Intervista a Luca Lionello
Il seminario “Unione europea, pluralismo e libertà dei media nell’era digitale”, svoltosi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore lo scorso 9 aprile nell’ambito del Modulo JM EU-Media Freedom, ha offerto l’occasione per riflettere sui principali nodi giuridici connessi alla trasformazione digitale dello spazio pubblico europeo, con particolare riferimento al rapporto tra libertà dei media, pluralismo informativo e tutela dei valori democratici dell’Unione. In questo contesto si inserisce l’intervista al Prof. Luca Lionello, che approfondisce il tema della regolamentazione della pubblicità politica online, soffermandosi in particolare sul Regolamento (UE) 2024/900 e sul delicato bilanciamento tra esigenze di trasparenza, integrità dei processi democratici e libertà di espressione.
La diffusione della pubblicità politica online è una tendenza crescente in tutta Europa. Si tratta di un segnale di salute per lo spazio pubblico europeo o nasconde dei rischi?
È un fenomeno fisiologico, ma a doppio taglio. Da un lato, la diffusione della pubblicità politica nella sua dimensione digitale consolida un dialogo tra cittadini e istituzioni su quei canali di comunicazione che soprattutto le generazioni più giovani usano per informarsi ogni giorno. Dall'altro, però, questa crescita si è accompagnata a tecniche insidiose: manipolazione, amplificazione di fake news e frammentazione del dibattito. Le istituzioni UE hanno capito che la resilienza democratica passa inevitabilmente per la creazione di regole comuni.
In questo contesto si inserisce il nuovo Regolamento (UE) 2024/900. Qual è il suo obiettivo principale?
Il regolamento, adottato nel marzo 2024 e pienamente operativo dal 10 ottobre 2025, mira a creare un quadro normativo vincolante per fornitori e editori di servizi pubblicitari. L’obiettivo è duplice: consolidare il mercato unico, eliminando la frammentazione tra le diverse leggi nazionali, e proteggere i processi democratici dalle interferenze, specialmente quelle straniere.
Cosa si intende esattamente per "pubblicità politica"?
La definizione è molto ampia e non si limita alla semplice diffusione di un messaggio a sfondo politico. Copre il suo intero ciclo di vita: preparazione, collocazione e promozione dei contenuti. Sono previsti due criteri: uno soggettivo, che riguarda i messaggi provenienti da attori politici (partiti, candidati, organizzazioni di campagna), e uno oggettivo, che include qualsiasi messaggio "inteso a influenzare" l'esito di un'elezione, un referendum o un processo legislativo a ogni livello. È importante notare che il regolamento si applica sia online che offline, inclusi giornali e televisione.
Quali sono i nuovi obblighi per chi gestisce queste pubblicità?
La parola chiave è trasparenza. Esiste un obbligo di self-reporting per gli sponsor e di raccolta dati per i prestatori di servizi. Ma l’aspetto più visibile sarà l'etichettatura: ogni annuncio dovrà avere un'etichetta chiara che indichi la sua natura politica, l'identità dello sponsor, l'elezione collegata e se sono state usate tecniche di targeting. Inoltre, la Commissione istituirà un "registro europeo" per raccogliere tutti i messaggi pubblicitari politici online.
Il regolamento si occupa anche di interferenze straniere, prevedendo misure drastiche contro la pubblicità politica che arriva da Paesi terzi, come la Russia.
Certamente. Nei tre mesi precedenti un'elezione o un referendum, i servizi di pubblicità politica possono essere forniti solo a sponsor che siano cittadini europei o persone giuridiche stabilite nell'UE e non controllate da entità di Paesi terzi. È una risposta diretta a casi come quello recente in Romania, dove la Corte Costituzionale ha annullato nel dicembre 2024 l'esito del primo turno delle presidenziali proprio a causa di ingerenze russe via Tik-Tok.
Uno dei punti più controversi riguarda le tecniche di targeting, cioè la profilazione degli utenti per inviare messaggi mirati, e l’amplificazione, ovvero l'aumento della visibilità dei contenuti tramite algoritmi. Queste tecniche sono state vietate?
No, ma sono stati posti limiti severi. Queste tecniche possono essere manipolative, creando "pubblicità ingannevoli" che frammentano il dibattito. Il regolamento vieta la profilazione basata su dati sensibili, come l'origine etnica, le opinioni politiche, l'orientamento sessuale o il credo religioso. Per gli altri dati, è necessario un consenso esplicito e separato dell'utente.
Chi vigilerà sul rispetto di queste regole?
L’esecuzione è decentrata. Le autorità nazionali, come i garanti della privacy o i coordinatori dei servizi digitali, avranno poteri di indagine e sanzione. Le multe possono essere pesantissime: fino al 6% del fatturato annuo mondiale del soggetto responsabile. Durante l'ultimo mese di campagna elettorale, le segnalazioni di non conformità dovranno essere trattate entro 48 ore.
C’è però chi teme che queste norme possano limitare la libertà di espressione. Esiste un rischio di censura?
È un rischio reale. Il regolamento non vieta contenuti, ma le regole sulla presentazione di messaggi politici possono condizionare gli editori. La definizione oggettiva di pubblicità politica è così vasta che potrebbe colpire associazioni non profit o ONG che trattano temi sensibili come l'ambiente o le migrazioni, obbligandole a costi di trasparenza insostenibili. Al contrario, le esenzioni per i contenuti editoriali potrebbero diventare "scappatoie" per leader politici che diffondono messaggi faziosi spacciandoli per opinioni personali o giornalistiche.
Un'ultima preoccupazione riguarda i Paesi che stanno vivendo una "deriva illiberale". Come evitare che queste norme diventino uno strumento nelle mani di governi che vogliono colpire le opposizioni?
Questo è il pericolo maggiore. Se le autorità nazionali di controllo non fossero indipendenti dal governo, il potere di sanzionare la mancata trasparenza potrebbe essere usato in modo discriminatorio contro le opposizioni. Sarà decisivo il ruolo di supervisione della Commissione e il coordinamento transnazionale per evitare che alcuni Stati diventino "porti franchi" per l'illegalità o centri di repressione del dibattito. Il bilanciamento tra sicurezza democratica e libertà dovrà essere trovato "strada facendo".

Project 101175844 – EU – MEDIA FREEDOM