Elia Montani
Il volume Democracy's Discontent. Debating the Crisis of Liberalism, nato dai ResetDOC Venice Seminars 2025, riprende deliberatamente il titolo del celebre saggio di Michael Sandel del 1996, riedito e aggiornato dall'autore nel 2022 e tradotto in lingua italiana nel 2024. La ripresa non è un omaggio nominale: la diagnosi sandeliana secondo cui la «repubblica procedurale» avanzata dalla filosofia politica liberale avrebbe eroso i legami civici e i linguaggi morali condivisi su cui si regge la partecipazione democratica è l’assunto di fondo dei sette saggi raccolti. Come precisato nell’introduzione, i contributi assumono tale diagnosi come punto di partenza ma non come conclusione, al fine di comprendere quali siano gli strumenti più adeguati ad affrontare il malessere che affligge le democrazie contemporanee.
Un primo e fondamentale elemento che accomuna i sette contributi è il rifiuto dell'idea che la crisi democratica possa essere affrontata con strumenti meramente politico-istituzionali. Come afferma Giachetti con nettezza: «il malcontento verso la democrazia non può essere affrontato attraverso una mera riforma procedurale o una messa a punto tecnocratica. È in gioco qualcosa di più profondo» (p. 9). Ogni saggio, per vie differenti, chiama in causa dimensioni antropologiche, culturali, epistemiche o spirituali, dando perciò luogo a una comune presa di posizione in merito a cosa sia la democrazia: la sostanza della vita democratica, secondo gli autori, non può coincidere esclusivamente con le procedure attraverso cui la medesima si esprime. A ciò si aggiunge una seconda caratteristica strutturale: il volume esibisce una tripartizione esplicita – analisi critica del presente, proposte di rinnovamento entro la cornice liberale, ipotesi post-liberale – che rende visibile il dissenso interno alla riflessione. La non conclusività dell'esito, lungi dall'essere una debolezza, rappresenta uno degli elementi più intriganti del testo, in quanto sottrae il dibattito all'appiattimento su formule già disponibili, riconoscendo che la riflessione sulla democrazia non si esaurisce in risposte definitive.
Ai contributi della prima parte spetta il compito di ricostruire le condizioni strutturali entro cui si sta consumando il malessere democratico contemporaneo. Le tre voci, pur procedendo da prospettive disciplinari differenti tra loro giungono a un’interessante convergenza in merito a quali siano i fenomeni più evidenti della crisi delle società contemporanee. Daniele Archibugi evidenzia che il ciclo post-1989, animato dalla promessa di una sinergia virtuosa tra democratizzazione interna e cooperazione globale, si è rovesciato: «desideravamo più democrazia interna che conducesse a maggiore cooperazione globale, accountability e trasparenza, ma stiamo ottenendo precisamente l'opposto: minore cooperazione internazionale che conduce a minore democrazia interna» (p. 32). Mauro Magatti legge la fase attuale con la categoria dell’esaurimento della modernità liquida e ne riconduce la crisi alla traiettoria complessiva della civiltà moderna. Non si tratta, infatti, solamente di una crisi politica o economica ma, nel senso più profondo, di «una crisi spirituale» (p. 57), alimentata da tre deprivazioni – economica, culturale, relazionale – che rendono il terreno fertile per l’avvento del tecnopopulismo. Marina Calloni concentra la propria attenzione su una vera e propria mutazione della sede del potere: nell'età algoritmica, la sovranità «è sempre più integrata nei sistemi in gran parte invisibili che modellano il modo in cui la realtà viene percepita, interpretata e messa in atto» (p. 65), configurando un regime che denomina sofocrazia. La diagnosi che emerge dai tre contributi è convergente: la crisi eccede la superficie procedurale e investe le condizioni stesse – simboliche, cognitive, relazionali – che rendono possibile il vivere e l'agire democratico.
Se i primi tre saggi concordano nell'ampiezza della diagnosi, la seconda parte si interroga in merito all’ipotesi che le risorse per la «cura» siano rintracciabili all'interno della tradizione liberale. Alessandro Ferrara opera una sottile ma sostanziale distinzione tra liberalismo e neoliberismo: privatizzazione, deregolamentazione e precarizzazione «non definiscono in alcun senso significativo il liberalismo, ma solo la reazione neoliberista» (p. 97) inaugurata da Thatcher e Reagan. All’attribuzione al liberalismo tout court delle colpe appartenenti a una sua degenerazione consegue, secondo Ferrara, il rischio di disarmarsi teoricamente, proprio in un momento storico in cui servirebbero maggiori risorse concettuali per resistere al backsliding populista. Il liberalismo politico rawlsiano, sostiene Ferrara, non solo non è parte del problema, ma può contribuire attivamente alla soluzione. Claus Leggewie, in continuità con Ferrara, ma in parte anche – ed è interessante da notare – con il postliberalismo di Milbank e Pabst, propone il rinnovamento di «un liberalismo centrato meno sulla libertà individuale "da" (ogni vincolo, regolamento e restrizione) e più sulla responsabilità collettiva e sulla libertà "di" (misure per un futuro vivibile anche per le generazioni future)» (p. 113).
La terza parte avanza infine l'ipotesi più radicale, secondo cui il liberalismo non sarebbe riformabile dall'interno in quanto sarebbe la sua stessa impalcatura filosofica a risultare insostenibile. Secondo John Milbank, «è la democrazia liberale ad avere inevitabilmente minato se stessa, insieme alla sua condizione economica di possibilità, che è il capitalismo» (p. 126), in quanto entrambi gli apparati concettuali condividono una metafisica meccanicista di ascendenza hobbesiana, che riduce la motivazione umana all'accumulazione e alla libertà negativa. Adrian Pabst articola la propria teoria postliberale indicando l’esistenza di «alternative non liberali radicate in tradizioni più ricche di realismo filosofico e politico, che trascendono la logica liberale di fondere idealismo e materialismo» (p. 151) e permettono dunque di ripensare la democrazia oltre l'orizzonte in cui il liberalismo l'ha finora circoscritta. La mossa decisiva e più filosoficamente fertile sta in una precisazione spesso trascurata dai critici del post-liberalismo: la proposta postliberale, perlomeno nei termini mediante i quali la declinano Pabst e Milbank, non è un anti-liberalismo, non consiste nel sostituire al liberalismo un suo rovesciamento illiberale. Si tratta piuttosto di integrare (to embed) il liberalismo entro tradizioni che non sono né liberali né illiberali.
Come si può agilmente evincere, il volume non converge dunque su una risposta unica, e non intende farlo. La sua ambizione è duplice: prendere sul serio il malessere democratico e dimostrare che le risposte disponibili non si esauriscono nell'alternativa tra la difesa acritica del liberalismo esistente e la sua liquidazione populista. Le sette voci disegnano l'arco di un dibattito più ampio che il testo non pretende di esaurire, ma di aprire con onestà intellettuale. In una fase in cui la riflessione pubblica sulla democrazia oscilla tra allarmismi procedurali e nostalgie identitarie, l'apertura genuina del confronto – tra chi ritiene che la tradizione liberale, correttamente intesa, contenga le risorse per la propria autoriforma e chi ne sostiene invece l'insufficienza filosofica – è precisamente ciò che rende Democracy's Discontent un contributo estremamente utile, per le comunità epistemiche, ma anche per il dibattito pubblico.
Elia Montani è dottorando in "Istituzioni e Politiche" presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore