Samuele Mazzolini
La traiettoria intellettuale e politica di Álvaro García Linera appare oggi controcorrente, evocando piuttosto figure del Novecento che non i profili tipici della teoria critica contemporanea. Intellettuale militante e, al tempo stesso, uomo di governo, García Linera ha affiancato per quasi quattordici anni Evo Morales come vicepresidente della Bolivia, contribuendo a uno dei processi di trasformazione socialista più rilevanti e duraturi dell’epoca recente, nonostante le gravi battute d’arresto subite negli ultimi anni. Questa duplice collocazione, a cavallo tra riflessione teorica e pratica politica, imprime al suo pensiero un tratto distintivo che potremmo definire di audacia realista: l’ambizione di un cambiamento radicale che rifiuta tanto l’astrazione autoreferenziale quanto l’ingenuità volontaristica, radicandosi piuttosto nelle condizioni materiali delle classi popolari e nelle dinamiche concrete dell’organizzazione politica. Il sapere prodotto da García Linera è in tal senso inseparabile dalla strategia politica, dispiegando una sensibilità clausewitziana: pensare significa orientare l’azione. È proprio questa postura a rendere La comunidad ilusoria un testo di particolare interesse per chi si interroga oggi sulle condizioni di possibilità di una politica emancipatrice.
Il libro raccoglie tre testi, rielaborazioni di altrettante conferenze tenute tra il 2019 e il 2021 presso diverse università argentine. I temi centrali sono il senso comune, i beni comuni e lo Stato. Le argomentazioni, talvolta reiterate, finiscono per rafforzare e chiarire il nucleo teorico dell’opera, che prende avvio da una domanda cruciale: perché la ribellione è così rara, anche di fronte a forme di dominio sempre più evidenti e intollerabili? Contro ogni interpretazione meccanicistica, García Linera sostiene che la stabilità sociale – “il 99% del tempo”, come afferma – prevale perché il principio di conservazione tende a dominare sull’impulso al cambiamento. Questa stabilità è garantita dal senso comune, concetto esplicitamente mutuato da Antonio Gramsci, la cui influenza permea l’intero volume, insieme a quella di Nicos Poulantzas e, in misura minore, di Pierre Bourdieu. Il senso comune è un insieme denso e stratificato di conoscenze quotidiane automatizzate: saperi normativi, giudizi etici, tolleranze morali, capacità progettuali e competenze pratiche, che operano secondo una logica “grammaticale”. Esso delimita, in ogni fase storica, un orizzonte potenzialmente infinito di azioni umane possibili, ma sempre entro confini compatibili con gli interessi del blocco dominante.
Tuttavia, il senso comune non è statico. È una piattaforma flessibile che ridefinisce continuamente la posizione dei gruppi sociali. Nei momenti di crisi, credenze consolidate possono essere scalzate da nuove rappresentazioni, anche se – sottolinea García Linera – nessuna rivoluzione cancella integralmente il passato, escludendo così la possibilità di una tabula rasa. Residui dei precedenti sensi comuni persistono sempre. Ne deriva che la lotta per l’egemonia culturale è decisiva: solo conquistando il senso comune è possibile orientare il malcontento diffuso verso un progetto emancipatore. L’egemonia non è solo una condizione del nuovo potere politico, ma il suo necessario preludio. Il compito delle forze rivoluzionarie è dunque un lavorio lungo e paziente di costruzione delle condizioni di una rottura credibile, fondata su una cultura nazionale-popolare. Domini e ribellioni, suggerisce García Linera, si riproducono continuamente entro configurazioni storiche mutevoli, rivelando il carattere contingente di qualsiasi egemonia.
Il secondo saggio affronta il tema dei beni comuni, oggetto di un intenso dibattito teorico negli ultimi anni. García Linera prende le distanze dall’approccio oggi dominante, che tende a esaltare i commons locali, autogestiti e non statali. Il suo intervento risulta particolarmente incisivo perché smaschera molte delle ingenuità che hanno reso questo dibattito astratto e politicamente inefficace. Con toni spesso polemici, egli sottolinea la distanza tra le elaborazioni di intellettuali come Dardot, Laval o Federici e l’esperienza concreta delle classi popolari. I commons celebrati dagli autori citati non sono realmente universali: per quanto lodevoli, restano circoscritti, fragili, facilmente riassorbibili nei circuiti della valorizzazione capitalistica, e dunque incapaci di mettere in discussione il potere politico. García Linera sposta invece l’attenzione sui beni comuni centralizzati e garantiti dallo Stato, che considera i più rilevanti. Egli amplia il concetto fino a includere diritti sociali, risorse collettive e ricchezze storicamente conquistate attraverso le lotte popolari: cittadinanza politica, welfare, nazionalizzazioni, sicurezza sociale. Ogni bene comune realmente universale opera, in ultima istanza, entro l’orbita statale. Sebbene molti commons nascano contro lo Stato, per durare essi devono “diventare Stato”, poiché solo quest’ultimo può possedere il monopolio della loro gestione e la capacità di produrre effetti vincolanti sull’intero territorio nazionale. In questa prospettiva, l’introduzione, l’erosione o la privatizzazione dei beni comuni segnalano mutamenti nei rapporti di forza. Questo poiché lo Stato, in linea con Poulantzas, non è uno strumento neutro né un semplice apparato della classe dominante, ma un terreno di conflitto.
