Beatrice Nicolini
Il Tigray è la regione più settentrionale dell’Etiopia, un altopiano di circa 53.000 chilometri quadrati che confina a nord con l’Eritrea, a ovest con il Sudan e a est con la regione Afar. “Afar” è il nome del popolo e della regione che abita una delle nove regioni amministrative dell’Etiopia, a est del Tigray. Il termine designa sia l’etnia — il popolo Afar, noto anche come Danakil — sia il territorio, che si estende nel triangolo dell’Afar, una delle zone più calde e basse del pianeta, geologicamente attiva perché si trova alla giunzione di tre placche tettoniche.
Il popolo Afar è tradizionalmente nomade-pastorale, di lingua cuscitica, e vive distribuito tra Etiopia, Eritrea e Gibuti. Storicamente è rimasto ai margini dei grandi centri di potere etiopi, e la regione è tra le più povere e scarsamente infrastrutturate del paese. Con una popolazione stimata di cinque-sei milioni di abitanti prima della guerra, il Tigray è una delle aree storicamente più densamente popolate dell’Etiopia. È segnato da una cultura millenaria, quella della civiltà aksumita, una delle più antiche del mondo, da un paesaggio terrazzato di straordinaria laboriosità contadina, e da una struttura sociale profondamente radicata nel mondo rurale. Mekelle, capoluogo regionale con circa mezzo milione di abitanti, è il principale centro urbano, polo commerciale e sede delle principali istituzioni amministrative.
Per comprendere la situazione attuale del Tigray è necessario risalire a novembre 2020, quando scoppiò quella che sarebbe diventata una delle guerre più devastanti del ventunesimo secolo. Il conflitto vide contrapposti, da un lato, il governo federale etiope guidato dal primo ministro Abiy Ahmed (1976-), affiancato dalle forze eritree del presidente Isaias Afwerki (1946-) e dalle milizie della regione Amhara; dall’altro, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF).
Il TPLF aveva governato l’Etiopia per quasi trent’anni, tra il 1991 e il 2018, prima di essere esautorato dall’ascesa al potere di Abiy Ahmed. Il conflitto, protrattosi fino alla fine del 2022, quando fu firmato l’Accordo di Pretoria, lasciò dietro di sé una scia di distruzione di proporzioni difficilmente esagerabili: centinaia di migliaia di morti, un numero non ancora accertato di stupri di massa usati come arma di guerra, interi villaggi rasi al suolo, il saccheggio sistematico di ospedali, scuole e infrastrutture, e un blocco prolungato degli aiuti umanitari che privò la popolazione tigrina di accesso a cibo, medicine e comunicazioni per mesi.
La responsabilità principale per le atrocità commesse è stata attribuita da numerosi osservatori internazionali alle forze governative etiopi e ai loro alleati, sebbene la guerra abbia lasciato ferite in tutte le parti coinvolte. Quasi ogni famiglia tigrina ha perso dei propri membri. La struttura economica della regione è stata profondamente sconvolta. Il Tigray oggi vive in una contraddizione profonda e rivelatrice: la distanza tra la città e la campagna, tra la paura politica e la necessità biologica del lavoro agricolo.
Mekelle è silenziosa, quasi atona. Le strade sono meno trafficate del solito, il carburante è scarso e caro, circolante prevalentemente attraverso canali informali e mercati neri. I tradizionali bajaj a motore termico sono stati in larga misura sostituiti da versioni elettriche, segnale tangibile di una crisi dei combustibili che la popolazione locale attribuisce alle perduranti restrizioni commerciali imposte alla regione. Molte banche non consentono più prelievi in contanti. Le tensioni politiche tra il presidente regionale deposto Getachew Reda (1974-) e la leadership attuale sono diventate sempre più visibili. La chiusura anticipata delle scuole nel giugno 2026, in un contesto di grave crisi organizzativa e finanziaria della regione, è stata letta da molti come un segnale premonitore.
