articolo | 29 marzo 2026

Mar Rosso, gli Huthi sfidano il commercio globale

Mar Rosso, gli Huthi sfidano il commercio globale

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Beatrice Nicolini

 

I recenti sviluppi nel Mar Rosso hanno riportato al centro dell’attenzione internazionale lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali “colli di bottiglia” del commercio globale, attraverso il quale transita circa il 12% degli scambi mondiali. In questo spazio marittimo, che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez, si stanno concentrando tensioni che intrecciano dimensioni locali, regionali e globali. I numerosi e indiscriminati attacchi perpetrati dagli Huthi contro navi commerciali e petroliere – spesso giustificati come parte di una strategia di pressione contro Israele e i suoi alleati e inseriti in una più ampia dinamica di allineamento con l’Iran – hanno trasformato quest’area in un epicentro della crisi geopolitica contemporanea.

Gli Huthi (al-Ḥūthiyyūn) sono un gruppo armato prevalentemente sciita zaydita, originatosi nello Yemen settentrionale alla fine del Novecento. Il movimento prende il nome dal suo fondatore, Hussein Badreddin al-Huthi, e si è progressivamente strutturato come organizzazione politico-militare con la denominazione di Anṣār Allāh (“Partigiani di Dio”), talvolta anche identificata con il precedente nucleo della “Gioventù Credente” (al-Shabāb al-Muʾmin). Fin dalle origini, il gruppo ha espresso una forte opposizione al governo centrale yemenita, denunciato come corrotto e subordinato a interessi esterni, in particolare sauditi e statunitensi.

Nel corso degli anni Duemila, gli Huthi sono passati da movimento religioso-politico a forza armata organizzata, dando avvio a una serie di insurrezioni nel nord dello Yemen. Tuttavia, è soprattutto a partire dal 2015 – con l’esplosione della guerra civile yemenita e l’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita – che il gruppo ha consolidato il proprio potere territoriale e politico. Oggi gli Huthi controllano una porzione significativa del paese, comprendente le aree più densamente popolate, inclusa la capitale Sana’a, e governano direttamente o indirettamente territori in cui vive la maggioranza della popolazione yemenita, stimata attorno ai 30 milioni di persone.

Lo Yemen rappresenta un contesto strutturalmente fragile: pur disponendo di risorse naturali come petrolio e gas, queste restano in larga parte sottoutilizzate. Il paese è tra i più poveri al mondo, con un’economia fortemente dipendente dalle rimesse degli emigrati, che costituiscono una quota rilevante del prodotto nazionale. Le infrastrutture limitate, la frammentazione politica e la persistente violenza hanno impedito qualsiasi percorso stabile di sviluppo.

Per comprendere la complessità del quadro yemenita, è necessario richiamare anche la dimensione storica. Nel 1839, il porto di Aden divenne una base commerciale britannica strategica, rafforzata ulteriormente dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. La regione meridionale della Penisola Arabica si trovò così divisa tra influenza britannica e controllo ottomano, che si estese fino al 1918. Nel corso del Novecento, lo Yemen fu teatro di profonde trasformazioni, inclusi conflitti ideologici durante la Guerra fredda, quando il paese divenne uno spazio di competizione tra blocchi opposti. Solo nel 1990 si realizzò l’unificazione tra Yemen del Nord e Yemen del Sud, ma le tensioni interne non si esaurirono e riemersero già pochi anni dopo.

Il conflitto contemporaneo è spesso descritto in termini semplificati come uno scontro settario tra un fronte sciita sostenuto dall’Iran e uno sunnita guidato dall’Arabia Saudita. Tuttavia, tale interpretazione non coglie la complessità delle dinamiche locali, che includono rivalità tribali, interessi economici, frammentazioni politiche e interferenze esterne. Come sottolineato da diversi studiosi, tra cui Elizabeth Kendall, il rapporto tra Huthi e Iran è stato inizialmente pragmatico e opportunistico: Teheran ha progressivamente rafforzato il proprio sostegno al gruppo, fornendo tecnologia militare, inclusi droni e missili balistici, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni 2010.

Nel contesto attuale, gli Huthi hanno ampliato il proprio raggio d’azione oltre i confini yemeniti, colpendo il traffico marittimo nel Mar Rosso. Questi attacchi si inseriscono in una più ampia strategia di pressione regionale, con una chiara dimensione simbolica e politica legata al conflitto israelo-palestinese e al posizionamento dell’Iran nel sistema internazionale. Le operazioni nel Bab el-Mandeb hanno avuto conseguenze immediate sulle catene di approvvigionamento globali: l’aumento dei premi assicurativi, che possono raggiungere cifre estremamente elevate per singolo transito, e la necessità di deviare le rotte marittime stanno generando costi aggiuntivi significativi per le compagnie di navigazione.

A questo proposito, è fondamentale distinguere tra lo stretto di Bab el-Mandeb e quello di Hormuz, spesso associati ma profondamente diversi sul piano strategico. Lo Stretto di Hormuz rappresenta un passaggio quasi obbligato per il traffico petrolifero del Golfo Persico: una sua eventuale chiusura comporterebbe effetti immediati e sistemici sull’economia globale, con alternative estremamente limitate. Bab el-Mandeb, invece, pur essendo cruciale per il collegamento tra Oceano Indiano e Mediterraneo, consente una rotta alternativa, ossia la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.

Questa possibilità non elimina la criticità dello stretto, ma ne modifica la natura strategica. Le navi possono evitare il Mar Rosso, ma a costi molto elevati: l’allungamento dei tempi di navigazione (fino a 12–15 giorni), l’aumento dei consumi di carburante e dei costi operativi, nonché il rialzo dei premi assicurativi, possono tradursi in incrementi fino a centinaia di migliaia o milioni di dollari per singola tratta. Di conseguenza, anche senza una chiusura totale dello stretto, l’instabilità nel Bab el-Mandeb ha effetti profondi sull’economia globale, contribuendo a ritardi nelle consegne e a un aumento generalizzato dei prezzi.

In questo scenario, alcuni attori statali stanno adottando strategie di lungo periodo per adattarsi alla vulnerabilità delle rotte tradizionali. Il Marocco, ad esempio, ha investito nello sviluppo di grandi infrastrutture portuali sull’Atlantico, come il complesso di Tanger Med, con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo come hub logistico globale e intercettare flussi commerciali alternativi rispetto al Mediterraneo orientale e al Mar Rosso. Questi investimenti riflettono una crescente consapevolezza geopolitica: la dipendenza da pochi passaggi strategici espone il sistema commerciale internazionale a shock improvvisi e potenzialmente destabilizzanti.

In conclusione, gli Huthi rappresentano oggi molto più di un attore locale della guerra yemenita. La loro capacità di incidere su una delle principali arterie del commercio mondiale evidenzia come gruppi armati non statali possano influenzare equilibri globali, soprattutto quando inseriti in reti di alleanze regionali. La crisi del Bab el-Mandeb non è soltanto una questione di sicurezza marittima, ma un segnale della trasformazione in atto nell’ordine internazionale, dove la competizione per il controllo delle rotte e dei nodi strategici assume un ruolo sempre più centrale.

 

Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Data

29 marzo 2026

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