibilità con la distribuzione effettiva del potere. Quando questa compatibilità viene meno, anche le norme più universalistiche perdono la loro forza.

In questo senso, la vera «ultima occasione» dell’Occidente non consiste nel salvare ciò che è stato, ma nel riconoscere che la stabilità futura dipenderà dalla capacità di conciliare le aspirazioni ideali e la realtà politica. Non dall’abbandono dei valori, ma dalla loro capacità di adattarsi a un mondo in cui l’ordine internazionale non può più essere definito da un solo centro di potere.

 

Luca G. Castellin è professore associato di Storia del pensiero politico presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

19 febbraio 2026

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