Nelle zone rurali del Dogu’a Tembien, come in molti altri distretti montani del Tigray, i contadini arano, seminano, commerciano buoi nei mercati del sabato, cercano fertilizzanti, trasportano concime organico sulle terrazze. Le piogge primaverili sono state buone e la semina del sorgo e di altre colture precoci è già avviata. Al mercato del sabato di Hagere Selam la vivacità è autentica e quasi paradossale. Centinaia di capi di bestiame vengono scambiati prima dell’inizio del periodo di magra e della stagione delle grandi piogge. Prima di concludere ogni transazione, i buoi vengono testati con un aratro tradizionale, il mahrasha, per verificarne l’idoneità al lavoro nei campi, una pratica che non è cambiata in secoli.
Quasi tutti i pagamenti avvengono in contanti, anche per somme considerevoli: un segnale non di arretratezza, ma di razionalità adattiva. Chi ha vissuto il blocco bancario del tempo di guerra non si fida dei sistemi elettronici. Eppure, anche in questa vitalità rurale si annidano segnali di un tessuto sociale sotto pressione. Le persone fanno scorte di beni essenziali perché “la guerra potrebbe tornare”. I prezzi del fertilizzante hanno raggiunto i 13.000 birr al quintale — 1000 birr valgono circa 5,4 euro — cifre insostenibili per la maggior parte dei piccoli agricoltori. Il concime organico è tornato a essere impiegato sistematicamente, segno di un adattamento pragmatico alla scarsità di input commerciali.
L’ambiente fisico del Tigray racconta anch’esso una storia complessa. Nelle zone di “exclosure” vegetativa istituite negli anni Novanta e Duemila, la vegetazione è tornata a crescere densamente. L’exclosure è un’area delimitata da recinzioni che viene chiusa al pascolo e all’uso antropico per permettere alla vegetazione di rigenerarsi naturalmente. Nel contesto del Tigray, e più in generale degli altopiani etiopi, le exclosures hanno rappresentato una delle principali strategie di gestione ambientale dagli anni Novanta in poi. Aree degradate, spesso versanti completamente spogliati dall’erosione e dal sovrapascolo, vengono recintate e lasciate al recupero spontaneo. Nel giro di anni o decenni, su questi pendii tornano arbusti, alberi indigeni, erbe perenni, e si stabilizzano i suoli precedentemente erosi.
Una delle dimensioni più gravi e strutturalmente rilevanti della crisi tigrina è l’assenza totale di meccanismi di responsabilità per i crimini di guerra commessi durante il conflitto. Non esiste, a oggi, alcuna indagine internazionale credibile e conclusa sui massacri, sugli stupri di massa, sulla distruzione intenzionale di infrastrutture civili, sul blocco degli aiuti umanitari. Un caso emblematico e documentato riguarda l’uccisione di tre operatori umanitari di Médecins Sans Frontières il 24 giugno 2021, nel Tigray centrale. María Hernández Matas, dottoressa spagnola di 35 anni; Tedros Gebremariam Gebremichael, coordinatore etiope di 31 anni; e Yohannes Halefom Reda, autista etiope di 31 anni, furono deliberatamente uccisi mentre cercavano di raggiungere zone dove si erano verificati combattimenti, per individuare persone in necessità di assistenza medica.
Un convoglio delle Forze di Difesa Nazionale Etiopi si trovava sulla stessa strada al momento dell’attacco. La revisione interna condotta da MSF ha confermato che l’attacco fu intenzionale e mirato contro operatori umanitari chiaramente identificabili. A cinque anni da quell’omicidio, il governo etiope non ha fornito alle famiglie delle vittime, né all’organizzazione, alcun risultato credibile di alcuna indagine. MSF ha reiterato nei giorni scorsi la propria richiesta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a tutti gli Stati di adottare misure concrete per garantire la sicurezza del personale umanitario e la responsabilità per gli attacchi contro di esso.
L’opacità che circonda i crimini del Tigray non è soltanto una questione etiope interna. Essa si inserisce in una più ampia tendenza della comunità internazionale a sacrificare la tutela dei diritti umani in nome degli interessi geopolitici nella regione del Corno d’Africa. Entro questa costellazione di interessi, il risultato è un’architettura dell’impunità. L’Accordo di Pretoria, firmato nel novembre 2022 tra il governo federale etiope e il TPLF, pose fine alle operazioni militari su larga scala. Fu salutato come una svolta, anche dalla comunità internazionale.
