Valerio Alfonso Bruno
In Italia la destra populista radicale viene spesso descritta quale fenomeno genuinamente identitario, strettamente ancorato al contesto nazionale, sebbene collocabile internazionalmente all’interno di una vasta costellazione di partiti sovranisti e movimenti anti-immigrazione uniti da una concezione rigida, e spesso vaga, di patria. Ad un’analisi più approfondita la situazione appare differente. Se è vero che per lungo tempo i partiti e i leader della destra radicale populista hanno evitato di creare legami tra loro, oggi è diversa. Nel 2020, in un breve articolo scritto con James F. Downes, apparso online per il blog “Democratic Audit” della LSE, avevo esplorato come Fratelli d’Italia stesse provando, con un certo successo, a costruire reti globali sotto l’insegna del conservatorismo sovranista.
Le differenze nazionali, le rivalità elettorali e l’enfasi sulla sovranità statale hanno spesso rappresentato elementi difficili da supere per la costruzione di un fronte comune a livello internazionale. Tuttavia nell’ultimo decennio questa dinamica è cambiata in modo evidente, con un forte dinamismo delle relazioni transnazionali tra questi attori. In questa direzione, il nuovo libro di Manuela Caiani, La transnazionalizzazione della destra radicale (Il Mulino, 2025), offre un contributo importante. La domanda che guida l’analisi del libro è: se i soggetti politici che proclamano la centralità assoluta della nazione stessero, nel frattempo, costruendo reti di cooperazione transfrontaliere?
Sulla base di un vasto lavoro teorico ed empirico, condotto su centinaia di attori in diversi paesi europei, Caiani mostra che la destra radicale non è più soltanto una somma, frammentata ed eterogenea, di realtà nazionali capaci di mobilitare consenso, quanto un vero ecosistema politico che apprende, coopera e si rafforza tramite una continua attività d’interazione transnazionale. E la cooperazione non riguarda solo i partiti istituzionali, al contrario è fondamentale quanto si trova a gravitare attorno: una galassia articolata di movimenti e gruppi, dagli anti-gender ai cospirazionisti, dai collettivi anti-vax agli influencer digitali e media alternativi.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è il rapporto tra nazionalismo e transnazionalismo. Le destre radicali non abbandonano il “format” nazionalista, che resta centrale, ma lo modulano quando conviene stringere alleanze con attori “stranieri” contro un nemico percepito come globale. Esempi di tali nemici possono includere l’Unione Europea, le élite cosmopolite, l’immigrazione, il femminismo, la “scienza ufficiale”, o più in generale l’ordine istituzionale della democrazia liberale che imporrebbe vincoli alla volontà della nazione. In questo modo temi locali vengono trasformati in battaglie internazionali e viceversa, attraverso quella che possiamo definire un’ideologia di ispirazione sovranista: infarcita di narrazioni nostalgiche che vagheggiano il ritorno un passato in cui la sovranità sarebbe stata esclusivo appannaggio del popolo e della nazione
Le piattaforme digitali svolgerebbero un ruolo cruciale in questo processo. I social media permettono la circolazione rapida di slogan, simboli, meme e narrazioni che diventano un linguaggio comune della destra radicale. Senza bisogno di strutture rigide o coordinamenti formali, attori diversi possono lanciare campagne simultanee, apprendere nuove forme di protesta e normalizzare discorsi illiberali. La transnazionalizzazione, sembra suggerire Caiani, passa spesso più dalla cultura politica digitale che dalla diplomazia tra partiti.
Il volume mette inoltre in luce alcune tra le contraddizioni interne di questo fenomeno: rivalità nazionali, concorrenza elettorale e divergenze strategiche restano elementi reali. Tuttavia, la destra radicale mostra una sorprendente capacità di cooperare quando percepisce una minaccia comune e di tornare a competere quando ciò conviene. Si tratta di un coordinamento flessibile, perfettamente adatto a un contesto segnato da crisi multiple e comunicazione digitale continua.
Se stringiamo lo sguardo sull’Unione Europea, oggi è presente una rete sempre più fitta di incontri, alleanze formali e informali, sostegni elettorali reciproci e collaborazioni all’interno delle istituzioni sovranazionali, in particolare il Parlamento europeo. Potremmo chiederci chi stia veramente guidando questo processo, quali temi accomunino partiti e leader di quest’area e perché oggi risulti così importante per loro collaborare. Da un lato, sono emerse figure politiche e/o economiche, si pensi a Steve Bannon o Elon Musk (MEGA), desiderose di accreditarsi come catalizzatori di un movimento globale della destra radicale, promuovendo una visione condivisa su migrazione, identità nazionale, critica delle élite e difesa dei valori tradizionali. Per il momento si sono rivelati tentativi effimeri. Dall’altro, temi quali l’opposizione al multiculturalismo, la contestazione dell’integrazione europea e la narrazione di una “crisi” culturale occidentale fungono da collante ideologico tra formazioni con storie e priorità nazionali differenti. La collaborazione transnazionale risponde inoltre a logiche strategiche: in un mondo globalizzato, i leader populisti di destra sembrano aver compreso che restare isolati indebolisce la loro capacità di influenzare l’agenda politica internazionale. Coordinare le campagne mediatiche, scambiarsi strumenti comunicativi e sostenersi a vicenda nelle elezioni nazionali sono modalità che consentono di amplificare il proprio messaggio e rafforzarne la legittimità. Allo stesso tempo, l’unione garantisce un maggiore peso nelle istituzioni europee e contribuisce a costruire un’immagine di forza e di inevitabilità del loro progetto politico.
Per chi studia il declino della democrazia liberale, le conclusioni del libro sono rilevanti. Non è più possibile analizzare le destre radicali restando entro i confini nazionali: le battaglie culturali e politiche contemporanee si giocano su scala transnazionale, e gli attori illiberali sembrano aver sfruttato questa dimensione prima dei loro oppositori. L’ascesa della destra radicale non è soltanto una sfida interna ai singoli Stati, bensì un processo integrato che utilizza reti informali e infrastrutture digitali per erodere istituzioni e principi della democrazia liberale.
A spingere questa cooperazione è la convinzione che, di fronte a sfide globali, solo legami transnazionali possano risultare efficaci. E se è vero che oggi non esiste ancora un’organizzazione formale paragonabile all’Internazionale socialista, la quantità e qualità delle attività transnazionali della destra radicale svolge già de facto le funzioni di una simile struttura.
In conclusione, La transnazionalizzazione della destra radicale si rivela un testo importante e solido, sia per comprendere l’evoluzione organizzativa di queste forze che per interpretare i profondi cambiamenti che stanno trasformando l’Europa. Ignorare la dimensione transnazionale delle nuove destre significa rischiare di sottovalutarne le prospettive della reale portata politica che appare ancora lungi dall’essersi completamente attuata.
Valerio Alfonso Bruno è assegnista di ricerca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore