Michele Gimondo
La reputazione gioca un ruolo decisivo non solo per la vita individuale, ma anche collettiva. Ne è convinto Nicholas J. Cull, docente di Public Diplomacy alla University of Southern California, che in Reputational Security, recentemente tradotto in italiano da Edizioni Olivares (2025), sottolinea come la percezione internazionale di uno Stato ne influenzi profondamente la traiettoria futura. Questo aspetto appare ancora più evidente nell’ecosistema comunicativo odierno, caratterizzato da flussi informativi ininterrotti che rappresentano sia un’opportunità sia una vulnerabilità: da qui la necessità di valorizzare e investire sulla propria immagine, un requisito diventato vitale in un contesto di crescente instabilità geopolitica. Nell’era contemporanea, spiega l’autore, la reputazione è ormai un elemento costitutivo della sicurezza statale.
Il ruolo della reputazione nella politica internazionale non è una novità. Quella di cui parla Cull, però, non è la classica “reputazione del leone” dei realisti, basata sulla forza, ma deriva dall’essere percepiti come “buoni”, promuovendo la cultura e rispettando i diritti umani. Gli Stati hanno un interesse diretto in questo, dal momento che un’immagine positiva aumenta le probabilità di ricevere aiuti in caso di crisi. La “sicurezza reputazionale” descrive proprio tale condizione: un Paese ben visto e stimato all’estero supererà le congiunture critiche – come dispute territoriali, secessioni o catastrofi naturali – molto più facilmente rispetto agli Stati isolati. Cull si concentra così sulle strategie d’immagine, un territorio finora dominato dal soft power di Joseph Nye. Il politologo sosteneva che la cultura e i valori di uno Stato potessero fungere da leva geopolitica per attrarre gli altri nella propria orbita. Quella teoria, tuttavia, fu elaborata nel contesto della fine della Guerra fredda e del trionfo occidentale sull’Unione Sovietica. Oggi il mondo è cambiato e, secondo Cull, il concetto di “sicurezza reputazionale” risponde in modo decisamente più appropriato alle sfide contemporanee.
In primo luogo, sebbene tutti gli Stati promuovano la propria immagine, non tutti lo fanno allo stesso modo. Le piccole e medie potenze non cercano la seduzione del soft power, ma il sostegno politico, economico e militare in caso di bisogno: per loro, essere conosciuti all’estero è una strategia di difesa. Il Kazakistan, per usare un esempio caro a Cull, punta proprio alla sicurezza reputazionale. Da questa prospettiva, la critica a Nye evidenzia i limiti di un modello che non spiega le esigenze di contesti come quello kazako o ucraino, mentre l’approccio di Cull dà conto delle preoccupazioni d’immagine sia delle grandi sia delle piccole potenze. In secondo luogo, nell’odierna rivalità globale, persino i grandi attori – a partire dagli Stati Uniti – devono dare priorità alla difesa della reputazione dagli attacchi informativi. Russia, Cina e diversi Stati del Global South appaiono sempre meno permeabili all’influenza occidentale, rendendo superata l’idea di poterli sedurre come in passato. Al contrario, Mosca e Pechino mirano a minare la credibilità dell’Occidente sia per erodere la fiducia globale in Washington e nelle capitali europee, sia per spingere gli stessi occidentali a dubitare del proprio modello. Ecco perché l’attenzione deve spostarsi sulla sicurezza reputazionale, intesa come difesa attiva della propria immagine dagli attacchi degli avversari geopolitici.
Più ancora degli Stati Uniti, è forse l’Ucraina la vera protagonista del saggio. La traiettoria di Kiev permette infatti di comprendere e applicare sul piano geopolitico il concetto di “sicurezza reputazionale”. Secondo Cull, la storia recente del Paese si spiega proprio attraverso questo prisma: nel 2014, durante l’annessione della Crimea, l’Ucraina era ancora poco conosciuta, il che contribuisce a spiegare la limitata mobilitazione internazionale in sua difesa; nel 2022, dopo l’invasione russa, efficaci campagne culturali e di comunicazione ne avevano invece capovolto il posizionamento, favorendo il massiccio sostegno occidentale. Gli Stati con una solida reputazione sono dunque più protetti: ne consegue che la Diplomazia Pubblica va concepita come una vera e propria estensione della Difesa.
