Valerio Alfonso Bruno
Per circa trent’anni lo studio dell’estrema destra è stato, salvo rare eccezioni, una conversazione europea sull’Europa, poi estesa agli Stati Uniti. L’ascesa quasi simultanea di Jair Bolsonaro in Brasile, Nayib Bukele in El Salvador e Javier Milei in Argentina ha reso insostenibile questo provincialismo e imposto una domanda non più eludibile: esiste un’estrema destra latinoamericana? E, se esiste, segue la stessa logica delle sue omologhe occidentali o una logica propria?
The Far Right in Latin America, curato da Cristóbal Rovira Kaltwasser, Carlos Meléndez, Talita Tanscheit e Lisa Zanotti, è finora il tentativo più sistematico di rispondere. Nato dal Laboratory for the Study of the Far Right e pubblicato in Open Access da Cambridge University Press, il volume raccoglie otto studi di caso nazionali entro una cornice analitica comune. Il suo obiettivo dichiarato è comprendere il fenomeno sulla base di evidenze empiriche, non denunciarlo: in un campo in cui l’allarme normativo sostituisce spesso la spiegazione, è una scelta analitica rilevante.
Il libro comprende dieci capitoli, organizzati in tre parti: i casi più forti, Argentina, Brasile ed El Salvador; quelli intermedi, Cile, Perù e Uruguay; quelli più deboli, Colombia e Messico. L’indice contiene già la variabile dipendente: la forza elettorale dell’estrema destra.
Il capitolo introduttivo sostiene il peso teorico del volume. L’ascesa dell’estrema destra in America Latina andrebbe letta come risposta reazionaria al parziale successo delle democrazie regionali nell’incorporare gruppi storicamente marginalizzati. Se l’inclusione novecentesca ruotava attorno al lavoro organizzato, la svolta inclusiva del XXI secolo è stata più pluralistica: ha esteso riconoscimento e risorse a popolazioni indigene, donne, cittadini LGBTQ+ e minoranze razziali. L’estrema destra mobiliterebbe coloro che percepiscono tale riconoscimento come una minaccia alle gerarchie consolidate e auspicano un ritorno allo status quo ante.
È qui che emerge la tensione centrale del volume. Le rilevazioni LAPOP mostrano che l’opinione pubblica latinoamericana, nel complesso, non si sta spostando a destra: nell’ultimo decennio è cresciuto il sostegno ad aborto terapeutico e matrimonio egualitario, mentre l’autocollocazione ideologica resta distribuita attorno al centro. Se il pubblico di massa diventa più progressista, la tesi del backlash contro l’inclusione non può funzionare come racconto di reazione culturale aggregata. La soluzione proposta è familiare a chi studia i casi europei: l’estrema destra non è alimentata da una maggioranza che vira a destra, ma da una minoranza attivata e da condizioni di offerta e di contesto capaci di trasformare risentimenti latenti in successo elettorale.
Queste condizioni incrociano domanda e offerta, fattori nazionali e internazionali: scandali di corruzione che delegittimano governi di centrosinistra, domanda di punitivismo in società segnate dalla governance criminale, crisi della destra tradizionale, scelte della sinistra sui temi socioculturali, fine del boom delle commodities e circolazione transnazionale dei frame dell’estrema destra.
Un secondo contributo utile è la tipologia organizzativa: nuovi veicoli personalistici, appropriazione di partiti esistenti, scissioni dal conservatorismo mainstream e trasformazione in senso estremo di un partito tradizionale. Quest’ultimo modello, osservato in Colombia e richiamato anche attraverso Fidesz e il Partito repubblicano statunitense, dialoga con il dibattito europeo sulla radicalizzazione della destra mainstream: il confine tra destra tradizionale ed estrema destra è sempre più mobile.
La franchezza con cui il libro affronta il proprio paradosso è un punto di forza, ma comporta un costo analitico. Una volta ammessa l’assenza di un backlash di massa, la tesi principale — l’estrema destra come reazione alla svolta inclusiva — spiega meno di quanto la sua centralità lasci intendere. A rendere conto della variazione tra i casi è soprattutto l’apparato contestuale: corruzione, punitivismo, fine del ciclo delle commodities, collasso della destra mainstream, strategie della sinistra. Sono fattori congiunturali e, in diversi casi, solo debolmente connessi all’incorporazione dei gruppi marginalizzati. I curatori ne sono consapevoli: non pretendono di costruire una teoria universalmente applicabile e presentano i loro fattori come una «diagnosi preliminare».
La seconda questione riguarda la trasferibilità del quadro teorico europeo. Immigrazione e xenofobia, considerate tra i principali fattori individuali del sostegno alla destra radicale populista in Europa occidentale, non hanno in America Latina un equivalente evidente. È forse il risultato comparativo più importante: una categoria centrale in una regione risulta periferica in un’altra. Al tempo stesso, ciò suggerisce che il modello europeo funzioni più come lessico euristico che come spiegazione trasferibile. I fattori decisivi nei casi latinoamericani — governance criminale, punitivismo, ciclo delle commodities, scandali di corruzione regionali — sono proprio quelli che la letteratura europea non pone al centro.
Merita attenzione anche la questione concettuale. Il volume tratta «estrema destra» come categoria ombrello, comprendente una destra radicale che opera entro le istituzioni democratiche e una destra estrema che le rifiuta. Ma i capitoli mostrano quanto instabile sia questa distinzione: Bolsonaro oscilla tra destra radicale populista e destra estrema, e la traiettoria di Bukele al governo pone difficoltà analoghe. Più che un problema tassonomico, tale instabilità è forse una delle lezioni più importanti del volume. Ciò che gli elettori sono disposti a tollerare può dire più sulla traiettoria di queste democrazie delle etichette applicate all’offerta politica.
A queste riserve corrispondono due meriti significativi. Il primo è l’inclusione dei casi negativi: Messico e Colombia sono analizzati non come successi mancati, ma come casi di relativa assenza, offrendo un vero test dell’argomento. Il secondo è l’architettura comparativa, coerente e disciplinata, che insieme al formato Open Access garantirà al volume un’ampia circolazione.
Un’ultima cautela riguarda la durata. Un libro così legato a Milei, Bukele e Bolsonaro è esposto alla velocità del proprio oggetto. Alcune traiettorie descritte come aperte potranno essersi già definite quando molti lettori arriveranno al testo. Ma è il rischio inevitabile di chi scrive la storia politica del presente: più che un limite, il segno di ciò che il volume è, una mappa precoce, attenta e deliberatamente provvisoria di un bersaglio in movimento.
The Far Right in Latin America offre l’impalcatura analitica per interrogare in chiave comparata il futuro dell’estrema destra regionale, con il merito non secondario di rifiutare che l’allarme sostituisca l’evidenza. Merita di diventare un riferimento obbligato. La sua eredità più importante potrebbe tuttavia risiedere meno nella tesi del backlash che dichiara, e più nel rompicapo transregionale che porta alla luce: perché i fattori che spiegano così bene l’estrema destra in Europa la spiegano in modo tanto diseguale altrove?
Valerio Alfonso Bruno è assegnista di ricerca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore