recensione | 14 marzo 2026

La guerra che guardiamo

La guerra che guardiamo

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Recensione a Anna Maria Lorusso e Marco Santoro (a cura di), ShoWar. La guerra in Ucraina come spettacolo, Donzelli, Roma 2025.

 

Anna Sfardini

 

Il volume curato da Anna Maria Lorusso e Marco Santoro si inserisce nel panorama delle pubblicazioni fiorite attorno al conflitto russo-ucraino, facendosi promotore di una teoria culturale della guerra, attenta non tanto alla cronaca degli eventi o alle relazioni internazionali implicate, quanto, piuttosto, alla sua dimensione simbolica: quali esiti ha assunto in termini di significati e narrazioni quell’inesauribile assemblaggio tra valori sociali e culturali ed elementi mediali, artistici, politici con cui la guerra tra l’Ucraina e la Russia è stata rappresentata? In quali segni si è manifestata e attraverso quali supporti comunicativi si è resa visibile?

Lo stato di crisi (prima quella sanitaria, ora geopolitica) ha definitivamente assegnato alla comunicazione il compito di raccontare la Storia, di “mettere in comune”, fare circolare identità, equilibri e conflittualità di popoli e territori. Un compito che si svolge attraverso un processo continuo di scomposizione e ricomposizione di flussi discorsivi, in buona parte generati o ispirati dai diversi generi mediali, dai loro formati e dalle piattaforme che li rendono disponibili.

Ed è questo un primo aspetto cruciale sotteso al volume: il ruolo costitutivo e performativo che il sistema della comunicazione ha assunto in questi primi vent’anni del nuovo Millennio, sostenuto da uno stato di emergenza che si è via via trasformato da condizione eccezionale a situazione strutturale del nostro presente. Il campo di analisi privilegiato diventa, inevitabilmente, il mediascape contemporaneo caratterizzato da un traffico globale di prodotti culturali che ci rendono accessibile un’esperienza mediata della guerra russo-ucraina, con il suo groviglio di costruzioni discorsive.

I saggi raccolti nel volume, ciascuno dedicato a casi specifici di rappresentazione del conflitto, intercettano almeno tre temi-chiave con cui interrogare questo intrecciarsi di segni, significati ed elementi culturali. Il primo riguarda i differenti regimi di visibilità della guerra che i media rendono disponibili. Il saggio di Alessandra Bonazzi, ad esempio, esamina il conflitto attraverso lo sguardo tecno-panottico dei droni, nuove macchine di guerra con cui si determina un’asimmetria di potere tra chi osserva senza essere visto e chi subisce l’azione bellica all’interno di un territorio di conflitto reso superficie digitale astratta.

I droni diventano occhi armati e volanti che restituiscono spazi prima invisibili, svelano luoghi inaccessibili, sostituendo l’idea tradizionale delle mappe geografiche statiche con quelle mobili digitali, attraversate da bersagli in movimento. Al contempo, si perdono nell’invisibilità i luoghi non ripresi dai droni destinati a una sparizione che coinvolge anche gli spazi dell’immaginazione. Giovanna Cosenza affronta un altro regime di visibilità spostando l’analisi sul mezzo che ha consacrato la visione “a distanza”, la Tv, e su uno dei suoi generi principe, il talk show. In questo spazio trionfa la logica mediale della visibilità per eccellenza, la spettacolarizzazione: la grammatica televisiva traduce la tragedia della guerra attraverso cartonati, scenografie, commenti musicali con cui si compie la derealizzazione del conflitto.

L’allestimento dello studio, la selezione e gestione degli ospiti, lo stile di conduzione tengono saldo il format dei programmi; la guerra diventa contenuto che si deve adattare in quanto il format mediale non muta. Il conflitto entra nel flusso televisivo, abita le arene dei talk show, mima la guerra di sangue con la guerra di parole tra gli esperti. Lo stesso neologismo showar che dà il titolo al volume concretizza l’idea di una perdita di distinzione tra l’evento e la sua messa in scena, tra la guerra e il suo “spettacolo”, così indissolubilmente intrecciati da alimentarsi reciprocamente.

In questa era governata dalla logica dell’entertainment, il concetto di showar traduce, rendendolo operativo da un punto di vista analitico, quel legame tra guerra e cultura già accertato come inevitabile, senza il quale verrebbero a mancare le strutture narrative per articolare e giustificare il conflitto stesso. Oltre alla gestione del visibile/invisibile, i media si fanno anche strumenti di testimonianza, ricostruzione storica dell’identità della nazione Ucraina: i documenti mediali le restituiscono una consistenza nella Storia che prima del conflitto pareva assente o relegata ai margini dal nostro regime di visibilità sulla politica internazionale. Il cinema analizzato da Cristina Demaria dà voce alla storia recente dell’Ucraina – dalle proteste di Euromaidan del 2013 alle crisi in Crimea e Donbass del 2014 – così come rielaborata attraverso una serie di film che ripercorrono le condizioni che hanno anticipato il conflitto del 2022, dando così forma a una coscienza comune dell’identità ucraina.

Anche il saggio di Chiara Tartarini concentra l’attenzione, questa volta, sull’arte come dispositivo strategico di investimento e ridefinizione culturale che il paese ha perseguito fin dall'indipendenza in opposizione ai simboli russi. Il caso dell’app Backup Ukraine per la digitalizzazione partecipata del patrimonio, come le image delle statue protette da sacchi di sabbia esprimono un inedito atto di riappropriazione dal basso dell’arte come patrimonio comune su cui fondare la propria tradizione. Di nuovo ai media il compito di sottrarre all’invisibilità questo racconto diffondendone le immagini.

Un secondo tema-chiave riguarda proprio il potere sotteso all’esercizio della visibilità operato dai media, e dunque la questione di come, con quali mezzi e strategie, il soft power ucraino operi nella sfera simbolica. Il saggio di Anna Maria Lorusso si concentra sulla figura di Volodymyr Zelensky, l’iper-leader ucraino dotato di iper-competenza audiovisiva e di una comunicazione proiettiva finalizzata a invitare il mondo a condividere la storia ucraina e a immaginarla come propria, così da costruire consenso e legittimazione.

L’impegno ucraino a dotarsi di un sostegno esterno il più allargato possibile coinvolge anche gli strumenti classici del soft power, come lo sport e la musica. Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti affrontano il terreno simbolico del conflitto identitario delineato in diverse occasioni legate a vicende sportive che hanno messo in scena la contrapposizione tra l’Ucraina, piccolo Davide, e la Russia, gigante Golia. Anche in questo caso il ruolo dei media risulta determinante nel dare visibilità a fatti che apparentemente appartengono al campo dell’intrattenimento sportivo ma riescono a raggiungere e conquistare l’attenzione di audience globali.

Ancora, il soft power in chiave musicale è al centro del saggio di Lucio Spaziante incentrato sull’Eurovision Song Contest, in particolare l’edizione 2022, trasformata in un’arena mediale attraversata da influenze politiche e culturali. La vittoria dell’Ucraina nel 2022 trascende la competizione sonora per diventare un atto di rivendicazione identitaria sostenuto e condiviso da un pubblico trasversale internazionale. Questi casi sembrano suggerire che forse solo la leggerezza, la dimensione soft dei generi mediali più amati del mondo dell’entertainment, come appunto lo sport, la musica, riescono ad arginare il fenomeno dell’evitamento selettivo delle hard news sofferto a livello internazionale dai pubblici, avvicinandoli alla causa ucraina.

Un terzo tema che emerge dal volume riguarda, infatti, la dimensione spettatoriale che la guerra russo-ucraina inevitabilmente attiva. Molti dei casi analizzati trovano senso nel rivolgersi non tanto agli ucraini quanto al mondo esterno, così da attivare quell’effetto nearing/distancing da cui l’identità ucraina ricava consistenza e riconoscibilità, persino espressioni di empatia. Nuove geografie di appartenenza vengono così dettate dalla condivisione transnazionale di consumi culturali portatori di specifiche narrazioni sugli eventi. In questo scenario, diventa cruciale cogliere le dinamiche di polarizzazione e costruzione del consenso che definiscono e indirizzano tali narrazioni.

In questa prospettiva, Simone Papale e Marco Solaroli esplorano lo “spazio d’opinione” italiano analizzando i frame interpretativi e le strategie argomentative attivati nelle quattro principali testate giornalistiche italiane durante i primi mesi del conflitto, quali motori della polarizzazione del discorso pubblico; Marco Santoro affronta l’industria culturale della guerra, mappando il campo intellettuale sviluppatosi a ridosso del suo esordio ed espresso in due ambiti di parola: la ricca produzione editoriale sul tema comparsa nelle librerie; i dibattiti televisivi animati da un gruppo di “esperti” di guerra invitati nei vari salotti per sostenere la propria visione sul conflitto.

In effetti, le tante narrazioni collegate al conflitto russo-ucraino che il volume raccoglie condividono una medesima promessa, il racconto della verità. Una teoria culturale della guerra si estende inevitabilmente a comprendere anche le costruzioni discorsive intorno al nodo della sua verità, lasciando aperto un interrogativo di fondo: c’è ancora spazio per la verità in un sistema governato da immagini, narrazioni, intrattenimento e propaganda, in cui il regime dell’ipervisibilità mediatica sovrasta quello della ragione?

 

Anna Sfardini è professoressa associata di Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali presso la Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

 

Data

14 marzo 2026

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