articolo | 22 gennaio 2026

Soft power addio

Soft power addio

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Michele Gimondo

 

Caraibi e Artico sembrano aver poco in comune. Non si può dire lo stesso per Venezuela e Groenlandia, che, con il nuovo anno, hanno scoperto di far parte dello stesso menù geopolitico, a base di una Dottrina Monroe in salsa contemporanea. Si è molto congetturato, e si continua a congetturare, sulle reali motivazioni dietro l’intervento statunitense a Caracas e le crescenti ambizioni sull’isola dei ghiacci. Alcuni analisti hanno sottolineato il movente economico, riconducibile ai ricchi giacimenti di petrolio e terre rare presenti tanto nel sottosuolo venezuelano quanto groenlandese. Altri hanno messo in risalto quello geopolitico, richiamandosi per un verso agli stretti legami di Maduro con Putin e Xi, per un altro alla penetrazione militare e commerciale sino-russa nell’Artico. Altri ancora non hanno escluso motivazioni psicanalitiche, puntando il dito sulla volontà di potenza del presidente statunitense. Quali che siano le ragioni ultime, e quale che sia il destino che attende Caracas e Nuuk, su cui giustamente si è richiamata l’attenzione, è interessante rilevare come la discontinuità più profonda del nuovo corso trumpiano abbia soprattutto a che fare con la retorica.

A stupire, in altre parole, non sono (sol)tanto le azioni, che, per quanto clamorose, non costituiscono in quanto tali una cesura assoluta nella storia, ma i discorsi e gli atteggiamenti che le accompagnano. La narrazione del presidente Trump sta infatti agli antipodi rispetto a quella dei precedessori. Nessuna esportazione della democrazia o difesa dei diritti umani. Salvo qualche blando riferimento alla libertà e al benessere dei venezuelani, l’impressione è che Trump non provi neanche a rivestire le sue mire geopolitiche di una patina che le renda più accettabili all’opinione pubblica internazionale. La politica di potenza e la ragion di stato vengono esibite senza infingimenti. Abbiamo bisogno del petrolio venezuelano: ce lo prendiamo. La Groenlandia ci serve per una questione di sicurezza nazionale: dobbiamo annetterla. Oggi, come avrebbe detto il danese Hans Christian Andersen, il re è nudo. Con la non trascurabile differenza che, in questo caso, pare essersi denudato da solo. 

Il soft power statunitense, che già da almeno due decenni era in declino a causa soprattutto delle guerre mediorientali, non è forse mai stato messo tanto in discussione. E qui il riferimento va in particolare alle classi dirigenti e alle opinioni pubbliche di quei Paesi che, fino a poco tempo fa, credevano o si illudevano di avere una relazione speciale, quasi amicale, con la potenza egemonica. Ma il potere morbido di Washington non è soltanto in crisi per via delle continue dichiarazioni di Trump, che potrebbero apparire quasi estemporanee. Le sue parole, infatti, vanno di pari passo con una serie di provvedimenti che, a partire dai primi mesi della nuova amministrazione, hanno bersagliato tutti gli istituti deputati alla promozione dell’immagine statunitense nel mondo.

Il soft power, in altre parole, non è soltanto messo in crisi dalla comunicazione del presidente: a essere colpite, e in profondità, sono state e sono le sue storiche radici istituzionali. Dalla USAID (United States Agency for International Development), ramo umanitario del soft power a stelle e strisce, che è stata sciolta e le cui funzioni sono state in parte riassorbite dal Dipartimento di Stato; a USAGM (United States Agency for Global Media), da cui dipendono Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty – pilastri del soft power statunitense durante la Guerra fredda –, il cui bilancio è stato ridotto e che è stata posta maggiormente sotto il controllo politico; e per finire al NED, il National Endowment for Democracy, ridimensionato e ora sotto l’egida del Dipartimento di Stato. Queste misure sembrano derivare non solo dalla volontà di colpire le istituzioni contrarie al nuovo corso, ma anche da una visione della politica internazionale e del potere statunitense.

Una visione che si coglie bene nell’intervento che il vicepresidente Vance tenne il 23 maggio 2025, a conclusione dell’anno accademico della US Naval Academy di Annapolis. “In the wake of the Cold War – così spiegava Vance – our leaders traded hard power for soft power. We stopped making things... because too many of us believed that economic integration would naturally lead to peace by making countries like China more like the United States”. Le speranze di allora sono eclissate, e l’intera impalcatura del soft power non è che un peso morto: la nuova amministrazione intende affidarsi all’hard power. Il che non significa soltanto rafforzare le forze armate e potenziare l’industria militare, ma tornare, anche da un punto di vista retorico, a fare paura. Un aspetto ben tematizzato da Pedro Baños in un libro uscito ancora durante il primo mandato di Trump, El dominio mental, che dedica pagine di grande interesse alla “geopolitica psicologica” (p. 400) degli ultimi anni. Questi riferimenti ci invitano a prendere in considerazione la seguente ipotesi: che le dichiarazioni e gli atteggiamenti del presidente degli Stati Uniti non possano essere esclusivamente ricondotti al suo temperamento, ma anche alla visione di un settore non trascurabile delle alte sfere di Washington, secondo le quali il mondo rischia di sfuggire troppo velocemente all’influenza statunitense e occorre pertanto, quanto prima, consolidare il controllo su aree e risorse ritenute strategiche.

