Editoriale | 30 aprile 2026

La minaccia silenziosa dell’Intelligenza Artificiale

La minaccia silenziosa dell’Intelligenza Artificiale

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Damiano Palano

 

Ognuno di noi ricorda probabilmente le immagini del secondo insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, con tutto il gotha delle Big Tech giunto a porgere il proprio omaggio al nuovo Presidente. Quell’immagine forniva una rappresentazione plastica di quello che appariva come il nuovo blocco di potere, il cui perno era rappresentato allora da Elon Musk, almeno in parte artefice della vittoria di Trump. Il sodalizio con il miliardario sudafricano sembra al momento essersi rotto, ma il patto di ferro con le Big Tech sembra ancora saldo. E anche per effetto di questo patto, l’Intelligenza Artificiale sta entrando in tutti i gangli dello Stato.

Quali potranno essere le conseguenze di questa trasformazione sull’infrastruttura delle democrazie non è ancora chiaro, ma è comprensibile che molte previsioni non siano ottimistiche. Secondo Cullen Hendrix, l’esempio dei “petro-Stati” – i paesi la cui ricchezza deriva principalmente dall’estrazione di petrolio – può fornire indicazioni su quali potranno essere i rischi. La storia del Novecento ha in effetti mostrato che, nei petro-Stati, non si è mai innescato quel legame fra aumento del reddito pro-capite e spinta alla democratizzazione che si è invece registrato nell’Europa occidentale e altrove, dove – a partire quantomeno dalla Prima Rivoluzione inglese – l’aumento della pressione fiscale ha spinto i cittadini a richiedere l’introduzione di meccanismi di controllo sulle scelte politiche. La rappresentanza politica, nel suo profilo attuale, nasce infatti anche come contropartita della tassazione. Chi produce ricchezza, e dunque la cede allo Stato sotto forma di imposta, preme sulle istituzioni per ottenere il diritto di controllare i modi in cui quella ricchezza viene spesa.

Nei petro-Stati, anche se la popolazione ha raggiunto livelli di benessere economico piuttosto elevato (come in diverse monarchie del Golfo Persico), non si assiste invece ad alcuna spinta “dal basso” per ottenere un ruolo nei processi decisionali. E una spiegazione è legata proprio all’assenza di pressione fiscale sui cittadini. Quando la principale fonte di entrate pubbliche non è il prelievo fiscale sul lavoro e sulla produzione dei cittadini, bensì la rendita estrattiva su risorse naturali, il governo non ha bisogno di negoziare con la società. Può semmai «comprare» il consenso attraverso sussidi, trasferimenti e servizi, senza che ciò implichi alcuna forma di accountability strutturale. E senza che la società si mobiliti perché la propria voce venga ascoltata.

L'intelligenza artificiale, nella lettura di Hendrix, introduce una variante inedita di questa dinamica. Non è una risorsa estrattiva nel senso classico, ma produce ricchezza aggregata riducendo strutturalmente il contributo del lavoro umano diffuso. Se la produttività cresce mentre l'occupazione si contrae o si ridefinisce verso il basso, il gettito fiscale sul lavoro (e con esso il peso contrattuale dei lavoratori) si assottiglia. Il governo si trova nella condizione di poter finanziare la spesa pubblica senza dipendere dalla collaborazione produttiva di ampie fasce della popolazione. Il cerchio si chiude: meno contribuenti attivi significa meno leva politica per i cittadini.

C'è però almeno un secondo livello del problema, che il parallelo petro-statale cattura solo parzialmente. Nei paesi produttori di petrolio, la rendita è almeno formalmente statale: lo Stato controlla (direttamente o tramite compagnie nazionali) le risorse e i suoi proventi. Il dibattito sulla sua redistribuzione è dunque interno al sistema politico, per quanto si tratti di un dibattito “chiuso” (da cui la società civile è esclusa). Nel caso dell'Intelligenza Artificiale, la concentrazione è invece principalmente privata. Le infrastrutture computazionali, i modelli, i dati di addestramento sono nelle mani di un numero ristrettissimo di soggetti che non rispondono ad alcun mandato democratico.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, nel momento in cui iniziarono a sfruttare le risorse petrolifere, i petro-Stati non avevano istituzioni democratiche (o istituzioni democratiche estremamente deboli). La domanda è dunque se la logica dello Stato rentier sia in grado di erodere istituzioni democratiche già consolidate, oppure se la resistenza istituzionale di queste ultime possa neutralizzarla. La letteratura politologica suggerisce che le istituzioni preesistenti contano: la Norvegia ha gestito l'abbondanza petrolifera senza degenerare in un regime autoritario. Ma la Norvegia potrebbe essere solo un caso eccezionale.

Nel caso dell'AI, la variabile istituzionale è ancora più incerta. Le democrazie occidentali affrontano questa transizione in una fase di crisi della rappresentanza che precede l'automazione e che è contrassegnata da sfiducia nei partiti, astensionismo strutturale e polarizzazione identitaria. L'AI non è responsabile di questi fenomeni, ma può accelerarli e renderli irreversibili, nel senso che potrebbe consolidare assetti di potere prima che il sistema politico abbia il tempo di adattarsi.

Il punto politicamente più rilevante dell'ipotesi di Hendrix non è la previsione apocalittica, ossia la fine della democrazia per effetto dell'AI, bensì la diagnosi che profila: la democrazia liberale ha bisogno, per funzionare, di una società in cui ampie fasce della popolazione siano produttivamente indispensabili. Non è una condizione sufficiente, ma è una condizione che ha storicamente sostenuto le rivendicazioni di rappresentanza e i meccanismi di accountability. Se quella condizione viene meno, la democrazia non collassa necessariamente, ma perde uno dei suoi principali ammortizzatori sociali.

Non si tratta dunque solo di impedire che lo Stato diventi meno responsabile verso i propri cittadini: si tratta di impedire che poteri privati acquisiscano una capacità di condizionamento strutturale della vita pubblica. La sfida, dunque, non è tanto (o soltanto) regolamentare l'AI per prevenirne gli abusi, quanto ridisegnare le condizioni alle quali i cittadini partecipano alla produzione e alla distribuzione della ricchezza in un'economia sempre più automatizzata. E anche se oggi abbiamo la percezione che le insidie agli equilibri costituzionali vengano dalla presidenza Trump e dalla sua insofferenza per la divisione dei poteri, questa sfida continuerà a rimanere centrale per le sorti delle nostre democrazie. Perché, anche se le Big Tech hanno apparentemente reso omaggio al tycoon nel giorno del suo insediamento, con il loro crescente potere dovrà fare i conti ogni futuro inquilino della Casa Bianca.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e Aseri 

Data

30 aprile 2026

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