Beatrice Nicolini
La crisi che attraversa Sudan e Sud Sudan si configura come un continuum di instabilità nel quale dimensioni politiche, militari, economiche e umanitarie risultano profondamente interconnesse. In entrambi i contesti, il progressivo indebolimento dello stato ha prodotto forme di governance ibride: da un lato, élite politiche impegnate in negoziati intermittenti e spesso strumentali; dall’altro, reti sociali locali che suppliscono, in modo precario, al collasso delle istituzioni formali.
Nel caso del Sud Sudan, la prospettiva delle elezioni previste per dicembre 2026 rappresenta formalmente un passaggio cruciale nel processo di transizione delineato dall’Accordo Rivitalizzato per la Risoluzione del Conflitto (R-ARCSS) del 2018. Tuttavia, tale scadenza si inserisce in un contesto segnato da ripetuti rinvii elettorali, incapacità istituzionale e crescente deterioramento della sicurezza. Il processo di pace, già fragile, appare oggi ulteriormente compromesso dall’intensificarsi delle violenze locali, in particolare nelle regioni di Upper Nile, Unity e Jonglei, e dalla proliferazione di attori armati non statali, come la White Army e il National Salvation Front.
La frammentazione politica interna è aggravata dalla rivalità strutturale tra il presidente Salva Kiir (74) e Riek Machar (73), che continua a rappresentare la principale linea di frattura del sistema politico sud-sudanese. Le recenti divisioni all’interno dello SPLM-IO e le scelte politiche di Kiir, tra cui frequenti rimpasti governativi, hanno ulteriormente eroso la fiducia tra le élite e indebolito l’introduzione del R-ARCSS. In questo contesto, l’ipotesi di elezioni rischia di assumere una funzione più simbolica che sostanziale, soprattutto in assenza di condizioni minime quali sicurezza, infrastrutture elettorali e un quadro normativo condiviso.
Tre iniziative di mediazione sono emerse nel tentativo di evitare una nuova guerra civile: il Comitato di Dialogo Elettorale promosso dal governo, l’Iniziativa Tumaini di matrice kenyana e il processo C5+ dell’Unione Africana. Sebbene differenti per impostazione, tali iniziative condividono limiti significativi. In particolare, esse tendono a legittimare un percorso elettorale extra-costituzionale e a rinviare questioni fondamentali, come l’unificazione delle forze armate, la redazione di una costituzione permanente e i meccanismi di giustizia transizionale, a una fase successiva alle elezioni. Questo approccio rischia di produrre una legittimazione formale del potere senza affrontare le cause strutturali del conflitto.
L’intervento dell’ex presidente tanzaniano Jakaya Kikwete, nominato alto rappresentante dell’Unione Africana per il Corno d’Africa e il Mar Rosso, si inserisce in questo quadro come tentativo di razionalizzare una mediazione frammentata. Tuttavia, il successo della sua azione dipenderà dalla capacità di costruire una piattaforma negoziale unificata, evitare il fenomeno del “forum shopping” da parte delle élite sud-sudanesi e ottenere risultati concreti nel breve periodo, quali la liberazione dei prigionieri politici e la definizione di una roadmap elettorale credibile. In assenza di tali progressi, il rischio è una reiterazione del ciclo tipico del Sud Sudan: crisi, negoziazione, accordo incompleto e nuova escalation.
Parallelamente, la situazione in Sudan evidenzia una crisi sistemica ancora più avanzata, in cui lo stato appare ormai sostituito da forme di resilienza sociale decentralizzata. Il conflitto tra Sudanese Armed Forces (SAF) e Rapid Support Forces (RSF), protrattosi per anni, ha trasformato il paese in uno spazio frammentato, dove il controllo territoriale è fluido e conteso. Città strategiche come El Obeid illustrano chiaramente questa dinamica: nodi logistici e militari che sono al contempo epicentri di emergenza umanitaria.
In questo contesto, le Emergency Response Rooms (ERRs) e le cucine comunitarie (takaya) rappresentano esempi di governance dal basso, capaci di garantire una sopravvivenza minima alla popolazione. Tuttavia, tali strutture si basano su risorse intermittenti e su un capitale sociale destinato a esaurirsi nel medio periodo. L’economia sudanese si è progressivamente trasformata in una “survival economy”, caratterizzata da produzione domestica, circuiti informali e un ruolo crescente delle donne. Nonostante la sua capacità adattiva, questo sistema non può sostituire le infrastrutture economiche statali né garantire stabilità. Le implicazioni regionali della crisi sudanese e sud-sudanese sono rilevanti.
Entrambi i paesi occupano una posizione geostrategica cruciale tra Africa subsahariana, Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo Persico. L’instabilità contribuisce alla formazione di corridoi di insicurezza che facilitano traffici illeciti, proliferazione di armi e mobilità di gruppi armati. Inoltre, eventuali tensioni nel Golfo Persico potrebbero ridurre i flussi finanziari verso la regione, aggravando ulteriormente le crisi locali. Infine, la dimensione migratoria rappresenta un ulteriore elemento di connessione tra crisi interne e impatti globali. Il deterioramento delle condizioni economiche e di sicurezza in Sudan aumenta il rischio di flussi migratori verso il Mediterraneo, con implicazioni dirette per l’Europa.
Tali movimenti si inseriscono in rotte già caratterizzate da violenza e sfruttamento, amplificando la dimensione umanitaria della crisi. In sintesi, Sudan e Sud Sudan mostrano due stadi differenti ma interconnessi di crisi statale: nel primo caso, una frammentazione avanzata con sostituzione dello stato; nel secondo, un sistema ancora formalmente unitario ma sostanzialmente fragile. In entrambi i contesti, la resilienza sociale rappresenta una risposta temporanea, mentre i processi di mediazione internazionale appaiono limitati dalla fragilità delle élite locali. Senza un approccio integrato che affronti simultaneamente sicurezza, governance e sviluppo economico, il rischio è la cristallizzazione di una instabilità cronica con effetti regionali e globali di lungo periodo.
Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.