Damiano Palano
Nel novembre del 1967, mentre esplodeva la contestazione studentesca a Palazzo Campana, allora sede della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino, Marco Revelli era poco più che una matricola. Si trovò improvvisamente catapultato in quello che sarebbe diventato il Sessantotto e in assemblee tumultuose in cui si mettevano sotto accusa l'autoritarismo accademico e il potere dei «baroni». Ma in quegli anni ebbe anche la fortuna di formarsi assistendo alle lezioni di intellettuali come Norberto Bobbio, che proprio in quegli anni insegnava Scienza della politica, Alessandro Passerin d'Entrèves, il giovane Paolo Farneti e molti altri. È a quella stagione che Revelli torna nel suo libro più recente, La democrazia è antiquata? (Laterza), e non soltanto per un omaggio autobiografico. Il richiamo ai maestri torinesi, e in particolare a Bobbio, serve piuttosto a costruire un metro di paragone, una specie di unità di misura con cui valutare quanto la democrazia contemporanea si sia allontanata da quella che gli era stata insegnata. Revelli racconta infatti che già dalle prime lezioni di Scienza politica gli era stato spiegato che una democrazia sana richiede l'autonomia reciproca dei tre grandi sottosistemi della società, quello politico, quello economico e quello culturale. Quando uno di questi tende a dominare gli altri, si manifesta una patologia grave, potenzialmente mortale, incompatibile con il corretto funzionamento dell'ordine democratico. L'intero libro si può leggere come una verifica di quella lezione, condotta sul presente. E la conclusione a cui arriva Revelli è netta: le democrazie occidentali soffrono oggi di patologie sistemiche che nascono proprio dalla progressiva dissoluzione dei confini tra politica, economia e cultura. Non è una crisi contingente, una fase passeggera di difficoltà. È qualcosa di più profondo, una trasformazione che sta cambiando la natura stessa della democrazia rappresentativa.
La prima di queste trasformazioni riguarda lo svuotamento delle istituzioni rappresentative. Revelli descrive l'affermarsi di una «democrazia esecutoria», in cui il baricentro decisionale si sposta progressivamente dai parlamenti agli esecutivi. La funzione legislativa, un tempo cuore dell'esperienza democratica, viene schiacciata da governi sempre più forti, da procedure d'urgenza, da vincoli tecnici, da apparati amministrativi il cui peso non fa che crescere. Anche l'Unione europea, in questo quadro, appare come una struttura in cui l'iniziativa politica si concentra soprattutto negli organismi esecutivi e tecnocratici. Il risultato è una marginalizzazione progressiva delle sedi della rappresentanza, e una distanza sempre più ampia tra cittadini e decisori. Parallelamente, la democrazia diventa una democrazia senza popolo. Revelli si sofferma a lungo sull'astensionismo, fenomeno che attraversa quasi tutte le democrazie mature. Il cittadino-elettore appare sempre più lontano dalle istituzioni, sempre meno convinto di poter incidere su qualcosa. Il caso italiano è da questo punto di vista un laboratorio piuttosto significativo: tra il 2008 e il 2022 i votanti sono diminuiti di circa dieci milioni. Al di là delle oscillazioni elettorali e delle specificità nazionali, è un dato che segnala una tendenza più ampia, il venir meno di quel coinvolgimento politico di massa che aveva caratterizzato la stagione della democrazia dei partiti, e che per decenni aveva garantito un legame relativamente stabile tra società e istituzioni.
Ma la democrazia contemporanea è anche, per Revelli, una «democrazia dei pochi». Non solo perché la partecipazione diminuisce, ma perché cresce in modo impressionante il peso delle grandi concentrazioni economiche. Il libro dedica ampio spazio alle diseguaglianze e alla formazione di una nuova oligarchia globale: la crescita esponenziale dei grandi patrimoni, secondo Revelli, non è soltanto un problema economico o sociale, ma produce conseguenze direttamente politiche. È nel crescente peso del denaro nelle vicende editoriali e informative, osserva, che si trova una delle spiegazioni del progressivo deterioramento della fiducia nelle istituzioni democratiche. Una delle sezioni più interessanti del volume, in questo senso, è quella dedicata alla trasformazione del sistema dell'informazione. Per oltre un secolo, ricorda Revelli, il pensiero democratico ha considerato la libertà e l'indipendenza della stampa una condizione essenziale della vita democratica. Da Thomas Jefferson a John Stuart Mill, da Walter Lippmann a Joseph Pulitzer, fino a Noam Chomsky, la convinzione condivisa era che un'informazione libera e pluralistica fosse il presupposto indispensabile di una cittadinanza consapevole. «Tra democrazia e libera stampa», scrive Revelli riassumendo questa tradizione, «c'era un rapporto di simbiosi pari a quello del Paguro Bernardo con la sua conchiglia». Oggi quella convinzione appare radicalmente compromessa. Nel capitolo sulla «democrazia della disinformazione», Revelli descrive il progressivo intreccio tra potere economico e potere culturale, richiamando i dati sulla concentrazione della ricchezza globale: molti dei principali miliardari del pianeta sono anche proprietari di piattaforme digitali, giornali, televisioni, reti di distribuzione dell'informazione. Da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Jeff Bezos a Bernard Arnault, il controllo dei flussi comunicativi si concentra nelle mani di una ristretta élite economica.
