articolo | 12 maggio 2026

Sahel, la nuova frontiera del conflitto

Sahel, la nuova frontiera del conflitto

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Beatrice Nicolini

 

Negli ultimi anni il Sahel si è trasformato da periferia geopolitica a uno dei principali epicentri della competizione internazionale contemporanea. La crisi degli stati saheliani, l’espansione dei gruppi jihadisti e il progressivo arretramento delle potenze occidentali hanno aperto la regione all’ingresso di nuovi attori esterni, tra cui Russia, Turchia, Cina e monarchie del Golfo. In questo quadro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno consolidato la propria presenza attraverso una combinazione di diplomazia economica, assistenza umanitaria, cooperazione religiosa e sostegno securitario, inserendosi nelle fragili dinamiche politiche di Mali, Niger e Burkina Faso.

Il Sahel centrale continua oggi a rappresentare il principale spazio di espansione del jihadismo africano. Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e lo Stato Islamico nel Sahel (ISSP) hanno rafforzato il proprio controllo su vaste aree rurali approfittando della debolezza istituzionale degli stati e della frammentazione delle strutture di sicurezza regionali. La crisi apertasi con i colpi di stato in Mali, Burkina Faso e Niger tra il 2020 e il 2023 ha ulteriormente aggravato il quadro, accelerando la rottura con ECOWAS e il progressivo riallineamento strategico verso Mosca e nuovi partner mediorientali.

Particolarmente significativa è stata l’evoluzione recente della crisi maliana. Tra il 2025 e il 2026 il Mali ha registrato un incremento degli attacchi coordinati condotti da JNIM nelle regioni di Mopti, Gao e Timbuctù, ma soprattutto lungo il corridoio strategico che collega il centro del paese al confine con il Burkina Faso. Le offensive jihadiste hanno colpito basi militari, convogli logistici e infrastrutture energetiche, dimostrando una crescente capacità operativa e un uso più sofisticato di droni commerciali modificati, ordigni esplosivi improvvisati (IED) e tattiche di assedio urbano. La stessa Bamako teme ormai un’espansione delle reti jihadiste verso il sud del paese e verso gli stati costieri del Golfo di Guinea. Parallelamente, la presenza dell’Africa Corps russa, erede delle precedenti strutture Wagner, non è riuscita a stabilizzare il territorio, mentre le operazioni dell’esercito maliano hanno spesso provocato accuse di violazioni dei diritti umani e radicalizzazione delle comunità locali.

In questo contesto, le monarchie del Golfo hanno intensificato il proprio attivismo nel Sahel. Gli Emirati Arabi Uniti hanno rafforzato investimenti infrastrutturali e logistici, consolidando al tempo stesso il ruolo di Dubai quale hub globale del commercio dell’oro proveniente dalle miniere artigianali saheliane. Arabia Saudita e Qatar hanno invece privilegiato strumenti differenti: Riyad attraverso programmi religiosi, cooperazione securitaria e finanziamenti multilaterali antiterrorismo; Doha mediante iniziative diplomatiche e mediazione politica, soprattutto nel dossier maliano. Tuttavia, tali interventi producono effetti ambivalenti. Se da un lato contribuiscono al sostegno finanziario di economie fragili, dall’altro rischiano di rafforzare reti clientelari, economie informali e sistemi paralleli di potere.

A modificare ulteriormente gli equilibri regionali contribuisce oggi la crescente instabilità mediorientale legata alla guerra nello stretto di Hormuz. L’eventuale interruzione o militarizzazione delle rotte energetiche del Golfo Persico produce effetti diretti anche sul Sahel. In primo luogo, l’aumento dei prezzi energetici e dei costi assicurativi marittimi colpisce economie fortemente dipendenti dalle importazioni di carburante e fertilizzanti. Paesi come Mali, Niger e Burkina Faso, già segnati da crisi alimentari croniche e inflazione, subiscono un ulteriore deterioramento delle condizioni socioeconomiche, con effetti immediati sulla sicurezza interna.

In secondo luogo, le tensioni nel Golfo rischiano di ridefinire le priorità strategiche delle monarchie arabe, spingendole a utilizzare il Sahel come spazio di compensazione geopolitica e di proiezione d’influenza. Arabia Saudita e Emirati potrebbero intensificare investimenti agricoli e minerari nella regione per diversificare approvvigionamenti e catene logistiche, mentre il controllo delle risorse aurifere e dell’uranio acquisirebbe un valore ancora più strategico nel quadro della competizione internazionale. Parallelamente, un Medio Oriente destabilizzato potrebbe favorire nuove circolazioni di combattenti, armi e capitali jihadisti tra Levante, Libia e fascia saheliana, rafforzando ulteriormente i network transnazionali già attivi nel Sahara centrale.

Le ripercussioni della crisi di Hormuz assumono inoltre una dimensione politica. Le giunte militari del Sahel, già impegnate in una retorica sovranista e antioccidentale, potrebbero sfruttare il disordine internazionale per consolidare nuovi partenariati extra-occidentali e rafforzare modelli autoritari di governance securitaria. In tale scenario, il rischio principale è che il Sahel diventi sempre più uno spazio di competizione indiretta tra potenze regionali e globali, con una progressiva marginalizzazione delle popolazioni locali e delle esigenze di sviluppo umano.

L’esperienza degli ultimi quindici anni dimostra tuttavia il fallimento di strategie esclusivamente militarizzate. Né le missioni occidentali, né il sostegno russo, né l’espansione delle partnership del Golfo hanno prodotto una riduzione significativa della violenza jihadista. Il nodo centrale resta la fragilità della regione saheliana, incapace di garantire sicurezza, giustizia e integrazione politica nelle periferie rurali. In questo senso, il “paradosso saheliano” consiste proprio nell’assenza di spazi politici legittimi per forme non violente di Islam politico, lasciando ai movimenti jihadisti il monopolio del discorso religioso radicale.

La stabilizzazione della regione richiede dunque un approccio multidimensionale che integri sicurezza, governance locale, sviluppo economico e inclusione politica. Senza una riforma strutturale delle relazioni tra Stato, religione e società, il Sahel continuerà a rappresentare non soltanto il principale epicentro del terrorismo africano, ma anche uno dei laboratori geopolitici più instabili del sistema internazionale contemporaneo.

 

Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Data

12 maggio 2026

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