L’autore è tuttavia pienamente consapevole dei rischi insiti nella statalizzazione dei beni comuni, in particolare quello dell’autonomizzazione burocratica legata alla delega. In una società di massa, questi rischi sono strutturali e inevitabili. La “passivizzazione” dei commons, una volta cristallizzati in norme giuridiche, è accentuata dalla distanza tra chi li ha conquistati e chi li amministra, essendo questi ultimi spesso più vicini, per mentalità e aspettative, ai settori proprietari. Ne derivano distorsioni nell’allocazione dei diritti e una gestione selettiva del comune. Questa “macchinalità” del rapporto statale costituisce un pericolo permanente, che può essere controbilanciato solo da una mobilitazione continua.
Il terzo saggio, scritto all’indomani della pandemia, approfondisce la riflessione sullo Stato come “comunità illusoria”, formula marxiana che dà il titolo al volume. Lo Stato è comunità perché alimenta la convinzione di prendersi cura di tutti attraverso risorse pubbliche, ma è contestualmente illusoria, perché resta una relazione di dominio, in cui interessi particolari si presentano come universali grazie a una miriade di micropoteri burocratici che simulano neutralità. Il decisionismo di pochi sui molti assume così la forma di un comunitarismo rovesciato e fallito. Lo Stato, tuttavia, non appartiene a una sola classe. La sua democratizzazione completa può restare un’utopia, ma come legame sociale esso è aperto alla trasformazione. Questa non può essere ridotta al solo volontarismo amministrativo o alla conquista elettorale del potere. Richiamandosi al concetto gramsciano di Stato integrale, García Linera sottolinea l’interazione dinamica tra società politica e società civile: l’egemonia deve essere costruita anche fuori dallo Stato. Ciò, secondo l’autore, consente di comprendere i limiti di molti processi progressisti sudamericani, capaci di vincere sul piano istituzionale ma incapaci di contrastare l’influenza persistente delle forze conservatrici nella società.
Nelle pagine finali, vengono presentate due logiche spaziali del capitalismo: quella dello Stato-nazione, legata al valore d’uso, e quella del mercato mondiale, fondata sul valore di scambio. L’alternanza tra fasi protezionistiche e regimi di libero mercato riflette il predominio dell’una o dell’altra. Oggi, sostiene García Linera, il libero mercato globale mostra segni evidenti di esaurimento, senza che un nuovo principio ordinatore sia ancora emerso. Ne deriva una frustrazione diffusa tipica dei periodi liminali: la politica nella sua forma più pura, segnata dall’indeterminatezza strategica. Le ideologie dominanti non convincono più, ma continuano a occupare lo spazio pubblico, favorendo apatia e antipolitica. In questo contesto, si aprono fratture nelle élite e avanza l’estrema destra, mentre la sinistra resta prigioniera di cornici liberal-cosmopolite incapaci di offrire orientamento. Il rischio, avverte García Linera, è che le società, incapaci di sostenere a lungo l’indeterminazione, finiscano per aggrapparsi a qualsiasi principio disponibile – e in tal senso i segnali indicano che l’ago della bilancia potrebbe già pendere a destra.
La comunidad ilusoria è dunque un contributo prezioso per chiunque sia interessato a una politica realista di trasformazione. Il linguaggio accessibile e l’intento didattico ne fanno un testo adatto anche a un pubblico non specialistico. Restano tuttavia alcune questioni aperte: la scarsa attenzione alla dimensione internazionale, ai vincoli sistemici e al potere delle grandi piattaforme tecnologiche; una definizione sociologicamente più precisa delle categorie di “classi popolari” e “settori dominanti”; e, infine, interrogativi strategici cruciali sul radicamento profondo dell’egemonia e sulle modalità con cui la sinistra può abitare lo Stato senza esserne neutralizzata. Questioni difficili, ma inevitabili, per chi continua a misurarsi seriamente con l’eredità gramsciana.
Samuele Mazzolini è Ricercatore presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.