articolo | 14 gennaio 2026

Iran: perché non è (ancora) una rivoluzione

Iran: perché non è (ancora) una rivoluzione

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Giorgia Perletta

 

Alla fine di dicembre l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste popolari. Nate inizialmente dalla frustrazione dei commercianti del Gran Bazar della capitale, le mobilitazioni e gli scioperi hanno rapidamente assunto una portata nazionale, estendendosi a quasi tutte le 31 province del Paese. Pur non essendo un fenomeno inedito, la radicalizzazione delle manifestazioni e la dura repressione esercitata dalle forze di sicurezza sollevano importanti interrogativi sia sugli sviluppi futuri di questi eventi sia sullo “stato di salute” della Repubblica Islamica.

Queste proteste si inseriscono in un contesto di profonda crisi interna. Si tratta di una crisi multidimensionale che coinvolge l’economia, il rapporto tra Stato e società e riflette una diffusa disaffezione di ampi settori della popolazione nei confronti di un sistema politico percepito come illiberale e incapace di rispondere alle aspettative delle nuove generazioni. Ciò avviene nonostante le promesse di cambiamento avanzate dal presidente centrista Masoud Pezeshkian, rimaste in larga parte disattese. Le manifestazioni hanno dapprima portato in piazza la denuncia contro il carovita, data l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e dei beni d’importazione, il crollo del rial, che in un anno ha perso oltre l’80% del suo valore rispetto al dollaro, e le mancate riforme economiche promesse del governo Pezeshkian. Dalla denuncia economica, la protesta si è in poco tempo trasformata in una più ampia contestazione politica, che inneggia alla caduta della Repubblica islamica e dei suoi rappresentanti, tra tutti la Guida Suprema Ali Khamenei.

La crisi di legittimità interna che attraversa la Repubblica iraniana emerge con chiarezza dalla frequenza delle mobilitazioni popolari. Queste vengono talvolta innescate dai giovani disoccupati delle periferie urbane, altre volte dai lavoratori e dalle lavoratrici che lamentano bassi salari e contratti precari; altre dalle inefficaci politiche ambientali, che aggravano la scarsità idrica in numerose regioni del Paese, oppure ancora dalla denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle discriminazioni subite dalle comunità etniche minoritarie, che in Iran rappresentano circa il 40–45% della popolazione. Si tratta, dunque, di una crisi che coinvolge una pluralità di gruppi sociali, porta in piazza rivendicazioni trasversali e rende evidente un divario sempre più profondo tra lo Stato e la società.

Nonostante la rabbia condivisa da centinaia di migliaia di manifestanti rappresenti un potente collante, il movimento di protesta appare nel complesso frammentato, privo di una leadership riconoscibile, di un coordinamento e di un progetto politico alternativo. Le mobilitazioni nascono in modo spontaneo e si alimentano attraverso reti informali di solidarietà collettiva, ma mancano di una visione politica strutturata e di un disegno politico-istituzionale in grado di sostituire l’attuale sistema della Repubblica Islamica. Se la condanna dell’ordine esistente è ampiamente condivisa, non esiste un consenso su ciò che dovrebbe prenderne il posto. Oggi non vi è alcuna forza di opposizione organizzata o gruppo interno al Paese capace di incanalare il dissenso e guidare una transizione. Questo costituisce il principale limite delle proteste, che allo stato attuale difficilmente possono evolvere in un movimento rivoluzionario. Pur essendo destinate a ripetersi, queste mobilitazioni prive di una visione strutturata rischiano di rimanere solo valvole di sfogo del malcontento di una popolazione provata da anni di sanzioni internazionali, politiche illiberali e cattiva gestione interna.

Dall’altra parte, la Repubblica Islamica non appare, almeno nel breve periodo, prossima al collasso. Le forze di sicurezza, l’esercito e i Guardiani della Rivoluzione (pasdaran) restano compatti e uniti nella repressione delle proteste; l’esercito ha persino dichiarato di voler proteggere le infrastrutture strategiche dello Stato, un elemento nuovo rispetto alle precedenti ondate di mobilitazione. Non si registrano segnali di defezione all’interno degli apparati coercitivi, condizione imprescindibile per immaginare un crollo del sistema, come avvenne nel 1979 con la monarchia Pahlavi. Inoltre, il sistema politico iraniano non ruota attorno a un unico centro di potere: anche un’eventuale uscita di scena della Guida Suprema non comporterebbe automaticamente il collasso dell’intero apparato istituzionale, che resta oggi complessivamente solido.

In passato, la repressione violenta si è dimostrata uno strumento efficace per scoraggiare le proteste, ed è plausibile che il l’élite politico-militare iraniana punti nuovamente su questa strategia, come dimostra la recente emissione di condanna a morte di un manifestante ventiseienne per “crimini contro Dio”. Anche qualora le mobilitazioni venissero silenziate, ciò non implicherebbe un recupero di legittimità del sistema, e sarebbero probabili nuovi cicli di proteste. Parallelamente, la necessità di garantire la propria sopravvivenza potrebbe spingere l’élite iraniana a cercare un compromesso con Washington per ridurre la pressione economica, sebbene restino centrali e irrisolti i nodi del programma nucleare e, soprattutto, missilistico.

Sul piano geopolitico, la stabilità dell’Iran rappresenta un elemento cruciale per la sicurezza del Golfo Persico e dell’intero Medio Oriente. Un’eventuale destabilizzazione interna genererebbe scenari imprevedibili e potenzialmente molto rischiosi, motivo per cui anche potenze regionali, come l’Arabia Saudita, osservano con preoccupazione l’evolversi della crisi e puntano a una de-escalation. In questo contesto, le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump che incita i manifestanti a “prendere il controllo” in attesa di imminenti aiuti (lasciando così presagire il coinvolgimento di Washington) appaiono particolarmente pericolose: rischiano di esporre gli iraniani a una repressione ancora più violenta e di legittimare un possibile intervento militare statunitense, con gravi conseguenze per la popolazione civile e la stabilità dell’intera regione.

In definitiva, gli scenari futuri rimangono incerti e molto dipende dall’evoluzione del contesto internazionale, in particolare da un possibile intervento militare statunitense. L’Iran appare intrappolato in una crisi profonda e strutturale, segnata da proteste ricorrenti, isolamento internazionale e crescente divario tra Stato e società. Nonostante l’evidente fragilità del sistema, un collasso imminente della Repubblica Islamica non sembra, allo stato attuale, lo scenario più probabile.

 

Giorgia Perletta è Ricercatrice presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si occupa di Storia dell'Iran contemporaneo, politica estera della Repubblica Islamica e dinamiche interne. È docente presso l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI), dove insegna al Master in Middle Eastern Studies.

 

Data

14 gennaio 2026

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