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L'età dei leader disinibiti (II)

L'età dei leader disinibiti (II)

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Javier Franzé

 

In un articolo precedente affermavamo che ciò che c’è di nuovo in politici come Trump, Milei, Bolsonaro o Ayuso è che non vogliono più essere o sembrare buoni, ma che, in quanto leader disinibiti, non riconoscono i limiti etico-politici. La violazione della sovranità nazionale del Venezuela da parte di Trump sembra accordarsi con questa idea: nel suo discorso non ha addotto, secondo la vecchia consuetudine, motivazioni democratiche, ma ha parlato in modo diretto e senza giri di parole della volontà di appropriarsi del petrolio venezuelano.

Ma, allo stesso tempo, l’aggressione statunitense al paese caraibico sembra mettere in discussione un altro tratto di questa disinibizione, secondo il quale questi leader si collocherebbero “al di là del bene e del male”. Come potrebbero essere al di là del bene e del male, se non fanno altro che presentarsi come incarnazione del Bene e identificare i loro avversari con il Male? È ciò che ha fatto Trump accusando Maduro di far parte del narcotraffico e di avere un piano per distruggere gli Stati Uniti inondandoli di droga.

In realtà, quello dei leader disinibiti (così li definisce Wendy Brown in Nihilistic Times) è un discorso che moralizza la politica. Ciò significa che essi attribuiscono i conflitti politici non a differenze di giudizio proprie della pluralità umana, ma all’ignoranza e/o alla cattiva intenzione dei loro protagonisti. Chi non vede il mondo come lo vedono loro o interferisce con il perseguimento dei loro fini lo fa perché privo di giudizio politico: o perché gli mancano conoscenza, intelligenza e autonomia, oppure perché gli abbondano la malafede, la falsità o intenzioni losche. Per i leader la diversità di opinioni e interessi non è dunque legittima, ed essi denigrano, quando non schiacciano, i loro avversari.

Vediamo così come la moralizzazione della politica sia la negazione dell’etica politica. Entrambe hanno a che fare con il bene e con il male, ma mentre la moralizzazione assimila il bene alla verità e il male alla menzogna o alla malafede, l’etica politica (da Machiavelli a Weber) parte dal presupposto che tutti i soggetti abbiano pari giudizio politico, la cui logica conseguenza è la diversità delle prospettive. Se la moralizzazione attribuisce lo scontro di valori all’esistenza dei “cattivi” e lo “risolve” espellendoli dal dibattito, l’etica politica prende sul serio la diversità e, proprio per questo, dispone di un criterio per scegliere e negoziare: mali minori evitano mali maggiori.

L’etica politica definisce e mette anche al bando ciò che è inaccettabile nella vita comunitaria, come – per esempio – il maschilismo, l’autoritarismo o l’imperialismo nelle società democratiche. Ma lo fa senza moralizzarli: non ha bisogno di dire che sono frutti del Male, ma semplicemente che sono incompatibili con i propri valori (democratici, in questo caso). La differenza chiave tra etica politica e moralizzazione sta qui: caratterizzare la differenza e il conflitto come frutto del Male apre la porta allo schiacciamento dell’Altro, poiché, essendo irriformabile, rappresenta un pericolo assoluto e permanente. Affermare invece l’incompatibilità di certi valori con altri (i propri) non conduce all’annientamento del diverso, ma a un mondo plurale regolato, in ogni caso, dalla coesistenza.

La disinibizione di questi leader opera dunque in rapporto a ciò che le comunità politiche considerano da tempo bene e male, non rispetto al bene e al male in generale. Ciò che essi disconoscono sono i limiti del bene e del male egemonici, proprio perché per loro possono esistere come norma solo il Bene e il Male veri. Ma, a differenza del passato, in cui l’ultradestra si collocava generalmente sulla difensiva, lamentando la perdita dei valori della società, oggi essa si lancia ambiziosamente e in modo bellicoso all’offensiva, denunciando la falsità dei valori dominanti e l’ipocrisia di coloro che li predicano.

L’estrema destra non rimpiange più i limiti tradizionali che altri oltrepassano, ma si getta con vitalità nella lotta per l’egemonia (“battaglia culturale”, nei suoi termini). Difendere l’indifendibile è il titolo del libro che Milei ha regalato ai suoi ministri per Natale, in cui, per esempio, si elogiano i narcotrafficanti come agenti di mercato. “Non si salvavano in nessun luogo”, ha detto Ayuso in Parlamento riferendosi ai 7.291 anziani morti nelle residenze di Madrid durante la pandemia. Un Trump sorridente ha incoraggiato il sindaco eletto di New York, Zohran Mamdani, a chiamarlo “fascista” in faccia. Nel 2014 Bolsonaro disse a una deputata che “non meritava di essere stuprata” perché era “molto brutta”.

