Damiano Palano
Durante la Seconda guerra mondiale, mentre si trovava a insegnare in Nuova Zelanda, Karl R. Popper ebbe modo di scrivere una delle sue opere più celebri, oltre che sicuramente la più discussa. Allontanandosi dal terreno consueto degli studi di epistemologia, il pensatore di origine viennese si volse infatti alla filosofia politica, con un obiettivo analogo a quello con cui erano alle prese molti altri grandi intellettuali. Anche Popper era alla ricerca di una spiegazione all’ascesa di sistemi totalitari, ma, se diverse ipotesi sottolinearono il ruolo della crisi seguita alla Prima guerra mondiale, della modernizzazione o delle tendenze psicologiche che spingevano verso l’autoritarismo, Popper compì un’operazione teoricamente per molti versi più ambiziosa, perché rintracciò le origini della tentazione totalitaria nella filosofia di Platone, in quella di Hegel e in quella di Karl Marx. Ad accomunare questi tre sistemi filosofici sarebbe stata la convinzione di poter realizzare l’ideale di una società perfettamente organizzata: un modello che, una volta raggiunto, si sarebbe dovuto conservare immutato. Una società concepita in questi termini – una società chiusa, secondo l’espressione di Popper – era però destinata fatalmente a tramutarsi in un sistema dispotico, retto da norme inflessibili e da governanti convinti di possedere una verità assoluta, sottratta a ogni critica o perfezionamento.
Agli assetti totalitari, Popper contrapponeva invece il modello virtuoso della ‘società aperta’, capace di riformarsi costantemente, senza brusche rotture. In sostanza, la sua proposta rappresentava un’applicazione al campo politico dei principi della sua teoria della falsificazione. Così come in campo scientifico non si può pervenire mai a una verità definitiva, ma solo a ipotesi che resistono (temporaneamente) ai tentativi di confutazione, allo stesso modo in politica occorrono istituzioni e procedure che rendano possibile una continua autocorrezione: solo questa ‘apertura’ a un costante cambiamento può infatti consentire a una società di migliorarsi.
La società aperta di Popper è ovviamente una società retta da un regime liberal-democratico, nel quale, oltre a essere garantiti libertà e diritti, si svolgono elezioni competitive. Le procedure consentono agli elettori di scegliere pacificamente chi deve governare per un determinato periodo di tempo, mentre al termine del mandato i governanti vengono giudicati dagli elettori sulla base dei risultati ottenuti. Ma non era solo questo a contrassegnare la democrazia per lo studioso di origine austriaca. Memore del crollo della Repubblica di Weimar, Popper era infatti ben consapevole che un governo della maggioranza, i cui leader fossero stati scelti in elezioni competitive, avrebbe potuto esercitare il potere in modo dispotico. Mussolini era giunto al potere perché aveva ottenuto il mandato di formare il governo dal re, mentre Hitler aveva vinto le elezioni. Passando legalmente dalla porta del governo, quelle forze politiche avevano poi sovvertito tutte le regole democratiche. Per questo, era indispensabile che i diritti delle minoranze fossero sempre garantiti. «Se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo è una tirannia», scriveva per esempio. Ma, al tempo stesso, osservava anche che non tutte le minoranze erano davvero uguali e che ad alcune non doveva essere consentito di fare propaganda e presentare candidati alle elezioni. Un regime davvero democratico doveva cioè escludere quel tipo di cambiamento che comportasse un abbandono delle procedure democratiche. E, inoltre, doveva bandire dalle elezioni le forze politiche che puntavano a un sovvertimento del regime. «In una democrazia», scriveva infatti, «l’integrale protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge e specialmente a coloro che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia».
La preoccupazione espressa da Popper era la medesima che ebbero i Padri costituenti in Italia e gli estensori della Legge fondamentale in Germania. In vario modo, la legislazione ha precisato inoltre quali siano gli elementi che rendono un partito minaccioso per la democrazia. All’indomani della guerra però non era difficile tracciare un confine piuttosto netto fra partiti fedeli alla democrazia e partiti ‘intollerranti’ nei confronti delle sue regole. La storia aveva infatti chiarito quale fosse il modo di operare dei partiti fascisti e quali fossero i loro obiettivi; su un altro versante, si poteva ritenere che i partiti comunisti non avessero abbandonato l’obiettivo della rivoluzione, da perseguire anche con il ricorso alla violenza; la divisione bipolare e il fatto che i partiti comunisti vedessero in Mosca, oltre che un riferimento, anche un modello politico da imitare, non poteva inoltre non gettare su di essi quantomeno il sospetto che il loro scopo di lungo periodo fosse l’abbandono della democrazia liberale. Giovanni Sartori e altri politologi adottarono l’espressione «opposizione antisistema» proprio per riferirsi al fatto che si trattava di partiti che non si limitavano a criticare radicalmente la maggioranza e l’operato del governo, ma ambivano a modificare le regole fondamentali della democrazia. In altre parole, si trattava proprio di quegli ‘intolleranti’ nei confronti dei quali non si doveva essere ‘tolleranti’. La tolleranza avrebbe infatti potuto aprire la ‘stanza dei bottoni’ a forze intenzionate a sospendere o abolire del tutto la competizione fra partiti e le libertà necessarie per garantire un reale pluralismo.
