Damiano Palano
Correva l’anno 1957 quando l’Unione Sovietica riuscì a mandare in orbita lo Sputnik, un satellite artificiale che per circa tre settimane sorvolò l’intera superficie terrestre. Quel lancio diede il via alla corsa verso lo spazio, ma mostrò anche che Mosca disponeva di tecnologie missilistiche avanzate, tali da rendere il territorio americano il possibile bersaglio di un attacco nucleare. La guerra fredda entrava così in una fase di ancora maggior tensione. L’anno precedente, l’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest aveva peraltro mostrato il volto dispotico di Mosca e dissolto le speranze nate dopo la denuncia delle colpe di Stalin pronunciata da Kruscev al XX Congresso del Pcus. La contrapposizione con il blocco dei paesi socialisti era dunque comprensibilmente vista, in Occidente, come uno scontro ferale tra democrazie e tirannide.
Proprio nel 1957, Giovanni Sartori, allora trentacinquenne, mandò in stampa Democrazia e definizioni, un testo destinato a diventare il suo libro più famoso e che oggi – a dieci anni dalla scomparsa del politologo – Il Mulino ripubblica in una nuova edizione, arricchita da un’introduzione di Angelo Panebianco (Il Mulino, pp. 225, euro 26.00). La temperatura dello scontro ideologico di allora emerge quasi da ogni pagina. L’obiettivo di Sartori era d’altronde ‘ripulire’ la parola “democrazia” dalle ‘incrostazioni’ ideologiche e chiarire cosa davvero si dovesse intendere con quel termine. Il politologo non era indifferente nei confronti delle concezioni ‘prescrittive’. Ma riteneva che fosse prima di tutto necessario definire la “verità effettuale”, ossia la realtà della democrazia esistente. In sostanza, per Sartori la democrazia era diversa dall’autocrazia perché i cittadini potevano scegliere a chi assegnare il potere di governare mediante elezioni competitive. Inoltre, I principi sanciti dal liberalismo – le libertà classiche e la divisione dei poteri – dovevano essere considerati come presupposti indispensabili, perché rappresentavano una garanzia di un effettivo pluralismo. A dispetto delle pretese di Mosca, che definiva i sistemi socialisti come «democrazie popolari», l’Unione sovietica rimaneva pertanto un sistema dispotico, un regime «totalitario» in cui i vertici del partito esercitavano un dominio assoluto sulla società. Così, come scriveva, “dire ‘democrazia’ e dire “democrazia di tipo occidentale’ è esattamente lo stesso”.
La proposta del giovane studioso fiorentino non era di per sé originale. Due anni prima, Politica e cultura di Norberto Bobbio e L’oppio degli intellettuali di Raymond Aron avevano rivendicato l’importanza della tradizione liberale. Joseph A. Schumpeter (fin dal 1942) e Robert A. Dahl, in Preface to Democratic Theory, avevano inoltre delineato una sagoma molto parsimoniosa della democrazia, centrata proprio sul ricorso alle elezioni competitive come metodo per assegnare il compito di governare, La forza del libro di Sartori stava però nell’efficacia polemica, nella sua capacità di indirizzare le argomentazioni contro un avversario ben preciso, rappresentato dalle visioni «alternative» della democrazia, che pure tanto fascino esercitavano allora sul mondo intellettuale.
Alla sua uscita, il libro fu accolto da decine di recensioni, alcune delle quali anche piuttosto critiche, ma il successo fu tale che solo alcuni mesi dopo uscì una seconda edizione, cui ne seguirono poi altre tre (prima di quella del 2025). Sartori stesso, nel 1962, ne fece inoltre una versione per gli Stati Uniti, intitolata Democratic Theory. Non si trattava però di una semplice traduzione, ma di una rielaborazione, che in alcuni punti si discostava sensibilmente dall’edizione italiana. Questa versione non venne però mai tradotta nel nostro Paese. Nel 1987 uscì, sempre in inglese, The Theory of Democracy Rivisited, in due volumi, che anche in questo caso non fu seguita da una traduzione italiana, mentre nel 1993 apparve Democrazia. Cosa è, che – pur riprendendo la struttura degli altri volumi – era molto più breve, perché si proponeva di raggiungere un pubblico piuttosto ampio.
Il fatto che il libro di Sartori abbia avuto edizioni tanto diverse può apparire solo una curiosità da bibliofili. Ma il punto è che Sartori modificò nel tempo la propria definizione di democrazia, ed è curioso che il pubblico italiano non possa disporre – se non in lingua inglese – dalla versione più elaborata del lavoro cui si dedicò per decenni. Nel testo del 1957, la democrazia era qualificata come «un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano» (peraltro, nell’edizione ripubblicata oggi, per uno sfortunato refuso, le minoranze diventano «minoranze concorrenti che rassicurano», alterando così non poco il significato). Nell’edizione americana, la democrazia era invece presentata anche come una «poliarchia elettiva». E, combinando insieme le proposte di Dahl, Schumpeter e Carl Friedrich, diventava così «il meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo, e specificamente impone la responsività degli eletti nei confronti degli elettori».
Al di là delle questioni filologiche, il libro di Sartori rimane ancora oggi una lettura importante, e d’altronde si tratta davvero di un classico. Oggi ci troviamo però di fronte a sfide che in gran parte richiedono un salto ulteriore. Non siamo più nel mondo dello Sputnik, ma in quello della “guerra ibrida”. Oggi la tecnologia cambia radicalmente il contesto in cui si forma l’opinione pubblica (e questo Sartori l’aveva intuito) e sfida la separazione fra “interno” ed “esterno”. E anche per questo è necessario riflettere sul rapporto fra democrazia e ordine internazionale: un nodo che la teoria novecentesca non affrontò quasi per nulla, ma che nei prossimi anni diventerà invece necessario tentare di sciogliere.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos
Questo testo, in forma più breve e con un titolo differente, è apparso sul quotidiano «Avvenire» il 3 gennaio 2026.