articolo | 29 giugno 2026

Meloni vs Trump: leggere lo scontro con la giusta cautela

Meloni vs Trump: leggere lo scontro con la giusta cautela

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Valerio Alfonso Bruno 

 

Gran parte degli analisti, in Italia e all’estero, ha descritto il recente scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump, come una rottura definitiva, in grado di compromettere le relazioni tra i due Paesi, fino a poco tempo fa ritenute molto solide. In effetti si tratta di una lettura corretta: tuttavia, andando a vedere più da vicino, il quadro si rivela assai meno netto.

Il casus belli è noto. Prima in un’intervista a margine del G7 di Évian-les-Bains in Francia, e poi con un post sul suo canale social Truth, Trump ha sostenuto che la Presidente del Consiglio italiana lo avesse «implorato» per fare una fotografia. La replica di Meloni non si è fatta attendere, con un video diffuso il 19 giugno, nel quale definiva il racconto «completamente inventato», chiudendo con una frase destinata a circolare più dei contenuti che la precedevano: «L’Italia e io non chiediamo mai l’elemosina». Successivamente Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri, ha annullato una trasferta negli Stati Uniti, buona parte dell'opposizione si è schierata con la premier, e l'intera vicenda è stata immediatamente interpretata, in Italia (ma anche da gran parte della stampa estera), come la fine di un'alleanza che molti davano per naturale e duratura.

La tentazione di leggere tutto questo come una frattura strutturale è comprensibile, ma fuorviante. Conviene tenere insieme due piani che il commento giornalistico tende a sovrapporre: la tensione reale, da un lato, e il significato che le viene attribuito, dall'altro.

 

La tensione tra Italia e USA è reale

Non è in discussione che qualcosa sia accaduto, e non è nemmeno in discussione che l’apparente rottura con Trump possa aiutare Meloni e la coalizione di destra nelle prossime elezioni generali, previste per il 2027.

La frizione esiste, ed è seria. La leader di Fratelli d’Italia aveva costruito una parte consistente della propria proiezione internazionale sull'idea di essere il ponte fra Trump e l'Europa, l'unica leader europea capace di parlare a Washington senza subirla. Su questo terreno si era giocata legittimità interna ed esterna. Ma le divergenze si sono accumulate: sull'Iran, dove l’Italia non ha seguito l'amministrazione americana nella sua linea più muscolare e dove Trump ha lamentato l'assenza degli alleati dopo le tensioni sullo Stretto di Hormuz; sull'Ucraina, dove le priorità non coincidono; sul dossier, più simbolico ma rivelatore, della Groenlandia. Lo scontro sulla fotografia non ha creato questa distanza: l'ha portata allo scoperto, traducendo in registro personale un divario che era già politico.

 

Perché non parlare di “rottura”

Ed è precisamente questo calcolo a suggerire prudenza. La relazione fra i due si è dimostrata, fin dall'inizio, eminentemente pragmatica, al di là della comune piattaforma ideologica. Ciò che oggi appare come una rottura ha buone probabilità di rivelarsi una fase transitoria, con distanza e riavvicinamento che si alternano al variare degli interessi. Non sarebbe la prima volta che accade fra leader di questa famiglia politica, e difficilmente sarà l'ultima.

Chi legge la vicenda attraverso la lente dell'amicizia tradita o dell'alleanza infranta applica una grammatica sentimentale a rapporti che obbediscono a una logica diversa. Le aperture calorose dei mesi scorsi e gli attacchi di questi giorni non sono due verità in contraddizione fra loro: sono due posizioni della stessa funzione, attivate da convenienze diverse. Interpretare l'oscillazione come incoerenza significa attendersi una fedeltà che non appartiene a questo tipo di attori.

 

Relazioni internazionali e destra populista radicale

Al di là della cronaca del singolo scontro, la destra populista radicale condivide una “grammatica” più che un progetto comune. È un punto che la letteratura comparata ha messo a fuoco da tempo, a partire dalla definizione di destra populista radicale proposta, tra gli altri, da Cas Mudde, e che trova conferma con regolarità anche nell'analisi del caso italiano, da Fratelli d'Italia in poi.

Questi soggetti politici sono, in primo luogo, nazionalismi e sovranismi. Il nativismo, l'enfasi sulla sovranità, la difesa di un'idea organica di comunità nazionale costituiscono il loro nucleo non negoziabile. Tutto il resto, comprese le alleanze internazionali, è subordinato a quel nucleo. Da ciò discende una doppia dinamica che la vicenda Meloni-Trump illustra quasi in laboratorio: questi attori si allineano sui nemici e si ricalibrano sugli interessi.

Si allineano sui nemici perché è sul fronte degli antagonisti, l'immigrazione, le élite sovranazionali, il progressismo culturale, una globalizzazione percepita come minaccia identitaria, che condividono il lessico e si riconoscono reciprocamente. È la convergenza negativa a tenerli insieme, non un disegno positivo condiviso. Tuttavia, essi si ricalibrano sugli interessi perché, quando si passa dal nemico comune all'agenda concreta, e dunque all'Iran, all'Ucraina, all'energia, alla collocazione strategica del proprio Paese, il primato del nazionalismo riemerge e ciascuno torna a difendere il proprio interesse nazionale, anche contro un sodale.

La conseguenza analitica è importante. I nazionalismi ed i sovranismi obbediscono a una logica tendenzialmente “a somma zero”: ciascuno definisce il proprio interesse nazionale come prioritario e non cedibile, e la sommatoria di questi interessi non compone un interesse comune, bensì un saldo in cui il vantaggio dell'uno tende a essere percepito come perdita dell'altro. È questo che rende complessa, e strutturalmente instabile, la loro iterazione sul piano internazionale: manca il presupposto, un interesse sovranazionale condiviso, su cui edificare una cooperazione duratura. La solidarietà transnazionale della destra populista radicale è perciò reale ma poco profonda: funziona come riconoscimento di una grammatica condivisa, non come vincolo di un progetto comune, e non produce un blocco coeso e disciplinato sulla scena internazionale. Le sue divergenze non sono tradimenti né anomalie: sono il modo in cui nazionalismi diversi gestiscono il fatto, strutturale, di non potere condividere un interesse nazionale unico.

Sarebbe però altrettanto errato negare ciò che invece resta saldo. La consonanza a livello di ideologie e di pratiche è innegabile: il nativismo, la retorica della sovranità, l'ostilità verso le medesime élite e i medesimi avversari continuano a fornire un terreno comune che non scompare con il singolo litigio. Proprio la coesistenza di questi due piani, divergenza degli interessi e convergenza dell'ideologia, rende sbagliata la lettura della rottura come definitiva. La chiave non è la fedeltà, quanto il pragmatismo: distanza e riavvicinamento si alternano spesso e volentieri sullo sfondo di una sintonia ideologica che permane, e che consente di ricomporre con grande rapidità ciò che gli interessi avevano momentaneamente diviso.

Ne deriva una cautela che vale ben oltre il singolo episodio: quando si osservano strappi clamorosi fra leader di questa area, la domanda da porsi non è se l'amicizia regga, ma quali interessi nazionali si stiano momentaneamente divaricando e su quali nemici comuni la convergenza possa rapidamente ricomporsi. Lo scontro fra Meloni e Trump non è dunque il segno di una rottura definitiva, ma un caso utile per ricordare cosa tiene insieme, e cosa separa, la destra populista radicale contemporanea.

 

Valerio Alfonso Bruno è assegnista di ricerca e docente a contratto presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

29 giugno 2026

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