articolo | 10 febbraio 2026

Patagonia: fuoco, negazionismo e cospirazionismo

Patagonia: fuoco, negazionismo e cospirazionismo

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Maristella Svampa ed Enrique Viale

 

I distopici incendi che hanno devastato la Patagonia argentina sono, senza alcun dubbio, un effetto del cambiamento climatico. Ma l’esistenza di un governo negazionista – come quello guidato da Javier Milei – insieme alla circolazione di teorie complottiste, aggrava ulteriormente il quadro. In questo contesto, il disprezzo per le politiche antincendio procede di pari passo con la decisione dell’esecutivo di smantellare la Legge sui Ghiacciai.

In Argentina, la Patagonia settentrionale brucia. Ogni estate la scena si ripete, ma ogni anno in una versione più drammatica e apocalittica: anticipi infiammabili di un collasso sistemico da cui non possiamo fuggire e che ormai è davanti ai nostri occhi. Crisi climatica, politiche pubbliche negazioniste, definanziamento e disinteresse statale, capitali internazionali e interessi immobiliari nella terra, riluttanza dei media a occuparsene. A questo si aggiungono l’invasione di specie esotiche (come il pino radiata), le politiche repressive, il razzismo antiindigeno e la proliferazione di letture cospirazioniste e antisemite che amplificano la catastrofe annunciata e distorcono il quadro interpretativo di ciò che sta realmente accadendo.

Tutti questi elementi fanno della Patagonia settentrionale – in particolare della cosiddetta Comarca Andina (Parallelo 42°, tra il sud della provincia di Río Negro e il nord della provincia di Chubut) – non più un paradiso desiderato, ma un vero e proprio analizzatore sociale, capace ogni anno di rivelare dinamiche sociopolitiche che anticipano, su piccola scala, ciò che potrebbe accadere nel resto della società argentina.

Prima di tutto, gli incendi sono legati alla crisi climatica. Siamo al limite di cambiamenti sistemici che possono rendere il pianeta ostile alla vita. Viviamo in quella che è stata definita l’era dei “collassi climatici localizzati”, visibili nell’aumento della frequenza di eventi estremi – urbani e rurali – che trasformano dall’oggi al domani città, campi e foreste in zone di guerra: incendi, tornado, inondazioni, tempeste, uragani, siccità estreme, ondate di caldo e di freddo.

Gli incendi sono forse l’immagine più iconica di questo collasso ambientale. Il fuoco rilascia enormi quantità di energia e produce una propria “meteorologia”, rendendo i roghi distruttivi e incontrollabili. Per questo motivo si parla oggi di “incendi di sesta generazione”, che alterano la dinamica atmosferica ad alta quota e generano venti imprevedibili che rendono impossibile anticiparne il comportamento.

Oggi i megaincendi colpiscono la Patagonia settentrionale in un contesto di siccità persistente e di un’ondata di caldo che nell’ultimo mese ha superato i 15 giorni consecutivi. La normalità climatica non esiste più: negli ultimi 15 anni il regime idrico è cambiato radicalmente. Nell’inverno 2025 quasi non è nevicato, come hanno segnalato le associazioni turistiche di Bariloche; meno neve in montagna significa meno acqua nei mesi successivi. Un rapporto dell’INTA (11 gennaio 2026) ha confermato una riduzione tra il 30% e il 40% delle precipitazioni in alta quota.

A partire dagli anni ’70, la deforestazione e la sostituzione degli alberi autoctoni con specie esotiche – in particolare il pino radiata, introdotto dal Nord del mondo – hanno prodotto conseguenze drammatiche con l’avanzare della crisi climatica. Il pino radiata possiede una particolare genetica del fuoco: i suoi coni, riscaldandosi, esplodono e disperdono i semi come granate. Il risultato è una dinamica tragica di distruzione, rigenerazione e invasione, mentre il bosco nativo arretra e si perdono specie centenarie come coihue, lenga, notro e maitén.

Il noto ambientalista Lucas Chiappe, attivo nella Comarca Andina, denuncia da decenni l’espansione di queste monoculture. Nel gennaio 2025 scriveva: «Esiste una linea diretta tra la distruzione del bosco nativo, il suo successivo rimpiazzo con foreste commerciali di rapida crescita e gli incendi devastanti che sta vivendo la Comarca Andina». Oggi Chiappe è diventato simbolicamente una vittima della tragedia: gli incendi hanno distrutto la sua casa e la sua proprietà nella zona di Epuyén, soprannominata “il Santuario”.

 

A livello nazionale l’Argentina si trova di fronte a un governo di estrema destra negazionista, che nega la crisi ecologica e climatica e che ha soppresso politiche ambientali, riducendo costantemente i budget in nome del “ritiro dello Stato”. In questo contesto gli incendi si moltiplicano e divorano boschi, ecosistemi, vite umane e animali, abitazioni.

Il definanziamento è nazionale e provinciale: parlamentari delle province colpite – tra cui Chubut – hanno votato budget che riducono le politiche antincendio. Nel 2024 il governo ha eseguito solo il 22% del bilancio destinato al Servizio Nazionale di Gestione del Fuoco (SNMF), nonostante fosse un anno con il più alto numero di roghi. Nel 2025 la spesa è aumentata, ma il 25% dei fondi è rimasto inutilizzato, anziché impiegato per attrezzature, infrastrutture e formazione dei brigadisti.

I brigadisti [vigili antincendio forestali] sono precarizzati e sottopagati: un brigadista senza anzianità in Patagonia guadagna circa 860.000 pesos (590 dollari). Nei Parchi Nazionali ne esistono 391, ma ne servirebbero almeno 700.

Nel frattempo, il bilancio 2026 aumenta i sussidi ai combustibili fossili, raggiungendo 651.600 milioni di pesos (+6% reale rispetto al 2025). Un paradosso, considerando che la crisi climatica è causata dalle emissioni da fossili e dai cambiamenti d’uso del suolo.

Il governo Milei non affronta gli incendi in chiave preventiva, ma come una questione di sicurezza interna, come aveva già fatto l’ex ministra Patricia Bullrich. In questo clima si è consolidata una campagna antiindigena contro il popolo mapuche, in un contesto di conflitto per la terra e di espansione di petrolio, miniere, dighe e megaproyecti turistici.

Parallelamente, circolano teorie cospirazioniste come quella del “Piano Andinia”, una vecchia teoria antisemita che dipinge la Patagonia come oggetto di un complotto ebraico per appropriazione territoriale attraverso la “depopolazione” via incendi. Queste narrazioni – basate su voci sulla presenza di soldati israeliani o sulla vendita di terreni a colonizzatori israeliani – non solo sono irresponsabili, ma alimentano il fuoco dell’antisemitismo e distolgono l’attenzione da ciò che accade realmente: speculazione immobiliare, cambi d’uso del suolo, e tentativi di deregolamentazione.

Un esempio: il governo Milei ha incluso nel decreto d’urgenza 70/2023 la deroga della legge 26.737 sulle Terre Rurali, che limita la proprietà straniera e vieta agli stranieri di possedere terre con risorse idriche. Se la deroga passasse, l’impatto sulla tenuta della terra sarebbe enorme.

Da un lato si criminalizzano i mapuche, dall’altro si diffonde un complotto antisemita. Sono due facce della stessa medaglia: evadere responsabilità politiche, oscurare la crisi climatica, creare capri espiatori.

Gli autori sottolineano che gli incendi non devono far perdere di vista una battaglia ambientale cruciale: la difesa dei ghiacciai e delle aree periglaciali, ossia le riserve d’acqua. Il governo Milei nega la crisi climatica, definanzia le istituzioni, promuove l’estrattivismo minerario e punta a modificare in Senato – il 10 febbraio – la Legge sui Ghiacciai, per consentire attività mineraria in aree protette.

Il lobby minerario ha nomi e cognomi: Veladero (Barrick-Shandong), Vicuña (Lundin-BHP), Pachón (Glencore), Los Azules (Rio Tinto). Il 10 gennaio Milei si è incontrato con dirigenti di BHP e Lundin Mining, protagonisti della richiesta di revisione normativa.

Nel frattempo, i grandi media evitano di discutere la modifica della legge e tacciono sulle massicce mobilitazioni in corso a Mendoza contro la megamineria.

I megaincendi sono destinati a restare e pongono un enorme sfida sociale e politica: serve una cultura della cura del bosco e della montagna, una alfabetizzazione sul fuoco nelle zone di interfase e una capacità di auto-organizzazione comunitaria. Ma serve anche pretendere più Stato e più risorse pubbliche, in un mondo dominato da quello che gli autori definiscono il “fascismo fossile”.

La parola d’ordine è: che il fuoco non nasconda i ghiacciai. Perché incendi e ghiacciai sono parte della stessa crisi sistemica e delle stesse politiche governative, alle quali occorre rispondere con la difesa della vita, dei territori e dei beni comuni.

 

Questo articolo è apparso originariamente su Nueva Sociedad l'11 gennaio 2026

Data

10 febbraio 2026

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