articolo | 08 giugno 2026

Leggere Tucidide a Pechino

Leggere Tucidide a Pechino

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Damiano Palano

 

Poche espressioni hanno avuto probabilmente un destino simile a quello toccato alla «trappola di Tucidide». Coniata dagli studiosi di Relazioni Internazionali, quella formula è stata resa famosa dal politologo Graham Allison, che, in un suo libro di alcuni anni fa, ha affrontato la questione dei rapporti fra Usa e Cina chiamando in causa lo storico greco e svolgendo un’ampia comparazione fra alcuni casi storici di transizione egemonica negli ultimi sei secoli. Allison riprendeva una celebre frase della Guerra del Peloponneso, in cui Tucidide attribuiva la causa più profonda del conflitto alla crescita della potenza ateniese e alla paura che essa provocò a Sparta.

Il suo obiettivo consisteva nel comprendere se il meccanismo individuato da Tucidide dovesse rendere il conflitto fra Washington e Pechino «inevitabile» come fu la guerra tra Sparta e Atene. I risultati della comparazione non erano incoraggianti. In dodici casi la «trappola» aveva infatti condotto a conflitti militari, mentre solo in poche occasioni non ci furono guerre: tra Portogallo e Spagna alla fine del Quattrocento, tra Regno Unito e Usa tra Otto e Novecento, tra Washington e Mosca durante la Guerra fredda, tra Francia e Germania dopo il 1989 (in occasione della riunificazione tedesca). Evidentemente non tutti tali casi (e soprattutto l’ultimo) erano tra loro realmente confrontabili, ma Allison guardava soprattutto a questi per chiarire come fosse possibile scongiurare un conflitto. La tesi del libro era infatti che una guerra tra Cina e Stati Uniti sarebbe diventata molto più probabile, ma che uno scontro militare non fosse affatto inevitabile. La storia dimostrava infatti che le potenze potevano anche gestire pacificamente i rapporti con i loro rivali.

Negli ultimi anni, l’immagine della «trappola» è diventata una delle chiavi interpretative più utilizzate per spiegare la crescente rivalità fra Stati Uniti e Cina. A evocarla è stato persino lo stesso presidente cinese Xi Jinping, da ultimo nello scorso maggio, nel discorso pronunciato in occasione della visita di Donald Trump a Pechino. Già in passato Xi aveva utilizzato questa formula per suggerire che il rischio maggiore nelle relazioni sino-americane deriverebbe dalla paura statunitense nei confronti dell'ascesa cinese. Evocando il nome dello storico ateniese, Xi intendeva infatti invitare Washington a evitare di innescare quella spirale che poteva condurre una potenza dominante e una potenza emergente verso il conflitto. Se gli Stati Uniti interpretassero la crescita di Pechino come una minaccia esistenziale, potrebbero cioè reagire con politiche di contenimento sempre più aggressive, fino a rendere il conflitto inevitabile. La citazione di Tucidide diventa dunque un monito rivolto a Washington affinché non cada nell'errore che avrebbe condotto Sparta alla guerra contro Atene. In questo modo, Pechino si autopromuove implicitamente al ruolo di nuova Atene e, dunque, di nuova potenza dinamica, creativa, culturalmente vitale, mentre relega Washington al ruolo di Sparta, ossia alla potenza timorosa, reazionaria, strutturalmente incapace di gestire il cambiamento. Ma non si tratta dell’unica implicazione problematica.

La metafora della «trappola» funziona perché suggerisce un meccanismo quasi automatico: attori razionali possono ritrovarsi intrappolati in una dinamica che nessuno desidera davvero, ma che tutti finiscono per alimentare. È il tipo di idea che trova spazio nei think tank, nei briefing diplomatici, nelle pagine dei quotidiani di qualità non perché sia rigorosa, ma perché è semplice e retoricamente efficace. Eppure, è proprio questa apparente semplicità il cuore della critica sviluppata dal politologo Paul Poast sul blog di «World Politics Review». Secondo Poast, Xi Jinping starebbe comprendendo male la lezione di Tucidide. E con lui, in parte, lo stesso Allison. Il problema non riguarderebbe tanto l'idea di una competizione tra grandi potenze, quanto il modo in cui viene interpretata la guerra del Peloponneso. Nella versione più diffusa del ragionamento, Sparta combatte perché teme la crescita di Atene. La responsabilità implicita ricade così sulla potenza dominante: incapace di accettare il cambiamento degli equilibri di potenza, Sparta reagisce in modo eccessivo, trasformando la rivalità in guerra. Ma Poast osserva che questa lettura semplifica eccessivamente Tucidide. La guerra, sostiene, non scoppiò soltanto per la paura spartana, ma anche perché Atene ebbe effettivamente ambizioni imperiali, esercitando una pressione crescente sugli alleati per ottenere il loro appoggio nella ridefinizione degli equilibri regionali.

