articolo | 05 giugno 2026

Teologia politica dell’intelligenza artificiale

Teologia politica dell’intelligenza artificiale

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Nicolas Guilhot

 

Nel 1245, mentre gli ideologi del Sacro Romano Impero lanciavano strali contro Papa Innocenzo IV, l’imperatore Federico II lo accusò di incoraggiare il peccato e di interferire nella politica imperiale. È vero che Innocenzo aveva definito il sovrano prenuntius Antichristi, precursore dell’Anticristo, e che il suo predecessore lo aveva scomunicato. Da allora, le apparenze sono senza dubbio cambiate – l’imperatore è nudo e il papa indossa le sneaker Nike – ma lo scenario resta in larga misura immutato.

Trump ha recentemente dichiarato sui social media che Leone XIV è «debole di fronte alla criminalità e disastroso in politica estera». Nel clamore generale che ne è seguito, i commentatori hanno perso di vista un elemento che pure meritava di essere sottolineato: Trump aveva perfettamente ragione. Ma se il papa americano è davvero lassista in materia di criminalità, ciò non dipende certo da un temperamento bonario tipico del Midwest, bensì da un limite costituzionale. Il dovere del sommo pontefice non è giudicare e punire, il che equivarrebbe a usurpare prerogative divine. La sua missione non consiste nell’affrettare l’avvento del Giudizio universale, ma, al contrario, nel fare del tempo che lo precede l’orizzonte espansivo della diffusione del Vangelo e della pratica delle virtù cristiane.

La crisi che da qualche tempo cova tra l’amministrazione Trump e il Papa è legata a questa funzione di contenimento che è propria della Chiesa in quanto forza storica. Se i Padri della Chiesa, e in particolare Tertulliano e Giovanni Crisostomo, vedevano nell’Impero romano il misterioso katechon, quella potenza frenante alla quale allude la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi – una potenza destinata a frenare l’arrivo dell’Anticristo e l’anomia che annuncia l’apocalisse – il crollo dell’Impero indusse i loro successori, a partire da Agostino, a identificare tale forza frenante con la missione evangelizzatrice della Chiesa stessa. Non sorprende dunque vederla riaffermata nella prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, che invoca una politica «capace di rallentare dove tutto accelera» (§107). È qui, però, che nasce il problema: nella misura in cui mina la distinzione tra potere temporale e magistero pastorale, l’intelligenza artificiale porta in sé i germi di un conflitto di autorità tra papa e imperatore senza precedenti da secoli. Incoraggiando lo sviluppo sfrenato dell’IA per contrastare il declino della potenza americana sulla scena internazionale, Washington ha dovuto fare proprio il millenarismo apocalittico della Silicon Valley. Inevitabilmente, l’amministrazione Trump si ritrova su una traiettoria di collisione con la Chiesa, un’istituzione fondata contro gli accelerazionisti di ogni genere, che siano profeti della catastrofe o profeti del progresso, i quali da allora sono considerati eretici.

Come ci si poteva attendere, l’enciclica Magnifica Humanitas passa scrupolosamente in rassegna i pericoli insiti all’IA: la logica della corsa agli armamenti che accresce i rischi di conflitto; l’estensione dello spettro della guerra verso forme meno percepibili quali i conflitti «ibridi» e le campagne di influenza sull’opinione pubblica, ormai bersaglio di continui attacchi mirati; lo sviluppo di un estrattivismo digitale che rafforza le disparità in materia di sviluppo; il disfacimento della nozione di «bene comune» attraverso lo smantellamento dell’«interdipendenza» economica globale; i rischi che gravano sul futuro del lavoro; lo sfruttamento di un bene comune – il linguaggio – e del lavoro intellettuale passato a beneficio di pochi; i fantasmi transumanisti di una specie umana ridotta a infrastruttura biologica di una singolarità intelligente che non avrebbe nulla da invidiare all’incubo messo in scena nella serie Pluribus… Ma questo inventario è ben noto, e non è ciò che rende importante questo documento.

Ciò che è veramente in gioco in questa enciclica è un problema più radicale. Per la prima volta da secoli, la Chiesa si trova di fronte a una potenza che rivendica per sé l’auctoritas, la legittimità del Logos divino, ormai incarnata nei grandi modelli linguistici, e la conferisce alla potestas di nuovi imperi, dai quali a sua volta dipende. Henry Kissinger forse non aveva torto quando, verso la fine della sua vita, avanzava l’ipotesi che in un futuro prossimo non sarebbe stato impensabile «attribuire una sorta di divinità alle macchine stesse», diventate creatrici di nuovi ordini politici e fonti di un surrogato del diritto divino.

