Luca G. Castellin
Nel contesto del World Economic Forum di Davos, il discorso di Mark Carney ha colpito molti osservatori non tanto per la constatazione del ritorno della politica di potenza, quanto per un disincanto più profondo e, per certi versi, più raro nel dibattito pubblico occidentale. Ciò che emerge con maggiore nettezza è la messa in discussione dell’idea che l’ordine internazionale liberale del secondo dopoguerra fosse, in quanto tale, giusto o universalmente legittimo. Carney non si limita a registrare la crisi dell’«ordine basato sulle regole», ma ne interroga retroattivamente la natura, riconoscendone l’origine storicamente situata e il carattere eminentemente egemonico.
Quando afferma che «la nostalgia non è una strategia» e che «quel mondo non tornerà», Carney non allude soltanto alla fine di un assetto istituzionale, bensì al tramonto di un’illusione normativa. È l’idea, largamente interiorizzata nel discorso liberale occidentale, che quell’ordine fosse l’espressione neutrale di valori universali, piuttosto che il prodotto di rapporti di forza specifici. L’ordine liberale, suggerisce Carney, non garantiva giustizia in senso sostantivo; assicurava piuttosto una forma di stabilità, legata a una determinata configurazione del potere internazionale.
La citazione tucididea – «chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede» – assume così un significato che va oltre la semplice diagnosi del presente. Diventa anche una chiave interpretativa del passato recente. L’ordine internazionale liberale non ha mai sospeso la logica del potere; l’ha resa meno visibile, più istituzionalizzata e, proprio per questo, più facilmente accettabile sul piano normativo. Il punto implicito del discorso di Carney non è che la forza sia improvvisamente tornata, ma che non abbia mai cessato di operare, seppure sotto forme diverse.
È in questo passaggio che si coglie il nucleo del suo disincanto. L’ordine internazionale basato sulle regole, osserva Carney, funzionava perché poggiava su un equilibrio di potere favorevole, non perché fosse intrinsecamente equo. Quando quell’equilibrio ha iniziato a incrinarsi, a riarticolarsi o a essere apertamente contestato, l’ordine ha mostrato la propria fragilità. Non è venuto meno un sistema giusto, ma un assetto storicamente funzionale a una specifica distribuzione del potere.
Questa consapevolezza colloca il discorso di Carney all’interno di una linea teorica più rigorosa di quanto possa apparire a una lettura superficiale, richiamando per molti versi il cosiddetto “liberalismo realista” di John H. Herz. Quest’ultimo aveva già messo in guardia contro l’illusione di un ordine liberale fondato e autosufficiente sul piano morale. Le istituzioni internazionali, nella sua prospettiva, non eliminano l’anarchia del sistema internazionale, ma la gestiscono temporaneamente, finché le condizioni materiali lo consentono. La normatività non precede il potere; lo vincola, lo incanala e ne attenua gli effetti più distruttivi, senza poterne mai prescindere del tutto.
Il security dilemma herziano diventa così uno strumento interpretativo particolarmente efficace. Anche l’ordine liberale nasceva dalla ricerca di sicurezza di un attore dominante, non da un consenso autenticamente universalistico. La sua apparente giustizia derivava dalla convergenza contingente tra stabilità sistemica e interessi prevalenti. Quando questa convergenza si è incrinata, la pretesa universalistica dell’ordine si è rivelata per ciò che era: una narrazione legittimante, efficace finché sostenuta da una determinata configurazione del potere internazionale.
Carney non rimpiange questa perdita, né tenta di mascherarla con un lessico nostalgico. Al contrario, la assume come dato strutturale del presente. Il suo realismo non consiste nel difendere l’ordine liberale come ideale tradito, ma nel riconoscere che esso non è mai stato neutrale. È per questo che insiste sul fatto che «non possiamo fingere che il mondo sia quello che vorremmo», proprio perché quel mondo non è mai esistito se non come costruzione discorsiva.
È in questo spazio di disincanto che si colloca anche il riferimento a Václav Havel. Non come correttivo idealistico o come appello morale astratto, ma come richiamo alla responsabilità politica dopo la caduta delle illusioni. Havel, per Carney, non incarna la promessa di un ordine giusto finalmente realizzato, bensì un’etica dell’azione in un mondo strutturalmente imperfetto. Vivere nella verità significa, in questo contesto, rifiutare tanto la nostalgia quanto l’autoassoluzione morale dell’Occidente.
Il richiamo alle potenze medie acquista così un significato preciso. Non si tratta di restaurare un ordine liberale idealizzato, ma di costruire forme di cooperazione consapevoli della loro parzialità, del loro carattere contingente e del fatto che anche esse risponderanno a interessi, seppur temperati da valori condivisi. La «geometria variabile» proposta da Carney non promette giustizia universale, ma una forma di responsabilità condivisa in un mondo privo di garanzie ultime.
In questo senso, il discorso di Davos segna una rottura rilevante. Il liberalismo non viene difeso come ordine morale superiore, bensì ripensato come pratica politica sobria, che accetta il proprio legame con il potere e tenta, nondimeno, di limitarne gli effetti più distruttivi. È la lezione più esigente del liberalismo realista: non negare l’egemonia, ma renderla meno arbitraria; non mascherare il potere, ma imbrigliarlo.
Il disincanto di Carney non conduce al cinismo. Conduce piuttosto a una politica più severa, meno autocelebrativa e più consapevole dei propri limiti. In un’epoca in cui l’ordine liberale rischia di essere rimpianto come un’età dell’oro mai realmente esistita, il suo discorso invita a una postura teoricamente più onesta, capace di riconoscere che anche quell’ordine era imperfetto, interessato e asimmetrico, e che proprio per questo non può essere semplicemente restaurato.
Tra Tucidide, Herz e Havel si delinea così una posizione rara nel dibattito contemporaneo: guardare il mondo senza illusioni, senza nostalgia e senza assoluzioni retroattive. Non per rinunciare ai valori, ma per sottrarli alla retorica dell’innocenza e restituirli, finalmente, alla durezza della politica.
Luca G. Castellin è professore associato di Storia del pensiero politico all'Università Cattolica del Sacro Cuore.