articolo | 11 giugno 2026

Sciences Po e il nodo della governance universitaria

Sciences Po e il nodo della governance universitaria

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Redazione

 

Le tensioni che attraversano Sciences Po dall'insediamento di Luis Vassy alla direzione, nel 2024, offrono uno spaccato istruttivo su questioni che eccedono la vicenda istituzionale francese e investono problemi strutturali dell'università contemporanea.

Le Monde del 28 maggio 2026 dedica ampio spazio alla controversia in due distinti articoli. Il primo, firmato dal politologo Jean-François Bayart – sociologo e già direttore del CERI (1994-2000) – è una presa di posizione esplicita: Vassy, ex diplomatico privo di esperienza nell'insegnamento superiore e nella ricerca, starebbe orientando Sciences Po verso una dipendenza finanziaria dall'industria della difesa, imponendo una concezione delle relazioni internazionali come «affare di potenza tra Stati rivali», con evidente privilegio per le war studies a scapito degli approcci pluridisciplinari – storici, sociologici, antropologici – che hanno tradizionalmente caratterizzato l'istituzione. Il secondo articolo, più descrittivo, documenta l'escalation del conflitto interno: 145 docenti e ricercatori (su 272) hanno denunciato in aprile una gestione «unilaterale», lamentando intimidazioni, soppressione di corsi e nomina di professori senza il consenso degli organi competenti, tra cui quella del mediatore Hugo Micheron, imposta nonostante il parere negativo del consiglio scientifico.

La vicenda solleva almeno tre ordini di considerazioni. Il primo riguarda il rapporto tra governance manageriale e autonomia accademica. Vassy incarna un modello di dirigenza universitaria mutuato dall'amministrazione pubblica e dalla diplomazia, fondato sulla verticalità del comando e sull'efficienza organizzativa, strutturalmente incompatibile con la collegialità che regola – o dovrebbe regolare – le istituzioni di ricerca. Non si tratta di un caso isolato: la tendenza a importare nelle università logiche gestionali estranee alla loro tradizione è un fenomeno diffuso, che in Francia come altrove ha prodotto tensioni ricorrenti.

Il secondo ordine di considerazioni attiene all'orientamento strategico della ricerca. La critica di Bayart non è di natura meramente procedurale: è una critica epistemica. L'idea di subordinare l'agenda di ricerca in relazioni internazionali alle priorità dell'industria militare-industriale e alla «geopolitica del momento» – per usare la sua formula – implica una ridefinizione profonda della funzione critica dell'università. Le scienze sociali non producono expertise operativa; producono comprensione. Confondere i due piani non è solo un errore metodologico: è una scelta politica.

Il terzo ordine di considerazioni, infine, concerne la libertà accademica in senso stretto. Che in un'istituzione di primo piano come Sciences Po si parli apertamente di clima di paura, di corsi soppressi, di docenti che temono ritorsioni, è un segnale che non dovrebbe essere sottovalutato. La libertà di ricerca e d'insegnamento non è un privilegio corporativo: è una condizione funzionale alla produzione di sapere indipendente, e la sua erosione – anche quando avviene per gradi, attraverso meccanismi amministrativi apparentemente neutrali – ha costi che si misurano sul lungo periodo.

La vicenda di Sciences Po merita attenzione non come episodio di cronaca universitaria francese, ma come caso paradigmatico di una tensione più generale tra modelli di governance e vocazione critica dell'istituzione accademica.

 

Data

11 giugno 2026

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