Redazione
La solitudine non è un sentimento passeggero, né una condizione che riguarda soltanto gli anziani o chi vive ai margini. È un rischio sanitario globale, con conseguenze paragonabili – nei numeri e negli effetti – ai grandi problemi di salute pubblica del XXI secolo. Lo afferma il rapporto 2025 della WHO Commission on Social Connection, un documento vasto e allarmante che riporta dati, analisi ed evidenze ormai incontrovertibili: una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine, e questa condizione “invisibile” causa ogni anno 871.000 morti premature .
Il rapporto, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, invita governi, istituzioni e comunità ad agire con la stessa urgenza con cui si affrontano le epidemie, le malattie croniche o la salute mentale. Le connessioni sociali – ricorda il documento – non sono un ornamento della vita comunitaria, ma un determinante fondamentale della salute, alla pari degli stili di vita o dell’accesso ai servizi sanitari. Secondo l’OMS, occorre distinguere con precisione tre concetti fondamentali: connessione sociale, isolamento sociale e solitudine. Il primo è un concetto ombrello che comprende la struttura delle relazioni, il supporto funzionale che esse forniscono e la loro qualità emotiva. L’isolamento è una condizione oggettiva di poche relazioni e scarse interazioni. La solitudine, invece, è soggettiva: è la distanza dolorosa fra ciò che vorremmo e ciò che abbiamo nelle nostre relazioni .
La distinzione non è accademica: una persona può essere sola ma non sentirsi sola, o viceversa avere molte relazioni e provare comunque un senso di disconnessione. Tra il 2014 e il 2023 circa il 16% della popolazione mondiale ha sperimentato solitudine. La prevalenza è più alta tra i giovani:
- 20,9% tra gli adolescenti (13-17 anni)
- 17,4% tra i giovani adulti (18-29 anni)
Nelle regioni più povere la solitudine cresce: nel continente africano coinvolge il 24% delle persone. L’Europa è l’area con la percentuale più bassa, intorno al 10%.

Sul piano biologico, la solitudine è un potente fattore di rischio. Il rapporto sintetizza un ampio corpus di studi:
- aumenta il rischio di depressione e ansia;
- accresce l’incidenza di patologie cardiovascolari e diabete di tipo 2;
- è associata a un aumento significativo di mortalità precoce;
- influisce negativamente sulle prestazioni scolastiche, sull’occupazione e sulla produttività economica.
La stima più impressionante è quella legata ai decessi: 871.000 morti all’anno attribuibili alla solitudine nel periodo 2014–2019. È un numero comparabile ai morti per alcune malattie infettive globali.

Secondo l’OMS, la solitudine “cronica” – distinta da quella passeggera legata a traumi o transizioni di vita – diventa una condizione patologica che altera lo stress, il sonno, la regolazione immunitaria e il comportamento. Una vera e propria “ferita sociale”.
Il rapporto smonta spiegazioni troppo semplicistiche. Non è provato, ad esempio, che la solitudine sia aumentata drasticamente rispetto al passato: mancano dati storici solidi, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Esistono però fattori di rischio chiari:
- cattiva salute mentale e fisica;
- vivere soli o non avere partner;
- ambienti urbani mal progettati;
- difficoltà economiche;
- discriminazione verso gruppi marginalizzati.
Il ruolo delle tecnologie digitali resta ambiguo: possono proteggere dalla solitudine (ad esempio per anziani o migranti), ma possono anche amplificarla, specie tra adolescenti che sperimentano un uso compulsivo dei social media.
Il punto più innovativo del rapporto riguarda le soluzioni. L’OMS mostra che interventi efficaci esistono, e possono essere attuati subito.
1. Politiche nazionali: otto Paesi hanno già adottato strategie specifiche contro solitudine e isolamento: tra questi Giappone, Regno Unito, Danimarca, Stati Uniti, Paesi Bassi.
Il filo conduttore è un approccio “whole-of-society”: urbanistica, welfare, salute mentale, scuole, trasporti e tecnologia devono lavorare insieme.
2. Strategie di comunità: la chiave è rafforzare la social infrastructure, cioè quei luoghi e servizi che generano connessione anche senza dichiararlo:
biblioteche, parchi, trasporti, sport, servizi sociali, associazionismo. Città meglio progettate significano cittadini meno soli.
3. Interventi mirati: le azioni individuali e relazionali funzionano, ma devono essere adattate ai gruppi più vulnerabili. La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è tra le metodologie più efficaci. Le tecnologie digitali – incluso l’uso dell’IA – possono essere parte della soluzione, ma solo se regolate.
La parte forse più coraggiosa del rapporto è quella che ribalta il modo in cui la solitudine viene percepita: non è un fallimento individuale, ma un esito collettivo. È il prodotto di città disconnesse, lavori precari, istituzioni incapaci di creare fiducia, servizi insufficienti, ritmi di vita che non lasciano spazio alle relazioni. La solitudine è politica. Non sorprende che l’OMS proponga una strategia di dieci anni simile a quelle per clima, salute mentale o obesità. Perché, come scrive la Commissione, “non c’è salute senza salute sociale”. E la salute sociale è oggi una delle emergenze più urgenti del mondo contemporaneo.