Forte di questa innovazione concettuale, l’autore analizza i modi in cui la reputazione si costruisce sul campo, attingendo a casi del XX secolo. Gli strumenti sono molteplici, ma Cull avverte: le campagne di comunicazione prive di riscontri pratici sono controproducenti. Promuovere i diritti umani senza rispettarli nei fatti indebolisce la sicurezza reputazionale e offre il fianco alla propaganda avversaria, che acquista credibilità proprio facendo leva su evidenti doppi standard. Nessuna narrativa può sostituire la concretezza della politica interna o internazionale, come dimostra la diplomazia pubblica statunitense, fortemente indebolita all’indomani delle guerre in Medio Oriente. Tuttavia, l’impegno concreto e i valori non bastano: occorre anche respingere gli attacchi dei rivali. Cull ripercorre l’evoluzione delle dottrine cinesi e russe, che mirano a demolire la credibilità di Washington e dei suoi alleati per far crollare la fiducia nell’egemonia occidentale. Le contromisure a tale disinformazione – dall’inoculazione preventiva dell’opinione pubblica al fact-checking fino alla rimozione dei contenuti – sono in costante evoluzione, alimentando un dibattito, specie nell’UE, perennemente in bilico tra esigenze di sicurezza e libertà di espressione.
La contro-propaganda non esaurisce però le opzioni. In uno dei capitoli più originali del saggio, Cull introduce il concetto di “disarmo informativo” come ulteriore pilastro difensivo. L’idea di fondo è che uno Stato possa tutelare la propria immagine non solo in modo reattivo o per via giudiziaria, ma attraverso accordi e negoziati con le altre potenze per limitare stereotipi e attacchi mediatici. Se l’informazione viene usata come un’arma, sostiene l’autore, devono essere pensabili forme di controllo e regolamentazione del suo utilizzo. Storico di professione, Cull cala il concetto di “disarmo informativo” nella realtà degli anni Ottanta, ricostruendo i poco noti negoziati sull’informazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Emerge così uno spaccato affascinante: mentre Reagan e Gorbačëv dialogavano per superare la demonizzazione reciproca, dal basso si moltiplicavano le iniziative tra l’Esalen Institute in California e la comunità di artisti e scienziati moscoviti. Questi attivisti sperimentavano pionieristiche tecnologie satellitari per connettere i cittadini dei due blocchi, vedendo nel dialogo l’unica via d’uscita dalla spirale bellica. Cull ha il merito di aver valorizzato una possibilità quasi mai menzionata nella letteratura sulla disinformazione. Sviluppando la sua tesi, il disarmo informativo non si rivela solo uno strumento per tutelare la reputazione statale, ma una via per favorire una scena internazionale più collaborativa. Lo ricorda la stessa Costituzione dell’UNESCO, citata nel saggio: «Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace».
I capitoli finali mostrano come gli Stati Uniti possano rafforzare la propria posizione, ribadendo che la sicurezza reputazionale non è più un lusso accessibile a pochi – come lo era il soft power – ma una risorsa difensiva di primo ordine, vitale per non erodere il proprio potere. In chiusura, lo sguardo dell’autore torna all’Ucraina: se da un lato una più solida reputazione internazionale ha garantito a Kiev un sostegno occidentale impensabile nel 2014, dall’altro non è bastata a prevenire il conflitto né a risparmiare al Paese una tragica guerra la cui fine resta drammaticamente imprevedibile.
Il saggio di Cull offre un’eccellente introduzione al tema della reputazione nella politica internazionale. Inoltre, sostenendo in modo convincente che la sfera dell’informazione abbia acquisito una centralità senza precedenti per gli attori geopolitici a causa dell’iperconnettività digitale, il libro funge da prisma attraverso cui guardare alla politica contemporanea tout court. Il suo pregio principale consiste nel mettere la ricostruzione storica al servizio del presente, ampliando l’immaginazione politica odierna: se nel dibattito pubblico la disinformazione sembra un problema inedito, l’autore mostra che il passato costituisce un prezioso archivio di soluzioni. È un’analisi che si rivela quanto mai attuale oggi, nel pieno delle tensioni aperte dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. Fino a che punto l’erosione del capitale reputazionale degli Stati Uniti si tradurrà in un declino geopolitico? E che ruolo giocheranno in futuro, più in generale, i diritti umani alla base della sicurezza reputazionale? Frutto di quarant’anni di riflessione sul tema, quest’opera rappresenta un invito necessario a decifrare il mondo all’orizzonte.
Michele Gimondo è dottorando in "Istituzioni e Politiche" presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore