articolo | 03 aprile 2026

Politica malata? La salute dei leader e la sua comunicazione

Politica malata? La salute dei leader e la sua comunicazione

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Valentina Villa

 

Ematomi sospetti, rush cutanei inspiegabili, camminate zoppicanti, eloquio confuso, ripetitivo o rallentato… Negli ultimi tempi sembrano essere aumentati i segni clinici di un declino evidente nella salute del presidente americano Donald Trump che, a quasi 80 anni, è il presidente più anziano della storia americana. Un destino ironico per un presidente che, durante la campagna elettorale del 2024, aveva più volte schernito l’età del suo – allora – sfidante Joe Biden, convinto a rinunciare alla corsa presidenziale proprio a causa delle crescenti preoccupazioni all’interno del Partito Democratico circa il suo vigore.

Oggi analisti, blogger e perfino professionisti sanitari (con buona pace della cosiddetta Goldwater Rule che lo vieterebbe) svolgono collettivamente, attraverso l’osservazione puntigliosa di immagini e filmati, una anamnesi virtuale alla ricerca della prova definitiva che possa confermare i sospetti di chi ritiene il presidente affetto da una qualche forma di patologia. Di contro, Donald Trump ha reagito ribadendo ripetutamente, nel suo consueto stile fuori dalle righe (e dalle regole), di essere “il più sano e il più in forma” di tutti i presidenti, benché l’affermazione, come molte altre, non sia stata seguita da prove; nel 2018, comunque, l’allora medico personale del tycoon, Harold Bornstein, ammise che una precedente comunicazione, in cui veniva certificato lo stato di saluto “straordinario” di Trump, gli era, in realtà, stata dettata direttamente dal presidente.

Speculazioni simili riguardano, ormai da dieci anni, anche Vladimir Putin, i cui tremori e le manifestazioni di apparente malessere non sono passati inosservati; i servizi di intelligence stranieri hanno ipotizzato – analizzando attraverso i registri di viaggio i profili delle persone che si muovono insieme al leader russo – che Putin sia sottoposto a trattamenti oncologici o soffra di Parkinson; altri analisti gli hanno più volte dato pochi mesi di vita. In puro stile sovietico, tuttavia, dal Cremlino non sono mai giunti comunicati sullo stato di salute del presidente e lo stesso Putin ha in passato coltivato un’immagine di sé improntata alla potenza fisica tra cavalcate a petto nudo, incontri di judo e caccia subacquea in Siberia.

In ogni caso, che i leader delle due superpotenze della Guerra fredda nascondano oggi probabilmente qualche acciacco non è certo un dato inusuale; la storia della politica, occidentale e non solo, è ricca di esempi di questo tipo.

È noto da tempo agli studiosi quanto abbiano influito le precarie condizioni mediche del presidente Woodrow Wilson durante le negoziazioni per la nascita della Società delle Nazioni; colpito prima dall’influenza spagnola, presa a Parigi durante la conferenza di pace, e poi da due ictus, per gli ultimi diciotto mesi della sua presidenza Wilson fu praticamente assente dallo spazio politico; in pochi ne conoscevano il reale quadro clinico, tenuto occultato dalla moglie e dal medico personale. 

Volontarie omissioni da parte dello staff medico avvennero anche per quanto riguardava la salute di Franklin Delano Roosevelt, che, tra l’altro, aveva per anni cercato di nascondere la paralisi dei propri arti inferiori; a Yalta il presidente, annebbiato dall’ipertensione e da una serie di ischemie, faticò a seguire le dure conversazioni con Stalin e si ritiene che molte delle concessioni al dittatore sovietico siano probabilmente da imputare alla sua infermità.

Una situazione simile a quella vissuta pochi anni dopo da un altro protagonista della conferenza interalleata, Winston Churchill. Il vecchio leone della politica britannica, il fiero condottiero della Seconda guerra mondiale, era, durante il suo secondo mandato, “gloriously unfit for office”. All’insaputa della nazione attacchi cardiaci, ictus – uno nel 1953 durante un incontro con Alcide De Gasperi – e progressive paralisi parziali del corpo minarono sempre più il fisico e la lucidità del Primo ministro, costretto infine a dimettersi dai suoi nel 1955 e sostituito dall’altrettanto sofferente Anthony Eden. 

Non sempre, inoltre, l’apparenza o l’età dei leader sono buoni predittori della trasparenza sulle questioni mediche: John Fitzgerald Kennedy, per dirne uno, nonostante fosse il più giovane presidente eletto (gli strappa il primato assoluto, per qualche mese di differenza, Theodore Roosevelt, divenuto presidente a 42 anni in seguito all’assassinio di William McKinley nel 1901), tenne nascosta nel suo breve mandato una cartella clinica esplosiva, in cui malattie autoimmuni e serie problematiche alla schiena si accompagnavano a terapie farmacologiche disinvolte e potenzialmente pericolose a base di oppiacei, anfetamine, barbiturici, antidolorifici, steroidi, cortisonici… L’aitante re Artù, dunque, era in realtà un uomo sfinito da devastanti dolori costanti e ormai dipendente da complesse preparazioni galeniche ai limiti dell’illecito.

Infine, la mancanza di trasparenza sullo stato di salute del leader, di cui così numerosi sono i casi di studio nella storia delle democrazie, raggiunge livelli ancora più elevati quando si tratta di regimi autoritari; in assenza di chiare procedure elettorali o di un asse ereditario solido, lasciar trapelare notizie cliniche riservate può, infatti, significare la propria fine. Lo Scià Reza Pahlavi si sottopose fin dai primi anni Settanta a debilitanti – e segretissime – cure oncologiche, che lo resero sempre più debole all’aumentare delle proteste che portarono alla rivoluzione khomeinista tra il 1978 e il 1979 e che divennero poi un elemento chiave nell’inasprirsi delle relazioni tra Stati Uniti e Iran.

Di segno radicalmente opposto, invece, la linea scelta negli ultimi due anni dalla monarchia britannica: nel febbraio 2024 la Casa Reale ha emesso un comunicato ufficiale annunciando che al re era stata diagnosticata una forma tumorale, che gli avrebbe comunque permesso di continuare i suoi impegni costituzionali. L’anno seguente lo stesso Charles III ha aggiornato i suoi “sudditi” con un messaggio video, condividendo con loro i propri progressi medici e sottolineando l’importanza della prevenzione. Charles, dunque, ha coraggiosamente accettato l’inevitabile sbilanciamento di potere che si viene a creare in questi casi; è all’erede al trono, infatti, che si inizia a guardare per ipotizzare il futuro della Corona o per discutere i problemi da affrontare negli anni a venire.

Lord David Owen, Ministro degli Esteri britannico tra il 1977 e il 1979 nonché neurologo, nel suo dettagliato volume “In sickness and in power: illness in Heads of Government during the last 100 years” approfondisce molti dei casi citati ma estende la sua analisi a una particolare psicopatologia che individua nei leader di lungo corso e in coloro che si trovano ad affrontare un evento inaspettato come un attacco terroristico: la hybris, la superba tracotanza di origine greca, l’antica convinzione di essere al di sopra delle regole umane e divine.

È nella mente, dunque, e non solo nel corpo che si insinua la malattia del potere, quel potere che talora pare sembrare – agli occhi di chi lo esercita – illimitato e che per conservare il quale ci si spinge a nascondere o minimizzare le proprie questioni di salute, venendo meno al dovere di trasparenza circa la propria idoneità psicofisica.

I discorsi sconclusionati e l’incedere rigido del presidente Trump, pertanto, non rappresenterebbero soltanto gli indici dello stato di salute del presidente ma anche i segni di un sistema politico incapace di accettare il costo della trasparenza. Un sistema politico malato?

 

Valentina Villa è professoressa associata di Storia delle Istituzioni politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

03 aprile 2026

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