Javier Franzé
Il male è una vecchia conoscenza della politica. Si potrebbe dire che sia la sua ombra, anche se questo ci obbligherebbe a identificare la luce che la produce. In ogni caso, non esiste un solo male, ne esistono molti e diversi. Non solo perché ci sono molte azioni malvage che si possono compiere, ma anche perché vi sono differenti generi di male. E qual è oggi il nostro? Ce n’è uno inedito o si tratta di uno di quelli conosciuti? Abbiamo la sensazione che qualcosa di nuovo si aggiri intorno a noi, ma non è facile identificarlo.
Tra le azioni malvage annoveriamo oggi, fra le altre, la guerra, la menzogna, l’inganno e la corruzione. E tra i vari modi in cui si può compiere il male troviamo la dissimulazione, la banalizzazione e anche l’esplicita ammissione. Per quanto significativo, tutto questo non sembra tuttavia esaurire la questione. C’è un nuovo amico: la disinibizione. Nel suo libro Nihilistic Times, Wendy Brown conia un’espressione suggestiva per parlare di leader come Trump o Orbán, ai quali si possono aggiungere Milei, Bolsonaro o Abascal: «leadership disinibite».
Sebbene sia un concetto proveniente dalla psicologia, la disinibizione sembra rendere conto dei molti meandri esistenti nel rapporto tra etica e politica. Etica e politica? Davvero continueremo a parlare di etica e politica in un mondo come questo? Sì. Vediamo perché.
Il problema classico dell’etica politica è che il bene talvolta entra in conflitto con l’utile. Per esempio, in alcune circostanze la pace non è un mezzo efficace per raggiungere la pace, ma – senza volerlo – conduce alla guerra. È quanto accadde con gli Accordi di Monaco del 1938: Gran Bretagna e Francia concordarono con la Germania nazista di scambiare l’annessione dei Sudeti con la pace, ma Hitler non mantenne la parola e occupò immediatamente il resto della Cecoslovacchia. Ciò rese necessaria la guerra per frenare l’espansionismo tedesco e raggiungere la pace. Una guerra che provocò circa sessanta milioni di morti (in gran parte civili) portò la democrazia sociale in Europa, ma consolidò anche il totalitarismo sovietico di Stalin e i suoi gulag. Forse non esiste esempio più crudo di come il male possa risultare più utile del bene per ottenere qualcosa che non è nemmeno completamente buono, poiché finì per confermare mali simili a quelli che combatteva, come il totalitarismo, la Guerra fredda e l’imperialismo, tra gli altri.
La forma classica con cui si viola l’etica politica consiste nel chiamare bene il male. Vale a dire, nel non riconoscere il male compiuto e nel presentarlo invece come un bene: una strage indiscriminata viene giustificata come atto di legittima difesa, oppure un attentato terroristico come atto di liberazione anti-imperialista. Tuttavia, rispettare l’etica politica significa in primo luogo cercare il bene, ma anche – e forse soprattutto – assumere la necessità di compiere il male, non fare sempre e meccanicamente il bene, proprio perché si sa che talvolta il bene può condurre al male (e viceversa). Essere etici in politica implica, cioè, cercare il mezzo buono, ma soprattutto assumere il male, non eluderlo né rinnegarlo se si rivela necessario. Non equivale a dire «non avrei dovuto farlo» o «non lo rifarò», bensì, al contrario, equivale a mostrare il dolore, la pena e persino il senso di colpa per aver fatto ricorso, in casi estremi, al male per conseguire il bene o, più propriamente, per evitare un male maggiore.
Questo è il criterio dell’etica politica: mali minori evitano mali maggiori (o consentono di ottenere beni relativi). Chiamare il male bene o mostrarsi indifferenti al male compiuto è ciò che esprime la frase – spesso erroneamente attribuita a Machiavelli – “il fine giustifica i mezzi”. Secondo questo criterio, infatti, se il fine viene raggiunto, tutto ciò che ha condotto a esso risulta giustificato, senza alcun rimorso o sofferenza, poiché il successo assolve retrospettivamente ogni cosa.
Curiosamente, dunque, sia coloro che osservano l’etica politica sia coloro che la violano riconosco comunque l’esistenza del bene. Entrambe le due componenti accettano l’esistenza di un limite che ogni azione deve rispettare, per essere buona, e riconoscono, pertanto, che oltrepassare tale limite significhi entrare nel male. È per questo che chi rispetta l’etica politica assume il male compiuto, mentre chi non la rispetta cerca di presentare il male come bene. Entrambi cercano di rifugiarsi nel bene, al di là delle forme e delle finalità con cui lo fanno.
Ma il male attuale non vuole più apparire come bene. Quando Trump afferma che potrebbe sparare sulla Quinta Strada e continuerebbe comunque a essere votato, o quando Milei dichiara che “non odiamo abbastanza i giornalisti”, non sono spontanei, né autentici, né trasparenti, bensì disinibiti: stanno cioè disconoscendo il limite tra il bene e il male. Per questo non possono né lamentare di averlo dovuto oltrepassare, né dissimulare di averlo fatto.
In passato la discussione consisteva nel dibattere il contenuto del bene e del male: per esempio, per la sinistra l’uguaglianza era un bene e l’iniquità un male, mentre per la destra la libertà era il bene e l’egualitarismo il male. Questa controversia si fondava logicamente sul riconoscimento dell’esistenza del bene e del male e persino delle relazioni paradossali che la politica intreccia tra di essi. Oggi, invece, il nostro problema sembra essere quello di ristabilire il senso stesso della distinzione tra bene e male, quali che siano i loro contenuti e i criteri con cui attraversiamo quel limite. L’azione dei leader disinibiti si colloca così al di là del bene e del male. È proprio lì che sembra risiedere la differenza e la specificità del nostro male attuale.
Javier Franzé insegna Teoria politica all’Università Complutense di Madrid.
La versione spagnola di questo testo è apparsa su «CTXT» (www.ctxt.es)