Claudio Fontana
Saudi Arabia. A Modern History di David Commins (Dickinson College) è un libro particolarmente prezioso per comprendere la traiettoria storica dell’Arabia Saudita e lascia intuire che la direzione che assumerà il Paese avrà effetti ben oltre i propri confini. Il libro ricostruisce l’evoluzione storico-politica dell’Arabia Saudita muovendo, per quanto la scarsità delle fonti lo consenta, dalle condizioni di vita e di sostentamento nel Najd precedenti alla nascita del Primo Emirato saudita, la cui data di fondazione costituisce essa stessa una questione aperta: 1744, qualora si guardi all’alleanza stipulata tra gli Al Saud e il predicatore Muhammad ibn Abd al-Wahhab, 1727, qualora si adotti invece la narrazione ufficiale che le autorità del Regno hanno proposto nell’ultimo decennio. La descrizione della società agraria e beduina, e dei sistemi produttivi imposti dalla scarsità d’acqua e dalle distanze che separavano un insediamento dall’altro, non ha nulla del preambolo in cui si fa sfoggio di erudizione, dal momento che serve a misurare la portata del processo di sedentarizzazione imposto nel tempo e a chiarire il contesto nel quale i cosiddetti wahhabiti, insieme ai Saud, riuscirono a estendere la propria presenza.
Lungo tutto il volume, che giunge quasi ai giorni nostri, Commins illustra i mutamenti politici, economici, religiosi, culturali e sociali che si succedono di generazione in generazione «attraverso l’interazione tra leader dinastici, chierici, cittadini, beduini, lavoratori e attivisti di vario genere» (pp. 1-2), ed è proprio qui che risiede il pregio maggiore del lavoro, poiché l’autore non si limita a ricostruire i fatti, compito già di per sé notevole e peraltro assolto da altri (si pensi alle pubblicazioni di Madawi Al-Rasheed), ma fa piuttosto della sintesi uno degli strumenti principali.
Non che i dettagli non manchino: quando necessario Commins li dispensa per restituire le molte facce della storia saudita. Per esempio l’autore si sofferma, quando ricostruisce le origini dell’attivismo operaio, anche sul ruolo degli operai italiani che, prelevati dall’Eritrea dopo l’occupazione britannica, furono impiegati nel 1943 e nel 1944 nella costruzione delle infrastrutture petrolifere di Ras Tanura. Il ricorso al particolare non scoraggia tuttavia il lettore non specialista, perché resta sempre agganciato al quadro d’insieme, tanto che accanto alla storia dello sviluppo del Paese trovano posto aneddoti ed esperienze locali, come i resoconti tratti dai viaggi di Wilfred Thesiger o la ricostruzione del modo in cui la modernità e lo Stato raggiunsero i villaggi di Sajir e Murrah (pp. 184-185), o, ancora, il ruolo giocato dalla satira nei pochi spazi di libera espressione che talvolta sono stati concessi (pp. 230-231).
Ne risulta un volume che consente di cogliere in tutte le loro sfumature gli snodi che hanno portato l’Arabia Saudita alla configurazione attuale, ancora tutt’altro che cristallizzata in una forma definitiva, nel passaggio da società tribale a moderno Stato petrolifero. Particolarmente efficace è la spiegazione del processo di formazione statuale, e del modo in cui gli Al Saud hanno consolidato il proprio potere sfruttando dapprima l’alleanza con i seguaci di ibn Abd al-Wahhab, quindi le manovre politiche britanniche e poi americane, infine la scoperta di immense riserve di idrocarburi.
Il filo rosso della ricostruzione è l’impatto che lo sviluppo economico e la modernizzazione hanno avuto su ambiti diversissimi della vita del Paese, a cominciare dai metodi di produzione, giacché l’afflusso della ricchezza petrolifera rese le importazioni di beni alimentari assai più convenienti di quanto veniva prodotto localmente a costi più elevati, con una sfida che i piccoli produttori non erano in grado di reggere. Ma il discorso vale anche per la strutturazione dei rapporti sociali, per la relazione tra i religiosi e le innovazioni tecnologiche e per l’ambiente, se si pensa che l’automobile, sostituendo il cavallo nelle battute di caccia, finì per mettere in pericolo la fauna locale. La creazione dello Stato moderno durante il regno di Abd al-Aziz, con la fissazione di confini formali destinati a delimitare l’estensione degli Stati, rappresentò a sua volta una minaccia evidente al modo di vivere dei beduini, ai quali venne impedito di spostarsi da una parte all’altra delle aree settentrionali inseguendo condizioni climatiche e di approvvigionamento più favorevoli, oppure di compiere incursioni nei villaggi al di là della nuova frontiera; e proprio i beduini, osserva Commins, sono risultati tra i gruppi più penalizzati dalle logiche patrimoniali che caratterizzano lo Stato saudita (p. 158).
