Antonio Campati
Siamo ormai abituati a narrazioni semplificate sul destino della democrazia, influenzate dalla logica polarizzante che caratterizza da diversi anni il dibattito pubblico. Infatti, è abituale ragionare seguendo contrapposizioni nette tra democrazie e autocrazie, oppure tra chi sostiene la fine del modello democratico e chi, invece, pensa che sia ancora la migliore soluzione possibile per organizzare la gestione del potere e la convivenza civile. È forse opportuna una riflessione più ponderata. Un punto di partenza è il messaggio che Papa Leone XIV ha inviato alla Pontificia accademia delle scienze sociali lo scorso 14 aprile, quando ha ricordato che la democrazia non è una mera procedura – come talvolta si è tentati di credere. E che una «democrazia autentica» garantisce un uso legittimo del potere, il quale non è un fine in sé stesso, ma un mezzo ordinato al bene comune. Quello del pontefice appare come un suggerimento a depurare il dibattito dall’eccessivo tasso ideologico che lo caratterizza, riflettendo in modo serio su cosa sia la democrazia, senza illudersi che possa essere solo un insieme di regole.
Una prospettiva interessante per riflettere sulla base di queste premesse è proposta da Yves Mény, noto politologo francese, in un libro disponibile per i tipi di Morcelliana e curato da Carlo Muzzi. Il titolo – Fragilità della democrazia. Rappresentanza, legittimità, sovranità nel XXI secolo – esprime già chiaramente gli snodi teorici attorno a cui ruota questo contributo. Non si tratta di un ennesimo libro sulla crisi della democrazia, bensì di un’analisi che si sofferma sulle contraddizioni strutturali e sulle ambiguità che la caratterizzano fin dalla nascita. O, meglio, sulle sue fragilità nelle quali paradossalmente risiede – come scrive Muzzi nella prefazione – la sua forza.
Dal libro emerge in maniera limpida proprio l’idea secondo cui la democrazia non sia solo una procedura, ma il prodotto di un percorso storico articolato. Basti pensare al rapporto che instaura nel tempo con il liberalismo, dapprima percepito come avversario, poiché «l’obiettivo iniziale dei liberali non era affatto quello di “pensare” la democrazia. Al contrario: essi miravano a respingerla, a limitarla. Per loro la democrazia significava il governo disordinato e demagogico delle masse» (p. 37). Poi, gradualmente, il quadro cambia, quando si assiste alla fusione tra elementi in apparenza contradditori, ma oggi divenuti inseparabili, ossia la componente popolare (elezioni e partiti) e la componente liberale (la garanzia dei diritti).
All’interno di una storia così complessa, uno degli snodi più problematici è legato alle modalità attraverso le quali poter far esprimere la volontà popolare. Assume pertanto un ruolo di primo piano la rappresentanza politica, nata anche per mitigare l’espressione immediata del popolo, che ancora oggi ha una forza simbolica straordinaria (non a caso molti leader politici ne enfatizzano la portata in modo talvolta eccessivo). La principale conseguenza della rappresentanza è legata al fatto che quando tale volontà deve tradursi in decisione occorre necessariamente incanalarla in una struttura verticale, che quindi divide, separa, i governanti dai governati. A tal proposito, Mény ricorda che l’«invenzione» della rappresentanza è segnata dalla volontà di ridurre il potere assoluto della monarchia per fare spazio alle classi emergenti, dapprima l’aristocrazia, poi la borghesia e infine il popolo (p. 55). In epoca contemporanea, la traduzione concreta di tale volontà indica la fragilità più problematica del modello democratico, perché richiama la spinosa questione relativa al perché pochi sono legittimati a decidere le sorti dei molti. Basti pensare alle risposte fornite a tale domanda dalle teorie populiste che si sono sviluppate nel corso dei decenni (non solo le più recenti).
Guardando a quello che succede nel mondo, approfondire le fragilità dei sistemi politici può essere davvero molto utile. Soprattutto per una questione: come sottolinea Mény, molti concordano nel ritenere che la democrazia sia un sistema di governo imperfetto, basato sul compromesso e sulla rappresentanza, ma nessuno ha proposto alternative credibili e praticabili. Ricorda, inoltre, come gli approcci che promuovono l’esportazione della democrazia si basino sulla fin troppo semplice imitazione formale delle istituzioni attraverso la tecnica del copy and paste, mentre è «assai più difficile aderire a pratiche e valori che si sono consolidati per stratificazione nel corso dei secoli». Tuttavia, rispetto alla mancanza di forme alternative alla democrazia liberale occorre cautela, perché, seppur a piccoli passi, si stanno ormai delineando. Esempi preoccupanti sono le cosiddette «democrazie private», caratterizzate da una gestione del potere pubblico con modalità tipiche dell’ambito privatistico, e le più note «democrazie illiberali», che la sconfitta di Orbàn in Ungheria non ha certamente archiviato. Come ricorda giustamente lo studioso francese, è possibile trovare diversi modi per correggere i meccanismi inceppati della democrazia, ma per farlo occorre partire da una consapevolezza di fondo, secondo cui ci sono valori fondamentali che non possono essere messi in discussione «senza mettere in pericolo o distruggere la democrazia stessa» (p. 178).
Antonio Campati è ricercatore di Filosofia politica presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.