Redazione
Per il quindicesimo anno consecutivo la libertà di Internet nel mondo registra un arretramento. È questo il dato più netto che emerge dal Freedom on the Net 2025, il rapporto annuale di Freedom House che analizza lo stato dei diritti online in 72 paesi, coprendo circa l’89% della popolazione mondiale con accesso alla rete. Il quadro che ne risulta è quello di uno spazio digitale sempre più controllato, frammentato e manipolato, nel quale tanto i regimi autoritari quanto le democrazie consolidate ricorrono con crescente frequenza a strumenti di limitazione dell’espressione, della privacy e dell’accesso all’informazione.
Il rapporto, che prende in esame il periodo compreso tra giugno 2024 e maggio 2025, registra un peggioramento complessivo in 27 paesi e miglioramenti in soli 17. A colpire non è soltanto la persistenza del declino, ma la sua normalizzazione: la repressione digitale non è più un’eccezione emergenziale, bensì una componente strutturale del governo della società nell’era delle piattaforme.
Freedom House mostra come il controllo dell’informazione online sia divenuto uno strumento centrale di stabilizzazione dei regimi autoritari. Nei paesi che hanno registrato i cali più drastici nel lungo periodo – Russia, Turchia, Venezuela, Egitto, Pakistan – la repressione digitale si è affinata nel tempo, combinando censura tecnica, sorveglianza, manipolazione dell’informazione e criminalizzazione del dissenso.
Durante l’ultimo anno, le proteste di massa hanno rappresentato uno dei principali catalizzatori della repressione. In Kenya, dove si è registrato il peggior arretramento del 2025, il governo ha risposto alle mobilitazioni contro la politica fiscale con arresti di massa e un blackout di Internet durato diverse ore. In Venezuela, alla vigilia delle elezioni presidenziali del luglio 2024, le autorità hanno bloccato piattaforme social, siti di informazione e strumenti di aggiramento della censura, accompagnando le restrizioni tecniche con detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate di giornalisti e attivisti digitali.
Il dato forse più allarmante è che l’arresto o l’incarcerazione per espressione online riguarda oggi la stragrande maggioranza degli utenti globali: l’81% delle persone con accesso a Internet vive in paesi dove qualcuno è stato perseguito penalmente per contenuti politici, sociali o religiosi pubblicati in rete.
Il rapporto segnala però un altro fenomeno cruciale: l’erosione della libertà digitale non riguarda più soltanto le autocrazie. Metà dei paesi classificati come Free ha subito un peggioramento del punteggio. Tra questi figurano casi emblematici come Georgia, Germania e Stati Uniti.
In Georgia, l’adozione di una legge sulla “trasparenza delle influenze straniere” ha colpito direttamente media online e società civile, accompagnata da nuove sanzioni penali per le critiche rivolte alle autorità. In Germania, l’uso estensivo delle leggi contro l’ingiuria e l’hate speech ha portato a procedimenti giudiziari per contenuti satirici o politici, alimentando un clima di autocensura, anche sotto la pressione di attori estremisti. Negli Stati Uniti, pur restando formalmente un paese “libero”, il rapporto documenta una restrizione dello spazio civico digitale, con detenzioni di cittadini stranieri per espressioni online non violente e un uso politicamente orientato delle autorità di regolazione.
Si delinea così una convergenza inquietante: pur con strumenti e giustificazioni diverse, anche le democrazie ricorrono sempre più spesso a limitazioni della libertà online in nome della sicurezza, dell’ordine pubblico o della lotta alla disinformazione.
Se la censura resta una pratica diffusa, il rapporto sottolinea come la manipolazione dell’informazione sia oggi il vettore più pervasivo del controllo digitale. Tra i 21 indicatori utilizzati da Freedom House, quello relativo alla manipolazione delle fonti online è quello che ha registrato il peggioramento più costante negli ultimi quindici anni.
Account coordinati, influencer filogovernativi, siti di informazione che imitano testate giornalistiche credibili, reti di bot e contenuti generati dall’intelligenza artificiale contribuiscono a deformare lo spazio pubblico digitale, rendendo sempre più difficile distinguere informazione, propaganda e rumore. Le campagne di influenza non si limitano più ai social network aperti, ma si spostano su piattaforme chiuse e criptate, dove risultano più difficili da individuare e contrastare.
L’intelligenza artificiale rappresenta, in questo scenario, un moltiplicatore di potere. Freedom House parla esplicitamente di AI sovereignty: governi di ogni tipo stanno investendo in ecosistemi nazionali di intelligenza artificiale, spesso senza adeguate garanzie per i diritti fondamentali. Nei contesti autoritari, modelli linguistici e sistemi di sorveglianza basati sull’AI rischiano di rafforzare censura preventiva, monitoraggio di massa e isolamento delle reti nazionali dal web globale.
Un altro asse critico riguarda la crisi dell’anonimato online. Sempre più paesi introducono obblighi di verifica dell’identità o dell’età per accedere ai servizi digitali, ufficialmente per proteggere i minori o contrastare i contenuti illeciti. Tuttavia, il rapporto mostra come queste misure abbiano effetti collaterali significativi: facilitano la sorveglianza, aumentano i rischi di violazioni dei dati personali e scoraggiano la partecipazione civica, soprattutto nei contesti dove lo Stato punisce il dissenso.
Parallelamente, l’espansione di Internet satellitare apre nuove opportunità di accesso, specialmente in aree rurali o colpite da conflitti, ma espone i fornitori a crescenti pressioni governative per censurare contenuti o consegnare dati degli utenti. Il risultato è una rete sempre meno universale e sempre più frammentata lungo linee politiche, normative e tecnologiche.
Il Freedom on the Net 2025 non si limita a registrare un declino, ma suggerisce una chiave di lettura politica più ampia: la libertà digitale è oggi uno dei principali terreni di conflitto tra democrazia e autoritarismo, ma anche uno spazio di ambiguità all’interno delle stesse democrazie. Senza un ancoraggio esplicito ai diritti fondamentali – libertà di espressione, privacy, accesso all’informazione – le politiche digitali rischiano di trasformarsi in dispositivi di controllo, anche quando animate da obiettivi legittimi.
Dopo quindici anni di arretramento, il messaggio di Freedom House è chiaro: invertire la rotta è ancora possibile, ma richiede una mobilitazione coordinata di governi democratici, società civile, mondo accademico e settore privato. In gioco non c’è soltanto il futuro di Internet, ma la qualità stessa dello spazio pubblico nelle democrazie del XXI secolo. Come scrivono Kian Vesteinsson and Grant Baker presentando il rapporto: «Quindici anni consecutivi di arretramento dovrebbero suscitare allarme tra i sostenitori della libertà di Internet e stimolare uno sforzo di reazione nei prossimi anni. Arrestare e invertire questa tendenza negativa richiederà un’azione coordinata tra alleati che condividono gli stessi valori, provenienti dalle istituzioni pubbliche, dal settore privato e dalla società civile. Man mano che le tecnologie emergenti iniziano a incidere sull’esercizio dei diritti umani online, questi attori dovranno predisporre adeguate garanzie per la libertà di espressione e la tutela della privacy, affinché ogni innovazione tecnica si traduca in un effettivo rafforzamento della libertà di Internet a livello globale».