Per sostenere il ritmo del proprio sviluppo, le Big Tech hanno fatto dell’Apocalisse il proprio orizzonte storico e si sono attribuite il ruolo di redentrici del genere umano, liberando una forza demiurgica capace tanto di assicurarne la sopravvivenza quanto di distruggerlo. L’accelerazionismo, che costituisce l’atmosfera di fondo dell’IA, rappresenta in realtà una morale fondata sulla credenza in un evento salvifico ancora a venire. Sotto il nome di altruismo efficace – una filosofia caritativa secondo cui la possibilità di benefici futuri deve prevalere sulle esternalità negative che essi generano nel presente – questa morale discutibile si oppone a qualsiasi ostacolo normativo che possa frenare uno sviluppo di cui solo la velocità e la portata sono ritenute in grado di garantire la salvezza dell’umanità. Si tratta di correre verso la parusia tecnologica e di denunciare ogni ostacolo che venga a rallentare tale corsa in termini che non possono che essere escatologici. Essendo al tempo stesso progresso tecnologico e profezia messianica, l’IA racchiude in sé la promessa di un’«umanità che prepara la propria sostituzione», per riprendere la formula degli storici Quinn Slobodian e Ben Tarnoff. Queste visioni postumaniste di una peregrinatio alternativa costituiscono una sfida frontale per un’istituzione ecclesiastica che non può che considerarsi l’unica garante e custode dell’umanità. Le Big Tech non possono dunque che entrare in concorrenza diretta con la Chiesa per l’esercizio di un’egemonia pastorale. Per quanto possano sembrare ridicole, le perorazioni teologiche di J.D. Vance e le elucubrazioni escatologiche di Peter Thiel sono un sintomo di questa rivalità senza precedenti, che agisce dall’interno sul cattolicesimo americano, tanto più che esso presenta una forte componente conservatrice.

Ne deriva per Roma l’obbligo dottrinale di opporsi alle fantasie imperiali di potere globale alimentate dall’intelligenza artificiale. È questo il senso profondo e intransigente di Magnifica Humanitas. È troppo presto per dire in che modo questa presa di posizione influenzerà i sostenitori cattolici di Trump, né se opteranno per un bricolage teologico, per uno scisma individuale o per una defezione politica. Ma l’enciclica porta alla luce il conflitto teologico-politico che si sta delineando oggi tra il Papa e i nuovi imperatori e ne chiarisce i termini. Questi vanno ben oltre i prevedibili appelli alla regolamentazione dell’IA o alla ricerca di un «allineamento» dei valori. La questione non è più una questione di uso, ma una questione di infrastruttura materiale, per non dire ontologica. Il vero significato dell’enciclica non risiede nelle pie dichiarazioni diplomatiche sui potenziali benefici della tecnologia che vi si trovano di tanto in tanto, ma piuttosto nell’esortazione universale a «fermare il cantiere dell’ennesima Babele» (§16), simbolo di nuovi imperi.

Questa opposizione non si riduce nemmeno a una semplice questione ideologica, di cui la tecnologia sarebbe solo il veicolo strumentale. L’enciclica lo ripete a più riprese: l’intelligenza artificiale non è «moralmente neutra» (§104); essa è la concretizzazione di scelte normative, di rapporti di potere – e in particolare delle forme storiche della divisione del lavoro sociale, come ha dimostrato Matteo Pasquinelli – e di rapporti di forza; si presenta soprattutto come un’infrastruttura morale alternativa e difficilmente controllabile. Ci si sbaglia quindi nel vederla solo come il cavallo di Troia di un’offensiva ideologica preesistente, più o meno fasciste, di cui sarebbe solo il veicolo e l’amplificatore. Si tratta al contrario di una tecnologia le cui condizioni storiche di diffusione richiedono un accompagnamento politico reazionario, e la cui stessa concezione rafforza la diffusione di una logica di mobilitazione totale. La grande svolta ideologica del 2024, che vede i principali attori della Silicon Valley allinearsi all’amministrazione Trump, è innanzitutto il risultato di vincoli strutturali. In primo luogo, l'impennata dei tassi di interesse che accresce la dipendenza del settore dallo Stato, dopo gli anni fastosi del quantitative easing, durante i quali le aziende tecnologiche avevano potuto sviluppare le proprie infrastrutture indipendentemente da qualsiasi domanda e al di fuori di qualsiasi imperativo di redditività. In secondo luogo, la rivalità geostrategica con la Cina, che si traduce in un'acuta competizione nel settore tecnologico, incarnata in particolare dal piano «Made in China 2025», il cui pendant americano non è altro che il «Make America Great Again»: la guerra commerciale, il rafforzamento dei controlli sull'esportazione delle tecnologie di punta, e gli appelli al reshoring volti a costruire un’indipendenza materiale rispetto alle catene di produzione globalizzate, in particolare nel settore dei semiconduttori, costituiscono un protezionismo di fatto che spinge l’intero settore verso un nazionalismo tanto più dichiarato in quanto serve i propri interessi economici (come, per esempio, l’ossessione per l’integrazione verticale della produzione che si riscontra in Elon Musk).