Il monito di Popper è tornato di attualità in questi ultimi anni, non solo perché nuovi partiti e leader di destra sono diventati protagonisti della scena politica in diverse democrazie occidentali, ma anche perché spesso il loro successo è stato imputato all’utilizzo di campagne di disinformazione finanziate o promosse da potenze straniere e perché in alcuni casi queste forze hanno puntato a intaccare il principio della divisione dei poteri. Anche oggi, dunque, gli ‘intolleranti’ partecipano alla competizione elettorale, ma il rischio, secondo alcuni osservatori, è che, una volta conquistato legalmente il potere, possa modificare le regole del regime democratico, manomettendone le norme fondamentali.
Benché tale rischio sia oggi tutt’altro che ipotetico, non è però affatto semplice stabilire chi siano davvero gli ‘intolleranti’, nei confronti dei quali si dovrebbe essere intolleranti. Il suggerimento di Popper era di escludere dalla protezione da riservare alle minoranze coloro «che violano la legge» e «che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia». Ma stabilire oggi chi rientri in queste categorie – e a cui dunque non dovrebbe essere concesso di partecipare alla contesa elettorale – è quantomeno più difficile che in passato. E i casi delle recenti elezioni rumene (in cui l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali è stato annullato a causa della presunta influenza di campagne di disinformazione straniere) o di Alternative für Deutschland in Germania (che secondo alcune indagini avrebbe obiettivi antidemocratici) mostrano in modo eclatante queste difficoltà. E non soltanto perché è politicamente molto complesso bandire dalla competizione partiti che godono di un sostegno significativo. Ma anche per molti altri motivi, che possono essere ricondotti principalmente a tre.
In primo luogo, oggi nessuna forza politica rilevante porta avanti qualcosa di simile ai progetti di radicale trasformazione che nella prima metà del Novecento contrassegnavano i partiti di matrice fascista e i partiti comunisti. Tutti utilizzano il linguaggio della democrazia, anche se in alcuni casi si tratta di una democrazia venata di tratti illiberali, nativisti o ‘decisionisti’. Il successo della parola ‘populismo’ discende per molti versi proprio da questo. Gli outsider sono stati etichettati in questo modo non perché puntino esplicitamente a sovvertire la democrazia, bensì perché si presentano come i più autentici rappresentanti del popolo, in grado di ristabilire quella sovranità popolare che le élite hanno minato. E per quanto sia spesso evidente che la retorica del popolo (peraltro molto diffusa presso quasi tutte le forze politiche) nasconde un fondo culturale sostanzialmente illiberale, è davvero difficile dimostrare, quantomeno stando ai programmi e alle dichiarazioni dei leader, che vi possa essere alle spalle un più ampio progetto di sovvertimento dell’ordinamento democratico.
In secondo luogo, una delle caratteristiche delle tecniche di disinformazione contemporanee – come, in generale, molti degli strumenti utilizzati oggi nella ‘zona grigia’ fra guerra e pace – è che quasi mai le campagne possono essere ricondotte chiaramente a un attore statale, e che dunque accertare la responsabilità della diffusione di notizie false o deformate è possibile solo a seguite di complesse indagini, che quasi sempre non sono però in grado di stabilire chiaramente il ruolo delle forze politiche che ne avrebbero beneficiato.
Infine, e non si tratta di un dettaglio secondario, il mondo delle democrazie liberali – che per tutta la Guerra fredda e sino a pochi anni fa era stato un blocco relativamente compatto – è oggi sempre più frammentato, non solo perché non sembra più avere un indirizzo di politica estera unitaria. La direzione imboccata dagli Stati Uniti con la presidenza Trump è solo l’eclatante dimostrazione del progressivo indebolimento di questo blocco politico, e il risultato è anche che le democrazie non possono più contare su una sorta di ‘vincolo esterno’, in grado di tutelarle dalle ‘minacce’ interne ed esterne ma anche capace di limitare la competizione e l’accesso al governo alle sole forze compatibili con le basi del sistema. Venuto meno questo vincolo, nel mondo ‘post-americano’ il concetto di democrazia torna a essere al centro di una contesa politica, con il rischio dunque che della democrazia si possa dare una visione non più così rispettosa dei diritti delle minoranze che Popper riteneva tanto importanti.
Mettere fuori gioco gli ‘intolleranti’, in altre parole, è oggi molto difficile per le democrazie, semplicemente perché non ci è più chiaro chi siano davvero gli ‘intolleranti’. Nel processo di disgregazione della comunità occidentale, il concetto di democrazia torna a essere al centro di una contesa ideologico-politica sul suo significato, su quali siano i suoi elementi distintivi e su quali siano dunque i suoi ‘nemici’ giurati. Il punto, dunque, non è che il principio della sovranità popolare venga contestato, bensì il fatto che della sovranità del popolo e del popolo stesso vengono date rappresentazioni differenti. Dopo la Riforma protestante, una volta venuta meno l’unità della cristianità, il principio della guerra giusta divenne la base con cui muovere guerra contro gli avversari, accusati di essere ‘eretici’. Alla bandiera della democrazia potrebbe accadere qualcosa di analogo, nel senso che il principio della difesa della democrazia e dei suoi valori potrebbe cessare di essere il cemento di ciò che abbiamo chiamato «Occidente» e diventare invece un motivo di lacerazione. Col risultato di rendere indistinguibile l’intolleranza verso gli intolleranti x dall’intolleranza di coloro che puntano a manomettere le regole della democrazia.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos