articolo | 02 aprile 2026

La «guerra dei cinquant’anni»: le radici storiche del conflitto tra Stati Uniti e Iran

La «guerra dei cinquant’anni»: le radici storiche del conflitto tra Stati Uniti e Iran

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Ibrahim Al-Marashi e Tanya Goudsouzian

 

Nel 2020, lo storico palestinese Rashid Khalidi pubblicò  un testo dal titolo The Hundred Years’ War on Palestine: A History of Settler Colonial Conquest and Resistance, 1917–2017, nel quale sosteneva che le aspirazioni sioniste a governare la Palestina storica fossero state utilizzate strumentalmente dall’imperialismo britannico e americano, dando così il via a una guerra secolare contro il popolo palestinese. Nel 2026, il conflitto israelo-palestinese continua. Ma Stati Uniti e Israele sono impegnati anche in un’altra guerra che si estende già da quasi mezzo secolo e che potrebbe durare ancora per decenni.

Può essere facile considerare la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran come un improvviso momento spartiacque, ma in realtà questo conflitto è soltanto l’ultimo capitolo di una lotta che si è sviluppata per quasi cinquant’anni. Le correnti settarie, ideologiche e geopolitiche che alimentano le tensioni furono messe in moto 47 anni fa. Come le rivoluzioni francese e russa, la Rivoluzione iraniana del 1979 - descritta da Michel Foucault come «la più moderna e la più folle» - modificò irreversibilmente le dinamiche globali e sfidò le concezioni dominanti della modernità. Le guerre dei droni di oggi e le loro ripercussioni non rappresentano l’atto finale, ma l’ultima svolta di una figurata «guerra dei cinquant’anni», le cui contese politiche e ideologiche continueranno ben oltre la fine dei bombardamenti. In effetti, la crisi attuale rischia di aggravare risentimenti già esistenti e di lasciarli irrisolti; essa minaccia di trasformare l’antagonismo tra Stati Uniti e Iran in uno scontro secolare simile al conflitto in Palestina iniziato con la Dichiarazione Balfour del 1917.

La caduta dello Scià Mohammad Reza Pahlavi in Iran nel febbraio 1979 e la nascita della Repubblica islamica sotto l’Ayatollah Ruhollah Khomeini provocarono un cambiamento sismico nella politica e nell’ideologia regionali, collocando l’attuale guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran all’interno di una continuità storica ben più lunga. Le conseguenze si manifestarono rapidamente. Nel marzo 1979, il trattato di pace tra Egitto e Israele rimosse il Cairo dal ruolo di principale potenza di prima linea nel conflitto con Tel Aviv, creando un vuoto che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe cercato di colmare. Nel novembre dello stesso anno, studenti iraniani sequestrarono degli ostaggi all’ambasciata statunitense a Teheran, inaugurando decenni di ostilità con Washington, mentre militanti presero il controllo della Grande Moschea della Mecca, sfidando l’autorità saudita e prefigurando l’ascesa dei movimenti jihadisti. Anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan nello stesso anno, pur non essendo direttamente collegata all’Iran, contribuì all’instabilità. Presi insieme, questi shock plasmarono il panorama politico e militare che costituisce la base della guerra del 2026.

L’anno 1979, proprio come la Primavera araba del 2011, rappresenta una pietra miliare per la regione. Esso trasformò la configurazione del potere regionale e mise in moto forze le cui ripercussioni si avvertono ancora oggi a livello globale, quasi mezzo secolo dopo. Ciò che la rivoluzione sfidò in ultima analisi non fu soltanto l’autorità politica, ma la stessa presunzione che l’arte di governo moderna nella regione avrebbe seguito modelli secolari e allineati all’Occidente. Al contrario, essa affermò che religione, identità e ideologia rivoluzionaria potevano costituire la base del governo, rimodellando il modo in cui gli Stati percepiscono la legittimità, proiettano il potere e affrontano sia le minacce interne sia quelle esterne. Per comprendere pienamente la posta in gioco nella guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e per tracciare qualsiasi percorso verso una risoluzione duratura, è importante comprendere questa traiettoria.

Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, l’Iran cercò di esportare il proprio modello rivoluzionario oltre i confini nazionali. Questo sforzo incontrò una resistenza significativa, in particolare da parte delle monarchie arabe del Golfo e dell’Iraq di Saddam Hussein. Nel settembre 1980, l’Iraq invase l’Iran, dando inizio a una guerra devastante che sarebbe durata otto anni e avrebbe causato centinaia di migliaia di morti. Gli Stati Uniti e molte potenze occidentali sostennero l’Iraq in vari modi, vedendo nel regime di Baghdad un contrappeso utile all’espansione dell’influenza iraniana. Allo stesso tempo, la guerra contribuì a consolidare la Repubblica islamica, rafforzando la narrativa di resistenza contro l’aggressione straniera e legittimando l’apparato rivoluzionario.

Durante gli anni Ottanta e Novanta, il conflitto tra Iran e Stati Uniti si manifestò soprattutto attraverso guerre indirette e scontri diplomatici. L’Iran sostenne movimenti armati in Libano e altrove, mentre Washington impose sanzioni economiche e cercò di isolare Teheran sul piano internazionale. Queste dinamiche contribuirono a istituzionalizzare un modello di confronto basato sulla deterrenza asimmetrica e sulla guerra per procura, che sarebbe diventato una caratteristica permanente della politica regionale.

La fine della Guerra fredda non pose termine a queste tensioni. Al contrario, gli anni Novanta videro l’emergere di nuove linee di frattura. L’Iran continuò a sviluppare la propria rete di alleanze regionali e a investire in capacità militari non convenzionali, mentre gli Stati Uniti consolidavano la loro presenza militare nel Golfo Persico. Le sanzioni economiche divennero uno strumento centrale della politica americana, mirando a limitare le risorse finanziarie e tecnologiche disponibili per Teheran.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 e le successive guerre in Afghanistan e in Iraq segnarono una nuova fase nel confronto. Sebbene l’Iran avesse inizialmente cooperato con gli Stati Uniti nella lotta contro i Talebani, l’inclusione dell’Iran nell’«asse del male» da parte dell’amministrazione Bush segnò un deterioramento significativo delle relazioni. L’invasione americana dell’Iraq nel 2003 eliminò uno dei principali rivali regionali dell’Iran, ma aprì anche la strada a una nuova fase di competizione per l’influenza politica e militare nel paese.

Negli anni successivi, l’Iran sviluppò ulteriormente la propria strategia di deterrenza asimmetrica, basata sull’uso di milizie alleate, capacità missilistiche e, più recentemente, tecnologie come i droni. Questo approccio consentì a Teheran di proiettare potere oltre i propri confini senza impegnarsi in conflitti convenzionali diretti con gli Stati Uniti o con Israele. Allo stesso tempo, Washington e i suoi alleati intensificarono le pressioni diplomatiche ed economiche, mantenendo un regime di sanzioni sempre più complesso.

Le rivolte della Primavera araba del 2011 aprirono un nuovo capitolo in questa lunga rivalità. Il collasso o l’indebolimento di diversi Stati arabi creò nuove opportunità e nuovi rischi. In Siria, la guerra civile divenne rapidamente un terreno centrale di confronto indiretto, con l’Iran impegnato a sostenere il governo di Bashar al-Assad e gli Stati Uniti e i loro alleati coinvolti, direttamente o indirettamente, nel sostegno a diverse forze di opposizione. Anche in Yemen, Iraq e Libano, la competizione per l’influenza regionale si intensificò.

Allo stesso tempo, il programma nucleare iraniano divenne uno dei principali punti di tensione. I negoziati culminarono nell’accordo sul nucleare del 2015, che rappresentò un tentativo significativo di ridurre il rischio di escalation militare. Tuttavia, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo alcuni anni dopo riportò rapidamente la situazione a un clima di crescente sfiducia. Le sanzioni furono nuovamente rafforzate e le tensioni militari aumentarono, con episodi di sabotaggio, attacchi mirati e operazioni clandestine.

Nel corso degli anni Venti del XXI secolo, la rivalità si è ulteriormente trasformata con l’introduzione di nuove tecnologie militari e strumenti di guerra non convenzionale. L’uso di droni armati, attacchi informatici e campagne di disinformazione ha ampliato il campo di battaglia oltre i confini tradizionali. Questo modello di conflitto diffuso e multilivello rende più difficile identificare un punto chiaro di inizio o di fine della guerra, rafforzando l’idea di una lunga guerra a bassa intensità ma ad alta persistenza.

Tuttavia, nonostante decenni di ostilità, il conflitto non è mai sfociato in una guerra totale tra Stati Uniti e Iran. Piuttosto, si è articolato in una serie di confronti indiretti, crisi episodiche e fasi di tensione crescente seguite da momenti di relativa distensione. Questo schema ha contribuito a creare una situazione in cui entrambe le parti si percepiscono come impegnate in una lotta esistenziale, pur evitando uno scontro diretto su larga scala.

Oggi, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran rappresenta un punto culminante di questa lunga traiettoria storica. Essa riflette non soltanto rivalità geopolitiche immediate, ma anche decenni di diffidenza reciproca, memorie di conflitti passati e narrative ideologiche consolidate. Il rischio principale non è soltanto l’escalation militare immediata, ma la possibilità che il conflitto si radichi ulteriormente nelle percezioni collettive delle società coinvolte, rendendo sempre più difficile una riconciliazione futura.

Eppure, la storia non è predeterminata. Dopo 47 anni di conflitto, violenza e traumi accumulati, una risoluzione appare improbabile senza un cambiamento fondamentale nelle narrazioni americane prevalenti sull’Iran. In assenza di tale cambiamento, questa «guerra dei cinquant’anni» potrebbe continuare ben oltre l’inizio del XXI secolo.

 

Ibrahim al-Marashi è professore associato di storia del Medio Oriente presso la California State University e docente presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali di Milano (Aseri). Tra le sue pubblicazioni figurano Iraq’s Armed Forces: An Analytical History (2008), The Modern History of Iraq (2017), and A Concise History of the Middle East (2024).

Tanya Goudsouzian è una giornalista canadese che ha seguito l’Afghanistan e il Medio Oriente per oltre due decenni. Ha ricoperto ruoli editoriali di alto livello presso importanti media internazionali, tra cui quello di opinion editor presso Al Jazeera English.

 

Questo testo è originariamente apparso su Engelsberg Ideas.

 

Data

02 aprile 2026

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