È quindi riduttivo vedere nella Gleichschaltung ideologica dei tech bros l’influenza della logorrea di Curtis Yarvin o delle divagazioni di Peter Thiel. Né si potrebbe spiegarla analizzando le formulazioni più sofisticate del CEO di Palantir, Alexander Karp: invocando la ricostituzione del complesso militare-industriale contro le futili ricerche di un liberalismo individualista ed effeminato, questo ex allievo di Habermas appare forse più come un figlio spirituale di Albert Speer che come un seguace del teorico dell’agire comunicativo, ma questa evoluzione si spiega meno con la storia delle idee che con gli interessi che legano Palantir al braccio armato dello Stato.

L’insieme di questi discorsi non fa altro che dare una forma più o meno coerente a tendenze di fondo. Questo allineamento delle élite tecnologiche non deriva nemmeno dallo zelo dei Democratici in materia di regolamentazione, certamente troppo tiepido per trasformare Marc Andreesen o Sam Altman in conservatori rinati dall’oggi al domani. Dietro questi fenomeni si cela la funzione molto più banale dell’ideologia, che consiste nell’articolare in termini generali gli interessi di una configurazione sociale emergente: in questo caso la collusione tra i nuovi titani dell’economia americana e uno Stato che si scontra sempre più con i limiti della propria egemonia sulla scena internazionale. Ne risulta una forma di codipendenza in cui le Big Tech si propongono come fornitori di servizi di una sovranità statale in via di «piattaformizzazione». Certo, le espressioni ideologiche di questa alleanza emergente non hanno ancora trovato la loro forma definitiva e se si osservano delle fluttuazioni, è perché la logica di cartellizzazione del settore e di simbiosi con lo Stato non è priva di tensioni.

Il valore di questa enciclica risiede proprio nel fatto che affronta direttamente la questione dell’intelligenza artificiale in termini di infrastrutture, e quindi del tipo di comunità che essa rende possibile. Non si tratta di decifrare questa o quella glossa ideologica posta in superficie, ma piuttosto di comprendere la logica che riconfigura dall’interno la società, il potere politico e le relazioni internazionali alla luce di una conflittualità esacerbata. Esistono infatti infrastrutture che, come la torre di Babele, promettono di unificare l’umanità attraverso «un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione» (§7), ma in realtà generano incomprensione, divisione e conflitto. Mentre le Babele attualmente in costruzione mirano nientemeno che a Marte e alimentano nuovi sogni di impero, Magnifica Humanitas non cerca solo di scongiurare nuove catastrofi, forse più gravi di quelle descritte nel racconto della Genesi, ma invoca un’altra arte di costruire, un’arte propriamente politica, paziente, fondata sul realismo e sulla prudenza, sul lavoro incessante di produzione del comune, fatto di avanzamenti e contrattempi, di progressi e ostacoli, di cooperazione e diversità. Il paradosso di una Chiesa che elogia un «realismo autentico» che «non rinuncia a cambiare il mondo» ma tiene conto di «interessi, paure, vincoli e rapporti di forza» (§218) è solo apparente. Il realismo politico è sempre stato l’antidoto a quelle torri di Babele politiche che sono le tentazioni imperiali della fine della storia. Ma se il Papa può difendere il ruolo secolare della politica contro il millenarismo tecnologico dei nuovi imperi, è anche perché, in un momento in cui le guerre, la crisi climatica e l’esacerbarsi delle disuguaglianze sembrano accelerare il tempo che resta, l’esercizio di un potere «capace di rallentare» non può ormai che confondersi con la ricerca della giustizia e un progetto egualitario.

 

Nicolas Guilhot è professore ordinario di Storia intellettuale presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

 

* Questo articolo è apparso originariamente il 4 giugno 2026 su AOC.

 

Data

05 giugno 2026

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