Xi è certamente ben poco interessato alla correttezza filologica della sua lettura. Trasportato nel presente, il ragionamento di Poast diventa però inevitabilmente scomodo per Pechino, ed è qui che acquista il suo valore critico più genuino. Xi utilizza la «trappola di Tucidide» per suggerire agli Stati Uniti di non ostacolare l'ascesa cinese, ma trascura il fatto che molte delle tensioni odierne derivano anche dall'assertività crescente della stessa Cina. In altri termini, Pechino usa la metafora per assegnarsi il ruolo della vittima potenziale.

Il punto forse più interessante della discussione non riguarda tanto chi abbia ragione tra Xi, Allison o Poast, quanto la vexata questio sull’esistenza o meno di vere e proprie «leggi» della politica internazionale. La tentazione di rispondere positivamente accompagna da sempre lo studio delle Relazioni Internazionali. Ma, come avvertiva un grande realista come Hans J. Morgenthau, le leggi della politica internazionale non funzionano come le leggi della fisica: mostrano al massimo tendenze, non meccanismi inflessibili. La storia non si ripete mai identica a se stessa ed è plasmata da decisioni politiche, percezioni, errori di calcolo, culture strategiche e ideologie, oltre che dalle personalità dei leader. Insomma, nessuna «trappola» può essere intesa nei termini di una vera e propria «legge». Strettamente connessa al ruolo giocato dalle percezioni è d’altronde la questione del modo in cui il declino viene inteso. E, d’altronde, il declino può avere tante facce differenti. Oggi, per esempio, gli Stati Uniti restano di gran lunga la principale potenza militare mondiale, mentre la loro economia, pur in competizione, conserva una notevole capacità di innovazione.

Presentare la situazione attuale come analoga alle transizioni egemoniche classiche rischia quindi di essere fuorviante: potrebbe trattarsi non di un tramonto dell'egemonia americana, bensì di una ridefinizione delle sue forme. La rivalità tra Stati Uniti e Cina, inoltre, non è soltanto una questione di distribuzione del potere. È anche uno scontro ideologico, benché molto diverso da quello della Guerra fredda. E questa dimensione ideologica plasma le percezioni, orienta le scelte e può rendere la competizione molto più difficile da gestire di quanto una pura analisi di potenza suggerisca. A ciò si aggiunge la dimensione degli armamenti e della loro logica. Come durante la Guerra fredda, il rischio non è soltanto il conflitto intenzionale, ma anche l'incidente non voluto, l'errore di calcolo, la crisi che sfugge di mano. Più aumenta la militarizzazione della competizione, più cresce la possibilità di dinamiche incontrollabili che nessun modello strutturale riesce a prevedere. E poi c'è la tecnologia, probabilmente il fattore che rende la situazione contemporanea più distante dai precedenti storici di quanto la metafora di Tucidide non lasci intendere. Non si tratta semplicemente di possedere più armi, ma di controllare gli ecosistemi tecnologici che determineranno la superiorità economica e militare del XXI secolo.

Ognuno di questi aspetti introduce dunque una complessità che i modelli egemonici classici non sono attrezzati a gestire: l'interdipendenza tecnologica tra le due potenze è profonda e strutturale, e smantellarne i legami ha costi altissimi e conseguenze difficilmente prevedibili. La «trappola», semmai, potrebbe essere proprio la spirale di sospetto reciproco che trasforma l'interdipendenza in vulnerabilità e l'innovazione in arma. Forse la lezione più utile di Tucidide – e quella del realismo politico più avvertito – consiste allora nel ricordare che le guerre nascono quasi sempre dall'intreccio di paura, ambizione, incomprensioni e scelte politiche contingenti. Non da leggi strutturali, ma da decisioni ed errori umani. Non esiste dunque una «trappola» da cui sia impossibile uscire. Ma alcuni leader possono convincersi di essere prigionieri della storia. Tanto da riprodurne le tragedie.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e di Aseri.

Data

08 giugno 2026

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