Eugenia Mattei
Nella basilica di Santa Croce a Firenze, il monumento che custodisce i resti di Niccolò Machiavelli porta incisa una frase inquietante: Tanto nomini nullum par elogium — “nessun elogio è adeguato a tanto nome”. Scritte nel XVIII secolo, queste parole risuonano tutt’oggi. Pochi autori sono stati letti, discussi e reinterpretati nelle diverse epoche come Machiavelli.
Oggi Machiavelli torna a manifestarsi come uno spettro a Davos, al Forum Economico Mondiale. E, come ogni fantasma, sembra portare con sé questioni irrisolte: che cosa implica questo spettro per il presidente Javier Milei e per chi osserva? Che cosa ci porta la sua figura nel XXI secolo? Quali domande pone sul potere, sulla politica e sulle passioni umane? Questo articolo coglie l’occasione per ritornare a Machiavelli e esplorare i suoi testi.
Esiste un Machiavelli “eterno”, atemporale, che riflette sulle caratteristiche del politico in ogni tempo e luogo, e che strumentalizza senza pudore la Storia (soprattutto quella di Roma classica, da lui venerata) come grande metafora della propria visione. Ma esistono anche le varie letture di Machiavelli: in ogni periodo storico la sua ricezione assume prospettive diverse — in un certo senso la ricezione di Machiavelli è sempre storica.
I modi in cui Machiavelli viene utilizzato cambiano: i Machiavelli di Croce, Gramsci, Mussolini, Sarmiento, Alberdi o Bonaparte sono molto differenti tra loro, così come lo è l’antimachiavellismo. Leggerlo in epoche diverse pone questioni che invitano a pensare come si esercita il potere, come si gestiscono i conflitti e quale ruolo giocano le passioni nella politica. L’invito è semplice: leggerlo, riflettere e lasciare che i suoi testi parlino di nuovo. Come fanno gli spettri.
Machiavelli e Savonarola
Cosa intendeva il presidente argentino quando ha affermato che “Machiavelli è morto”? È una frase altisonante destinata a provocare o celare una sorta di verità grammaticale nella quale Javier Milei si inscrive, insieme al suo movimento?
Machiavelli fu colpito particolarmente da un suo contemporaneo, Girolamo Savonarola. La sua voce trascinava le folle: le chiese si riempivano di persone che non trovavano posto. Savonarola parlava e il popolo fiorentino credeva di ascoltare Dio.
Come ricorda Sandro Landi, in una lettera di Machiavelli a Ricciardo Becchi del marzo 1498 sottolinea il talento oratorio del frate, e nei Decennali del 1506 la capacità di tenere il popolo “avvolto” dalla parola. La persuasione di Savonarola funzionava attraverso una parola che “incantava”, catturando tramite l’udito e sospendendo la distanza critica.
La sua leadership non si basava su istituzioni, ma su un’adesione affettiva intensa, organizzata intorno a una promessa di verità e purificazione.
Da questa prospettiva, lo spettro che attraversa Davos non illumina tanto il presunto antimachiavellismo di Milei quanto piuttosto il suo rovescio: Milei sembra inscriversi nella tradizione savonaroliana — la centralità della parola accesa, l’appello a una verità superiore (economica o morale), la promessa di purificazione e la divisione netta tra redenti e condannati.
Machiavelli e il “machiavellismo”
Pochi pensatori hanno trasformato il proprio cognome in dottrina (“machiavellismo”) e aggettivo quotidiano. Nel linguaggio comune, “machiavellico” indica astuzia, freddo calcolo e mancanza di scrupoli — come quando si parla di “Trump, un leader machiavellico”. Questo passaggio dal nome proprio al senso comune mostra la forza dell’immagine consolidatasi molto presto.
Per i padri fondatori argentini, ad esempio, Machiavelli rappresentava arbitrarietà e dispotismo: Sarmiento lo associava a Rosas, e Alberdi lo vedeva come incentivo alla tirannia.
Ma Machiavelli è più della sua leggenda nera. I suoi testi offrono strumenti per leggere la politica in un altro modo: non solo come strategie per aggirare i nobili, ma come chiave per il popolo con cui accedere allo spazio politico, specialmente nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio.
In queste opere il popolo non è più spettatore passivo, ma soggetto capace di decifrare le azioni dei governanti, anticipare i loro movimenti e partecipare attivamente al conflitto politico.
Politica, potere e libertà
Per Machiavelli la libertà non è uno stato pacifico garantito una volta per tutte, ma una pratica sempre instabile che nasce dalla tensione tra chi desidera comandare e chi non vuole essere comandato. Le repubbliche italiane incarnarono questa esperienza come forma concreta di autogoverno.
Machiavelli non idealizza il popolo: anche esso è ambizioso e ha passioni che necessitano spazi di espressione, soprattutto nelle città in cui il popolo decide delle questioni più importanti.
L’inganno nella politica — affermava — non consiste nel manipolare una realtà trasparente, ma nel comprendere che la realtà politica si costruisce in un gioco di rappresentazioni.
Il fantasma di Machiavelli oggi
Che fantasma rappresenta Machiavelli e perché dobbiamo tornare a lui? Quando Milei dichiara la sua morte, non lo esorcizza: lo evoca. Lo mantiene in un’area intermedia, né vivo né morto, come uno spettro che parla attraverso di lui.
Milei parla come il profeta che — in fondo — vuole essere: un internazionalista di destra, un guevarista senza frontiere del credo libertario, piuttosto che come presidente di uno Stato. Resuscita Savonarola e con lui le crociate inquisitoriali, le guerre ideologiche, l’intolleranza e il fanatismo.
Eppure Machiavelli non pensa il potere senza il popolo. Il legame tra leader e popolo è il nucleo stesso della politica, non un mero effetto retorico. Anche quando la politica è declinata in termini di mercato, il popolo resta presente come soggetto mobilitato dalla parola, dalla promessa di rottura e dall’identificazione affettiva con un leader.
Machiavelli torna non per offrire ricette, ma per disturbare il sonno delle interpretazioni facili. Per ricordarci che la politica non si sostiene nella continua esaltazione o nella guerra morale, ma nella capacità di istituire limiti, accettare l’instabilità e riconoscere il popolo come soggetto conflittuale e vigile.
Forse per questo continua a essere scomodo come gli spettri: perché insiste su una lezione poco eroica e profondamente politica — che governare non significa salvare, ma durare senza essere odiati; che non esiste controllo assoluto, ma solo contingenza; che la fortuna innalza e abbatte e non risponde né alla fede né a un programma.
In definitiva, Machiavelli ci mostra la politica come un fiume in movimento, dove non esistono posizioni definitive né vittorie garantite.
* Questo articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2026 su PanAm Revista.