Il problema, certo, non è solo proprietario: è il venir meno di quella autonomia del sistema culturale che i maestri torinesi consideravano una condizione essenziale della democrazia. E la rivoluzione digitale — che inizialmente era stata accolta come promessa di democratizzazione dell'accesso alla conoscenza — ha prodotto effetti più ambivalenti di quanto si sperasse: l'abbondanza di informazioni non coincide automaticamente con una maggiore capacità critica. Al contrario, la frammentazione degli spazi pubblici, la logica algoritmica delle piattaforme, la circolazione incontrollata di contenuti manipolativi rendono più difficile la formazione di un'opinione pubblica davvero informata. Il cittadino, invece di diventare più libero, rischia di trovarsi immerso in ambienti comunicativi costruiti da poteri economici che operano secondo logiche opache, difficili da controllare.
A questa diagnosi si collega un ulteriore capitolo, dedicato alla «democrazia delle armi». Revelli nota come negli ultimi anni le democrazie occidentali abbiano riscoperto la centralità della forza militare e degli apparati di sicurezza. Ma il punto più interessante riguarda il rapporto tra guerra, sorveglianza e potere invisibile: le tecnologie digitali consentono oggi forme di monitoraggio e raccolta dati impensabili fino a pochi decenni fa. In questo scenario, la democrazia sembra allontanarsi dall'ideale della trasparenza e avvicinarsi sempre più alla logica del segreto. È qui che riemerge il dialogo con Bobbio. Se il filosofo torinese sosteneva che il compito della democrazia fosse realizzare il massimo controllo del potere da parte dei cittadini, Revelli ritiene che si sia verificato un vero capovolgimento: le nostre società si starebbero muovendo «verso il massimo controllo dei sudditi da parte del potere». Quella che avrebbe dovuto essere una «casa di cristallo», secondo la celebre immagine di Sandro Pertini, si è trasformata progressivamente in una «scatola nera», le cui chiavi di accesso restano nelle mani di pochi soggetti invisibili.
La diagnosi di Revelli è severa, per certi versi persino impietosa. Eppure il libro non si chiude con una dichiarazione di resa. Nelle pagine finali l'autore richiama esplicitamente la lezione di Václav Havel e del Potere dei senza potere: il primo passo consiste nel riconoscere la realtà delle trasformazioni in corso, senza cercare consolazione nelle formule rituali e nelle auto-rappresentazioni rassicuranti che la democrazia contemporanea continua a darsi. Bisogna, per usare l'espressione di Havel, «smettere di vivere nella menzogna». Solo prendendo sul serio le patologie che attraversano le nostre società si può immaginare una via d'uscita. Da questo riconoscimento nasce anche la proposta politica del volume, che non è una rivoluzione imminente, né una grande rifondazione istituzionale, ma un paziente lavoro di ricostruzione dal basso. Revelli parla apertamente di una «cura» della democrazia: ricostruire legami sociali, comunità territoriali, reti civiche, pratiche di partecipazione capaci di restituire consistenza a uno spazio pubblico sempre più fragile. Può sembrare un programma minimale, soprattutto in un'epoca dominata da processi globali e da concentrazioni gigantesche di potere economico e tecnologico. Ma è probabilmente proprio questo il punto: di fronte a patologie accumulate nel corso di decenni, non esistono scorciatoie salvifiche.
Il merito principale del libro di Revelli sta allora nel costringere il lettore a guardare senza illusioni lo stato della democrazia contemporanea, senza però rinunciare a immaginarne il rinnovamento. Come scrive nelle ultime pagine, il compito è avviare un «lavoro di cura» capace di «suturare le lacerazioni lenticolari» di una società frammentata, e ricostruire quei legami elementari che il processo di individualizzazione ha progressivamente dissolto. In una delle immagini più riuscite del libro, Revelli invita ad «aiutare ogni frammento di questa galassia finora gassosa a uscire dalla propria solitudine per “fare sistema” con gli altri propri simili e passare a uno stato quantomeno semi-solido». Una prospettiva che può apparire modesta, di fronte alla portata delle sfide descritte nel libro. Ma è anche la conclusione più coerente: se la crisi della democrazia nasce dalla dissoluzione dei legami sociali e dall'assorbimento della politica nella logica del potere economico e tecnologico, la sua eventuale rinascita non può che passare dalla paziente ricostruzione di un «noi» capace di restituire consistenza alla vita democratica.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos e di Aseri