Questo cambiamento di atteggiamento disorienta e sconcerta il progressismo. Da un lato, perché la lotta per l’egemonia consiste nel persuadere gli altri a vedere il mondo come lo si vede; cioè nel generalizzare un punto di vista che, come tutti, è inevitabilmente particolare. Per questo chi lotta contro i valori e le prospettive egemoniche fa l’opposto: denuncia il carattere particolare di ciò che viene presentato come universale. Questo, che tradizionalmente faceva il progressismo, è ciò che oggi sta facendo l’estrema destra: avvertire che i valori del progressismo in realtà avvantaggiano solo i politici che si presentano come progressisti ma che nemmeno lo sono, poiché in privato violano i valori che proclamano in pubblico. Questa ipocrisia dimostra, per l’estrema destra, il carattere particolare e falso dei valori progressisti.

Ma ciò che sconcerta e rende inerme il progressismo non è tanto la carica morale di questo discorso di destra, quanto soprattutto gli effetti che esso sta producendo. Il modo in cui oggi la destra combatte per l’egemonia inverte i ruoli tradizionali di conservatori e progressisti. I conservatori passano all’offensiva e si associano al cambiamento, alla trasformazione e alla trasgressione, mentre i progressisti restano sulla difensiva, raccomandando la conservazione di ciò che esiste e lamentando, da una posizione passiva e timorosa, che altri oltrepassino i limiti esistenti.

Questa posizione non è solo di per sé deficitaria, ma conduce anche il progressismo a una forte contraddizione interna. Da dove può criticare, oggi, un attore politico che voglia cambiare l’esistente, disconoscere l’ordine dato e mettere in discussione i suoi limiti? Soprattutto, dato che lo stesso progressismo ha abbracciato negli ultimi decenni l’idea che la realtà sia una costruzione politica, che non esistano elementi dati e trascendenti né nelle relazioni sociali, né in quelle di genere, né persino in quelle “naturali”. Questa visione assegna alla lotta politica un ruolo centrale nella conformazione di tale “realtà”. Ebbene, è esattamente ciò che oggi sta facendo l’estrema destra: lottare politicamente per spostare i limiti di ciò che si può fare, dire e pensare. Mostrare la propria ferrea volontà di farlo senza complessi né remore è ciò che questo discorso fa quando, senza imbarazzi, oltrepassa i limiti stabiliti.

Ancora di più, la destra dura promuove questo atteggiamento tra i cittadini: in fondo, tutto l’immaginario dell’imprenditorialità si fonda sull’osare andare oltre i propri limiti. Mentre l’estrema destra mette in discussione l’autorità della scienza (terrapiattismo e vaccini), della scuola (istruzione domestica) e della cultura (considerata ideologizzata e propagandistica), il progressismo finisce per difendere ciò che è stabilito, che include anche le aziende farmaceutiche, la disciplina scolastica e l’avanguardismo artistico che rifiuta la “bassa” cultura. Mentre l’estrema destra appare fiduciosa nel potere autonomo dei cittadini, il progressismo tende a proteggerli dai mali e a sostituirsi a loro, come se sapesse meglio cosa conviene loro, nella loro “libera ricerca” di mezzi e modi di vita. In definitiva, se la destra lega l’individualismo all’empowerment, il progressismo appare come se ‘iper-proteggesse’ i governati, trattandoli come minori.

Questa nuova posizione dell’estrema destra è profondamente politica, perché contende il potere e, soprattutto, il popolare, che prima era un tema quasi esclusivo del progressismo. Finora, il progressismo ha reagito a questa nuova postura dell’estrema destra censurando le caratteristiche personali dei leader disinibiti, definendoli messianici, narcisisti, squilibrati, cinici… o, in alternativa, qualificando i loro elettori come manipolati, masochisti o suicidi. Così, paradossalmente, il progressismo finisce per collocarsi esattamente dove quei leader vogliono che stia. Rispondere alla moralizzazione con ulteriore moralizzazione rafforza la posizione di chi detiene l’iniziativa politica, che può esibire quell’astio dei “cattivi” come prova della bontà del cammino intrapreso.

Finché il progressismo, o chiunque voglia comprendere politicamente ciò che di nuovo sta accadendo, non si chiederà perché questi leader disinibiti generano adesione politica, non potrà formulare né una diagnosi né un’analisi politica della situazione, e sceglierà invece la via semplicistica (e antidemocratica) di attribuirne le cause al difettoso giudizio politico degli elettori, molti dei quali peraltro provengono dai settori popolari. Ripetendo il tipo di spiegazione che i leader disinibiti danno del progressismo – cioè di loro stessi – non farà altro che incoronare l’egemonia del proprio avversario.

 

Javier Franzé insegna Teoria politica all’Università Complutense di Madrid.

La versione spagnola di questo testo è apparsa su «CTXT» (www.ctxt.es)

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