E il discorso non finisce qui. Perché non soltanto la nuova amministrazione, come abbiamo visto, attacca le fondamenta del suo stesso soft power, ma non esita a ricorrere allo strumentario di quella che – con riferimento ai numerosi rapporti diffusi a riguardo in ambito NATO contro le ingerenze informative russe e cinesi – potremmo chiamare ‘guerra cognitiva.’ Lo si vede bene nel caso della Groenlandia. Dopo le dichiarazioni di Trump sul fatto che la Groenlandia debba essere statunitense per una questione di sicurezza nazionale, hanno suscitato clamore le parole del vicecapo dello staff presidenziale Stephen Miller, che, intervistato sulla CNN, ha cercato di intaccare la stessa legittimità della sovranità danese sulla Groenlandia. “What is the basis of their territorial claim? What is their basis of having Greenland as a colony of Denmark?” Sono dichiarazioni assimilabili per forma e contenuto alle ‘narrative strategiche’ che nel corso degli ultimi anni sono state attribuite spesso a Mosca e Pechino. Dichiarazioni che a Copenaghen saranno state accolte, oltre che con stizza e risentimento, anche con una certa apprensione.

Perché, come spesso accade con le narrative strategiche, esse vanno a colpire elementi sensibili, mescolando verità storica e interesse geopolitico di parte. Come ben spiegato nel saggio di Marzio Mian, Artico. La battaglia per il grande Nord, uscito nel 2018, quando ancora la tensione sull’affaire Groenlandia tra Stati Uniti, Danimarca e Unione Europea sembrava gestibile, la colonizzazione danese “è stata risparmiata dalla critica storica in Occidente; la Danimarca non ha mai conosciuto la demonizzazione – e i conseguenti sensi di colpa – di Francia e Gran Bretagna, neppure dell’Italia, forse solo perché non ha cercato un posto al sole in Africa ma ha sfogato gli appetiti coloniali lontano dalla mischia, nel freddo, inospitale, remoto Grande Nord” (p. 40). Un passato che tuttavia non è passato per gli abitanti della Groenlandia, che sognano l’indipendenza dalla Corona. A giudicare dai sondaggi più recenti, i groenlandesi non sembrano tuttavia favorevoli a un’annessione da parte degli Stati Uniti.

In ogni caso, sull’isola il sentimento indipendentista è forte, e non si può escludere – è anzi già riportato da numerosi notiziari – che l’amministrazione statunitense stia tentando di incanalarlo nella direzione auspicata con flussi informativi e finanziari. A sorprendere è che questo arsenale retorico e politico venga mobilitato contro quei Paesi, a cominciare dalla Danimarca ma in senso lato contro tutti i membri dell’Unione Europea, con cui in passato si sarebbero cercate soluzioni più di compromesso, e comunque senza ricorrere a minacce e accuse così esplicite. L’imbarazzo e l’oggettiva difficoltà in questa fase di NATO e Unione Europea, che in passato avevano descritto la guerra cognitiva come una minaccia eminentemente russa e cinese, non potrebbero essere più evidenti.

Quali saranno le conseguenze del declino del soft power statunitense? È questo l’interrogativo che viene spontaneo porsi, dopo aver elencato i tre fattori che concorrono all’odierna crisi reputazionale di Washington: le dichiarazioni del presidente Trump, il disinvestimento strutturale nelle istituzioni preposte alla diplomazia pubblica, e le offensive retoriche contro partner, alleati e satelliti. Un’ipotesi può e deve essere formulata: la crisi del soft power rischia di accelerare il declino del potere statunitense nel mondo, attivando e velocizzando dinamiche centrifughe che avrebbero forse impiegato anni per manifestarsi pienamente. Se davvero incutere paura è una strategia per riaffermare gli interessi statunitensi in un mondo che si allontana dall’unipolarismo, gli sviluppi recenti potrebbero paradossalmente fungere da acceleratore storico di quella tendenza.

 

Michele Gimondo è dottorando in "Istituzioni e Politiche" presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

22 gennaio 2026

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