recensione | 24 febbraio 2026

Quando le armi cambiano il mondo

Quando le armi cambiano il mondo

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Damiano Palano

 

Oltre a dedicarsi ai suoi famosi studi sulla storia della Chiesa nel e nella prima modernità, Arsenio Frugoni (1914-1970) coltivò anche un’attività di grande divulgatore, scrivendo sintetiche monografie capaci di accompagnare il lettore attraverso i secoli. Tra questi scritti, la casa editrice Scholé ha riscoperto e pubblicato una Storia della guerra (pp. 132, euro 16,00), che ripercorre le trasformazioni nelle tecnologie e nelle strategie belliche dalla preistoria fino agli anni Sessanta. Arricchito da un prezioso apparato iconografico, che mostra grazie a sculture e dipinte le armi e le disposizioni delle forze armate, l’itinerario di Frugoni intreccia naturalmente guerra e politica. Pur nell’economia di un lavoro sintetico, rivolto a un pubblico di non specialisti, lo storico mette in evidenza la connessione fra i mutamenti nelle modalità del combattimento e gli equilibri interni alle comunità.

In Grecia, la rivoluzione oplitica, assegnando un ruolo centrale alla fanteria pesante e ridimensionando l’importanza della cavalleria, innescò la transizione delle poleis verso la democrazia, che però in alcuni casi si arrestò precocemente, come a Sparta. Ad Atene la guerra marittima richiese invece che i cittadini nullatenenti diventassero rematori sulle triere e, in questo modo, consegnò loro un potere molto superiore a quello del passato.

Nell’età di mezzo, una rivoluzione tecnica fu all’origine di una nuova gerarchia sociale. La ferratura dei cavalli, insieme all’uso della sella e della staffa, fu un’innovazione probabilmente introdotta da alcune delle popolazioni nomadi che giunsero da Oriente, come Goti e Alani. Dal VII secolo d.C., grazie a queste novità, la cavalleria tornò ad avere un ruolo prevalente. Ora i cavalieri potevano infatti indossare corazze pesanti, che solo i signori feudali si potevano permettere. Inoltre, la guerra divenne un evento stagionale, perché venne a concentrarsi solo d’estate e nei mesi caldi, quando l’abbondanza di foraggio consentiva il sostentamento dei cavalli.

Le cose iniziarono a cambiare con l’ingresso in scena del «quadrato svizzero», che comparve nella guerra borgognona (1476-1477) e che vide la vittoria di una fanteria composta di picchieri fanteria sulla cavalleria. Marciando con le picche protese in avanti, i fanti non trovavano infatti alcun ostacolo nella cavalleria, peraltro ulteriormente indebolita dal ricorso alle prime armi da fuoco. L’artiglieria pesante, benché i cannoni avessero ancora un’efficacia limitata (e una durata breve), comportò anche la necessità di rivedere le fortificazioni, perché le alte e sottili mura delle fortezze medievali dovette essere sostituita da mura più basse e molto più profonde, per resistere all’impatto delle palle di ferro scagliate dagli eserciti nemici.

Anche in questo caso, le sicure pennellate di Frugoni riescono a fissare le sequenze di una rivoluzione militare e politica cruciale. La superiorità militare della fanteria equipaggiata con artiglieria alimenta la nascita dello Stato moderno. Scrivendo qualche anno dopo lo storico italiano, Charles Tilly avrebbe fissato questa dinamica nella formula «lo Stato fa la guerra e la guerra fa lo Stato». In effetti, il mutamento intervenuto nelle tecniche belliche sbilancia il potere a favore delle emergenti monarchie nazionali, penalizzando invece i signori feudali, i quali, per esempio, non sono in alcun modo in grado di sostenere le spese necessarie per disporre grandi arsenali e bocche di fuoco. Decisivo è invece il fatto che i sovrani costruiscano un apparato fiscale sottratto alle gerarchie del potere feudale e centralizzato nelle loro mani. Nel 1445, come sottolinea Frugoni, in Francia sono infatti istituite le Compagnie d’ordinanza, con cui il re imponeva stabilmente delle tasse con la finalità di sostenere delle truppe permanenti. Queste saranno a lungo costituite da soldati mercenari, fino a quando – in virtù di un’innovazione politica, più che semplicemente tecnica – giunge l’ora degli eserciti di massa. Un passaggio che, parzialmente anticipato nel Settecento dalla Prussia di Federico Guglielmo I, il re-sergente, giunge a compimento con la Rivoluzione francese, quando la «leva in massa», giustificata dalla necessità di difendere la nazione rivoluzionaria dai suoi numerosi nemici, diventa una necessità, emulata poi da quasi tutti gli altri contendenti.

Dopo avere esaminato i mutamenti intervenuti con i due conflitti mondiali della prima metà del Novecento, Frugoni non poteva che interrogarsi sulle implicazioni che le armi atomiche potevano avere sulle guerre del futuro. Gli arsenali nucleari, come aveva sottolineato precocemente Raymond Aron, rendevano «improbabile» la guerra (quantomeno una guerra generale) ma «impossibile» la pace. «Tra l’assurdità di una guerra totale e l’impossibilità di una pace autentica», scriveva dunque lo storico italiano, «la speranza dell’umanità passava per la via stretta di una moderazione della guerra». Una moderazione che, in virtù dell’equilibrio fra le sue superpotenze, si traduceva nel possibile ricorso a guerre ‘limitate’, che sventavano quantomeno il rischio – ben chiaro a tutti i contendenti – di uno scontro apocalittico in cui ognuno avrebbe perso molto più di quanto avrebbe guadagnato.

Concludendo il proprio saggetto, Frugoni aggiungeva delle Note di polemologia in cui si poneva la cruciale domanda sul «perché» delle guerre. Senza escludere la rilevanza delle motivazioni economiche, riconosceva che non tutto poteva essere ricondotto a una logica utilitaristica. E non escludeva che qualche fondamento avesse anche la tesi – proposta alcuni anni prima da Gaston Bouthol, il fondatore della polemologia – secondo cui la guerra aveva avuto «una funzione di consumo accelerato di giovani vite», dinanzi a una condizione di crescente sovrappopolazione. Ma non cedeva al determinismo che conduceva a considerare la guerra, così come la miseria, l’ignoranza e l’ingiustizia, come qualcosa di inevitabile, invitando anzi a vedere in coloro che avevano combattuto per l’eliminazione, o per la moderazione della guerra, come Lincoln, Gandhi, Giovanni XXIII, Martin Luther King. Come scriveva, «dobbiamo educare i giovani a guardare a questi lottatori non come a dei velleitari utopisti» ma, con rispetto e comprensione, come a persone che devono avere il più profondo significato nella loro formazione». Ed è questo un ammonimento oggi forse ancora più prezioso per chi si pone come obiettivo lo studio delle guerre, quantomeno per evitare il rischio di ritenere che i conflitti sanguinosi del passato significhino che l’Homo sapiens non possa che essere Homo necans.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e di Aseri

 

* Questa recensione è apparsa originariamente su Avvenire del 6 febbraio 2026

 

Data

24 febbraio 2026

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