Nel Tigray di metà 2026 le questioni strutturali irrisolte sono numerose e interconnesse. Il ritorno dei territori occupati dalle forze Amhara, in particolare le fertili zone dell’ovest del Tigray, rimane incompiuto o contestato. Gli sfollati interni, il cui numero si conta nell’ordine delle centinaia di migliaia, non hanno potuto tornare alle proprie case o ai propri campi. La ricostruzione delle infrastrutture distrutte procede con estrema lentezza, ostacolata dalla carenza di fondi, dall’instabilità politica e dalle difficoltà logistiche. La governance regionale è frammentata e segnata da rivalità interne che ne compromettono l’efficacia.
In tale contesto, la lentezza economica ha le caratteristiche di ciò che alcuni analisti definiscono una “morte lenta”: un’erosione continua delle condizioni di vita che, in assenza di risorse, investimenti e giustizia, rischia di diventare irreversibile per intere generazioni. La perdita di capitale umano è già visibile: professionisti, tecnici, insegnanti e medici fuggiti durante la guerra non sono tornati. La diaspora tigrina all’estero sostiene finanziariamente molte famiglie rimaste, ma non può sostituire la ricostruzione sistemica di un’economia e di una società.
Guardare al futuro del Tigray richiede di tenere insieme due dimensioni spesso trattate separatamente: quella interna alla regione e quella dell’intera architettura di sicurezza del Corno d’Africa. Sul piano interno, il principale rischio immediato è la ripresa delle ostilità armate. La frammentazione politica all’interno del Tigray, con la leadership attuale e fazioni opposte che si disputano la legittimità e il controllo, crea condizioni di instabilità che le potenze esterne, compresa Addis Abeba, potrebbero sfruttare. La risoluzione delle questioni territoriali con la regione Amhara resta incompiuta e continua a costituire un casus belli potenziale. La presenza delle forze eritree in alcune aree rimane un ulteriore elemento di instabilità che esula dal controllo delle istituzioni tigrine.
Sul piano regionale, il Tigray non è una bolla isolata. È il nodo di una rete di crisi che attraversa l’intero Corno d’Africa. La guerra civile sudanese crea un contesto in cui i flussi di armi, combattenti e profughi attraversano le frontiere senza soluzione di continuità. L’Eritrea di Isaias Afwerki è uno stato autoritario le cui forze militari hanno partecipato al conflitto tigrino con un livello di violenza documentato e continuano a rappresentare una variabile imprevedibile. Le rivalità tra Etiopia, Eritrea, Somalia ed Egitto, che ha interessi diretti nell’opposizione alla Grande Diga della Rinascita Etiope sul Nilo Azzurro, producono un campo geopolitico ad alta tensione in cui qualsiasi nuovo conflitto rischia di attrarre interferenze esterne e di degenerare rapidamente.
Non va tuttavia sottovalutata una dimensione spesso trascurata: la capacità delle istituzioni informali, dei legami comunitari e delle pratiche sociali di sopravvivere a conflitti devastanti. Il tessuto rurale del Tigray ha mostrato una capacità di resilienza che affonda le radici in secoli di gestione collettiva della scarsità, una cultura agraria capace di adattarsi, di trovare soluzioni locali, di mantenere la coesione sociale anche quando le istituzioni formali collassano. Questa resilienza non è una consolazione né una giustificazione per l’inazione internazionale, ma è un dato reale che impedisce di ridurre il Tigray alla sola narrazione della catastrofe.
Ciò che emerge dalla situazione tigrina nella prima metà del 2026 è un quadro segnato da tre assenze strutturali: assenza di giustizia per i crimini commessi, assenza di un dividendo di pace tangibile per la popolazione, e assenza di un impegno internazionale credibile e coerente. Queste tre assenze si alimentano reciprocamente: senza giustizia non c’è riconciliazione autentica; senza riconciliazione, le risorse per la ricostruzione faticano ad arrivare; senza ricostruzione, la frustrazione alimenta le forze politiche più radicali. Il Tigray merita qualcosa di più della sola forza di sopravvivere. Merita una pace che non sia soltanto l’assenza della guerra, ma la presenza di un futuro.
Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.