Recensione a Damiano Palano, L’appello al popolo: Indagini sulla logica populista, Mimesis, Milano 2024.
Mattia Bufano
Il volume L’appello al popolo: Indagini sulla logica populista raccoglie una serie di testi che affrontano il populismo non come una semplice etichetta ma come una logica politica che attraversa forme diverse di discorso, mobilitazione e costruzione dell’identità collettiva. Curato da Damiano Palano, il libro si colloca nel solco di una riflessione teorica che, negli ultimi anni, ha cercato di sottrarre il populismo a definizioni rigide, interrogandone piuttosto la funzione e le condizioni di possibilità all’interno delle democrazie contemporanee.
L’introduzione chiarisce il quadro teorico entro cui si collocano i contributi del volume. Le argomentazioni delineano una ricerca sulla logica populista e mirano a rafforzare il nucleo teorico dell’opera, che si propone di rispondere a una specifica domanda: perché facciamo «appello al popolo»? A questa domanda trova risposta il contributo di Palano, che mette in guardia dal rischio di una ricerca essenzialista del concetto, paragonata efficacemente al tentativo infinito di trovare la scarpetta adatta. In questo quadro, il legame tra l’essenza del termine e il suo contesto storico evidenzia come l’ideologia associata al populismo richieda una precisa tassonomia, fondata sulla volontà del popolo e sul rapporto che quest’ultimo instaura con il leader, in nome dell’egualitarismo. Questo aspetto apre il confronto con altri interpreti del populismo come Cas Mudde e Jan Werner Müller che, non allontanandosi tra loro, definiscono lo stesso come un’ideologia sottile che divide la società in due gruppi omogenei: popolo ed élite. Il popolo, trovandosi in antitesi all’élite corrotta, diviene difensore strenuo di questa totalità: un’interpretazione che fa apparire le forze politiche del tutto populiste, quando in realtà nessuna lo è. L’assenza di una definizione precisa di populismo e del suo legame con l’ideologia rende necessario evidenziarne la funzione che esso assume nel contesto del neoliberismo.
Un secondo snodo centrale è il contributo dato da Alessandro Simoncini che analizza il rovescio del neo-populismo in rapporto al neoliberalismo. In questo quadro, una Ego-società composta da individui tende ad autorappresentarsi come soggetti sovrani. L’ auto-rappresentazione di questi soggetti, in nome di un populismo sovrano, ha la pretesa di difendersi da chi minaccia le proprie libertà dando spazio ad un’alleanza del tutto perversa: un popolo sovrano è servo dello stesso neoliberalismo. Di fatto, l’analisi del caso italiano del governo giallo-verde (M5s-Lega) evidenzia in modo efficace questa ambivalenza: il tentativo di una reazione al neoliberalismo ne riproduce presupposti e dispositivi. In questo senso, il saggio offre una chiave interpretativa utile per comprendere la contraddizione interna del populismo di governo.
Il richiamo al popolo richiede di confrontarsi con la teroia di Ernesto Laclau, il quale ha sviluppato la dicotomia tra popolo e populismo, sostenendo che l’assenza di un fondamento ultimo costituisce una necessità strutturale della sua presenza politica. Tale assenza/presenza mette in evidenza il rapporto ontologia/teologia che apre la riflessione alla figura del Politico schmittiano, ripresa anche da Alessandro Volpi. L’elemento centrale è l’antinomia tra il Politico, concepito come trascendentale, e la catena equivalenziale/differenziale che delimita una frontiera di domande, articolate egemonicamente in riferimento a un trascendentale assente. Tuttavia, il confronto con Galli permette di accostare Schmitt e Nietzsche, evidenziando in entrambi un’apertura a una nullità originaria che attraversa tutte le forme. Il nucleo schmittiano del Politico sfugge a una collocazione precisa nell’essere sociale poiché il suo fondamento, è per sua natura, infondato. Una volta trovata l’identità del Politico è giusto difenderla da chi la minaccia: il nemico, l’escluso. Nel processo di esclusione, Volpi evidenzia come l’esclusione e/o l’antagonismo sono per Laclau, pilastri costituenti di ogni identità. Nominare il nemico e nominare il noi in questo processo si rimandano l’uno all’altro: questo è l’insegnamento del populismo, ma è anche l’insegnamento di Schmitt.
In questa stessa direzione si colloca anche il contributo di Giacomo Tarascio che approfondisce uno dei nodi teorici trasversali al volume. Tarascio insiste sulla posizione differente tra Gramsci e il duo Laclau/Mouffe sulla relazione che il linguaggio ha con i processi egemonici. In Gramsci, la linguistica è strettamente connessa al nucleo della filosofia della praxis: l’analisi delle strutture grammaticali si incrocia inatti con i processi sociali, evidenziando il carattere conflittuale del linguaggio. Una posizione antitetica, riconducibile a Laclau, emerge dalla teoria del discorso in ambito politico, in cui la dialettica tra equivalenza e differenza struttura le frontiere antagonistiche. Il saggio rafforza così l’impianto del libro, mostrando come la riflessione sul populismo non possa prescindere da un’analisi storica e conflittuale delle pratiche egemoniche. In questo senso, il saggio di Tarascio contribuisce a chiarire il nesso tra costruzione del popolo, istituzione dell’ordine politico e possibilità di una critica immanente del potere, evitando sia derive normativistiche sia riduzioni meramente descrittive dell’egemonia.
Sul piano empirico, il saggio di Samuele Mazzolini si sofferma sul populismo ecuadoriano della cosiddetta Revolución Ciudadana guidata da Rafael Correa che, in qualche modo, presenta diverse peculiarità con la teoria laclauiana. L’avvento di Correa rappresenta un caso emblematico della dinamica di una pratica populista, le cui tensioni emergono nel confronto con la gestione del governo e con gli effetti prodotti da quest’ultima. Estendendo l’analisi, si manifestano ostacoli relativi al ruolo del significante vuoto, inteso come vertice di una frontiera di domande, serpeggiando tra la figura del leader e la domanda astratta. L’influenza dettata dalle scelte politico-economiche variò lo status quo del significante vuoto che risultò essere una leadership apodittica e non democratica, dissolvendo l’impianto laclauiano. Un’interessante possibilità di estensione dell’analisi proposta da Mazzolini potrebbe consistere nel mettere in tensione modelli differenti di leadership, distinguendo tra una leadership apodittica e una leadership che si presenta come democratica e sperimentale. In questa prospettiva, l’esperienza di Mimmo Lucano e del cosiddetto Modello Riace non si configura come un caso paradigmatico di populismo, quanto piuttosto come un laboratorio politico locale, in cui la costruzione del consenso ha operato come mediazione rispetto a decisioni fondate sulla volontà popolare. Al di là dei confronti tra singole figure di leadership, il populismo può essere inteso come un dispositivo di transizione e di irruzione politica, che mostra tuttavia evidenti difficoltà nel momento del suo mantenimento e della sua istituzionalizzazione.
Nel penultimo contributo di questo volume, avviene una mescolanza tra ciò che si sta cercando di determinare come populismo e la figura del repubblicanesimo. Di fatto, Luciana Cadahia e Valeria Coronel propongono una nuova lettura del populismo che si distacca sia dalle ingerenze liberali, sia da quelle che polarizzano l’omogeneità di un popolo contro uno Stato che opprime. La novità portata avanti da Cadhia e Coronel, rispetto ai contributi, è l’avanzata di un’idea di un populismo repubblicano in cui lo Stato non è un nemico da sconfiggere, ma uno spazio in cui c’è anche trasformazione politica. In questa prospettiva, il populismo può diventare una pratica di democratizzazione radicale capace di articolare conflitto, istituzioni e partecipazione popolare. Il contributo di tale saggio poggia nel tentativo di superare letture che semplificano lo stesso populismo, mostrandolo come una forma di razionalità politica che interroga il rapporto tra libertà, potere e sovranità popolare.
L’ultimo contributo, è il saggio di Sebástian Moreno che, attraverso una prospettiva analitica, mette in relazione pratiche discorsive e processi di significazione, evidenziando come il populismo operi non solo come logica politica, ma anche come dispositivo semiotico capace di produrre senso e identità collettive. Attraverso l’intreccio tra dimensione sociale e costruzione simbolica, Moreno sottolinea il ruolo centrale dei segni e dei codici nella performatività del discorso populista. In questa prospettiva, il populismo si manifesta come una pratica di articolazione semiotica- e non politica- che struttura il campo del conflitto attraverso operazioni di inclusione ed esclusione, rendendo intelligibili le domande sociali mediante specifiche grammatiche di discorso. Il contributo di Moreno arricchisce così il volume mostrando come la dimensione simbolica non sia accessoria, ma costituente nei processi di costruzione del popolo e delle sue forme di legittimazione politica.
Nel complesso, L’appello al popolo si presenta come un volume teoricamente ambizioso, che offre strumenti concettuali utili per comprendere le dinamiche del populismo contemporaneo. Se da un lato la densità teorica di alcuni saggi può rendere la lettura impegnativa per un pubblico non specialista, dall’altro proprio questa complessità rappresenta uno dei principali punti di forza del libro. Il volume non fornisce una definizione unica di populismo, ma propone una pluralità di prospettive che, nel loro insieme, contribuiscono a chiarire perché l’appello al popolo rimanga una risorsa politica centrale nelle democrazie del nostro tempo.
Mattia Bufano è dottore in Scienze filosofiche presso l’Università della Calabria.