Su queste logiche il libro offre alcune delle sue pagine migliori, mostrando come l’ascesa di Faisal abbia sì portato a un periodo di relativa austerità nelle spese reali e a un riordino dell’amministrazione, senza però segnare la fine della regola patrimoniale, di cui costituì semmai un aggiornamento (p. 151). Faisal supervisionò infatti il passaggio a una forma di neopatrimonialismo fondata su due meccanismi distinti. Il primo consisteva nella distribuzione di incarichi ai membri della famiglia, che su di essi costruirono veri e propri feudi, in un sistema funzionale al mantenimento del potere ma meno alla sua centralizzazione, obiettivo che caratterizza invece l’operato odierno di Muhammad bin Salman. La distribuzione di posti di governo per gestire il malcontento interno al clan ha generato sovrapposizioni e duplicazioni di giurisdizione, tanto che sei diverse agenzie si occupavano di pianificazione economica e tre dell’importazione di grano. Il secondo meccanismo era invece la creazione di quelle isole di efficienza che vanno da Aramco alla SAMA, la banca centrale saudita, fino alla SABIC, e il cui funzionamento è stato descritto in maniera efficace nei lavori di Steffen Hertog.
Nella parte centrale del volume Commins insiste, correttamente, sul peso che il regno di Faisal ha avuto sulla traiettoria storica del Paese, poiché con l’elaborazione dei suoi dieci punti per lo sviluppo il sovrano ha contribuito alla formazione di un developmentalist state (pp. 162-169), nel quale lo Stato si configura non soltanto come motore dello sviluppo economico, ma anche come erogatore di welfare pubblico estesissimo che ha assunto (anche) la forma di sussidi, trasferimenti di denaro e accesso al pubblico impiego. Da un lato l’adozione della pianificazione centralizzata rispondeva a esigenze immediate, vale a dire tenere sotto controllo i dissidi interni al clan dei Saud, i problemi nelle forze armate (grandi timori vi furono dopo le defezioni di alcuni piloti dell’aeronautica nel 1962, nell’ambito della guerra in Yemen contro le forze sostenute dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser), e i disordini legati alle condizioni di lavoro nei campi petroliferi. Dall’altro, osserva Commins, la logica neopatrimoniale affondava le proprie radici nel comportamento adottato da oltre due secoli dagli shaykh del Najd, dai quali i sudditi si aspettavano generosità e sostegno (p. 163).
Lo sviluppo basato sull’iniziativa pubblica dall’alto ha spostato il centro di gravità dell’economia dall’agricoltura al petrolio e all’allocazione della rendita (p. 164), con conseguenze che investirono l’urbanizzazione ma anche il ruolo delle donne, il cui lavoro venne ritenuto superfluo e fu rimpiazzato da manodopera straniera a basso costo. Anche da qui emerse il timore di esporle a sguardi estranei, alimentando a sua volta la spinta al conservatorismo e il peso della polizia religiosa (p. 165). La situazione risultò per giunta aggravata dal fatto che Faisal giocava la carta religiosa per contrastare le forze nazionaliste e panarabe. Da tutto ciò emerge ancora una volta la relazione tra modello di sviluppo economico, gestione dello spazio pubblico, ruolo riservato ai religiosi e organizzazione sociale.
Alla seconda parte del volume Commins affida il compito di mostrare come questo delicato equilibrio tra sviluppo economico e forze religiose e culturali conservatrici poggiasse anche su un particolare rapporto con gli Stati Uniti, ed è forse qui che il lettore rintraccia le analogie più suggestive con l’attualità. Per esempio, l’attuale frustrazione dei sauditi e dei loro vicini arabi del Golfo davanti alla scelta americana di assecondare Israele in una guerra all’Iran che non desideravano, e questo nonostante l’intesa tra la leadership saudita e quella americana e i giri d’affari multimiliardari che la accompagnano, sembra infatti l’eco del trattamento riservato ai sauditi nel 1978. In quell’occasione l’Arabia Saudita volle acquistare dagli Stati Uniti degli aerei F-15, ma quando Riyad ottenne i velivoli dovette accettare la rimozione di alcune capacità offensive e il divieto di stazionamento nel nord del Paese, vicino a Israele. Questo proprio mentre Israele ed Egitto ricevevano aerei americani come premio per la firma del loro trattato di pace.
Il volume, che accompagna il lettore fino alla trasformazione del rapporto tra potere centrale e cittadini in corso proprio in questi anni (p. 229), si rivela utile anche perché, trattando la storia saudita, illustra quanto essa sia intrecciata con quella dell’intera regione mediorientale in cui il Paese è inserito. Soprattutto, lungo tutte le sue pagine lascia emergere una costante, vale a dire che davanti a ogni minaccia alla tenuta del proprio potere gli Al Saud hanno saputo reagire con un dosaggio accorto di rendita petrolifera, religione e repressione. Se Vision 2030, voluta dal principe ereditario, ha richiesto il depotenziamento del fattore religioso wahhabita nella società saudita, la guerra in corso dal 2023 in Medio Oriente, e ancor più quella con l’Iran iniziata nel 2026, incide profondamente sulla capacità del Regno di esportare petrolio e dunque di alimentare lo scambio con i propri cittadini, tanto che della triade Riyad rischia di ritrovarsi a contare in misura preponderante sull’ultimo elemento, la repressione. È anche per questo che il libro di Commins risulta prezioso per chiunque desideri cogliere quale traiettoria assumerà il Regno, in un momento in cui non è in gioco soltanto il futuro dell’Arabia Saudita, ma quello dell’intero Medio Oriente e del ruolo in esso giocato dagli Stati Uniti.
Claudio Fontana, PhD, è senior researcher presso la Fondazione Internazionale Oasis e collaboratore di Polidemos