Redazione
La vittoria del Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi nelle elezioni del Bengala occidentale è probabilmente uno dei passaggi politici più rilevanti dell’India degli ultimi anni. Non si tratta soltanto della conquista di uno Stato federato strategico: è un risultato che molti osservatori internazionali leggono come ulteriore conferma della trasformazione profonda in atto nella più grande democrazia del pianeta.
Il Bengala occidentale non è uno Stato qualunque. Per decenni ha incarnato uno dei simboli più solidi del pluralismo politico indiano. Dal 1977 al 2011 fu governato dal Left Front guidato dal Communist Party of India (Marxist), una delle più longeve esperienze di governo comunista democraticamente eletto al mondo. Successivamente il controllo passò al Trinamool Congress di Mamata Banerjee, che negli ultimi anni era diventata una delle voci più autorevoli dell’opposizione nazionale a Modi.
La vittoria del BJP assume perciò un significato che trascende la dimensione regionale. Secondo l’analisi di Nadim Asrar pubblicata da Al Jazeera, il risultato nel Bengala potrebbe segnare una svolta verso una forma di potere egemonico del partito di Modi. Il New York Times, in un articolo firmato da Alex Travelli, Hari Kumar e Pragati K.B., ha interpretato il voto come una nuova tappa del progetto del BJP di «rimodellare la più grande democrazia del mondo»: la conquista del Bengala dimostrerebbe la capacità del nazionalismo hindu di espandersi anche in territori storicamente ostili alla sua ideologia.
Il dato più significativo non è però la vittoria elettorale in sé, ma il modo in cui il BJP sta ridefinendo il sistema politico indiano nel suo complesso. Il partito governa ormai direttamente o indirettamente la grande maggioranza degli Stati federati, dispone di una macchina organizzativa imponente e riesce sempre più spesso a presentarsi non come una forza politica fra le altre, ma come il vero e legittimo rappresentante della nazione indiana.
È questo il cuore della trasformazione in corso. Le democrazie contemporanee raramente tramontano attraverso colpi di Stato o sospensioni improvvise delle libertà costituzionali. Più spesso si trasformano lentamente in sistemi nei quali un singolo partito occupa progressivamente le istituzioni e tende a identificarsi con l’interesse nazionale. Le elezioni continuano a svolgersi, i partiti di opposizione sopravvivono formalmente, ma il terreno della competizione diventa sempre più squilibrato.
Il caso indiano è istruttivo proprio perché il predominio del BJP non si fonda sulla repressione o sul controllo autoritario in senso stretto. Al contrario, il partito raccoglie un consenso molto ampio attraverso una combinazione efficace di nazionalismo culturale, crescita economica, programmi sociali, leadership carismatica e promessa di stabilità. Come ha osservato Reuters, il BJP beneficia di un’immagine solida di efficienza amministrativa e capacità decisionale: in un contesto internazionale segnato da guerre, instabilità economica e tensioni geopolitiche, Modi riesce a presentarsi come il garante dell’ordine, della crescita e della sicurezza.
Il successo del BJP non si riduce tuttavia alla dimensione economica. Il partito è soprattutto il principale interprete di un progetto culturale e identitario che mira a ridefinire l’idea stessa di India. L’ideologia dell’Hindutva, matrice del movimento nazionalista hindu, propone una reinterpretazione dell’identità nazionale in chiave maggioritaria: pur non negando formalmente il pluralismo religioso del Paese, tende a considerare la cultura hindu come il nucleo autentico della nazione, collocando le minoranze religiose — in primo luogo quella musulmana — in una posizione di subordinazione simbolica e politica.
Nel Bengala occidentale questa strategia si è rivelata particolarmente efficace. La campagna elettorale del BJP ha fatto leva sulla polarizzazione religiosa, insistendo sul tema dell’immigrazione dal Bangladesh e accusando Mamata Banerjee di favoritismo verso le minoranze musulmane. Un’analisi pubblicata da The Print e ripresa da numerose testate internazionali ha definito il risultato «un trionfo della politica hindu-first», sottolineando la capacità del partito di trasformare questioni identitarie e religiose in strumenti di mobilitazione elettorale.
Il fenomeno Modi, tuttavia, non si esaurisce nella deriva nazionalista: ed è proprio questo a renderlo rilevante per comprendere le trasformazioni delle democrazie contemporanee. Il BJP non è soltanto un partito identitario: è anche un partito capace di costruire consenso attraverso il welfare, le infrastrutture, il nazionalismo tecnologico, l’espansione della proiezione internazionale dell’India e la promessa di modernizzazione. Modi è in questo senso una figura profondamente contemporanea, la cui leadership combina elementi un tempo appartenenti a tradizioni politiche distinte: nazionalismo culturale, sviluppo economico, populismo mediatico, tecnocrazia, centralizzazione del potere e mobilitazione identitaria.
Non sorprende allora che molte analisi recenti abbiano segnalato il rischio di una «dominant-party democracy». The Economist, nel commento «Narendra Modi has extended his grip on India», osserva che il BJP appare oggi sempre più simile al vecchio Congresso dell’epoca post-indipendenza: una forza capace di occupare quasi interamente lo spazio politico nazionale. La differenza, però, è sostanziale: il Congresso di Nehru si fondava almeno formalmente su un’idea pluralistica e secolare della nazione; il BJP costruisce il proprio progetto attorno a una definizione culturale e religiosa dell’identità collettiva.
È proprio questa combinazione di egemonia politica e ridefinizione culturale a rendere il fenomeno particolarmente delicato. Quando un partito riesce a identificarsi non soltanto con lo Stato ma con la nazione stessa, l’opposizione rischia di apparire non come un’alternativa politica legittima, ma come una forza «anti-nazionale». Le tensioni esplose dopo il voto nel Bengala – gli scontri nei giorni successivi alle elezioni, le accuse reciproche, le contestazioni sulla gestione delle istituzioni locali, il clima di crescente polarizzazione – mostrano bene quanto il conflitto politico indiano stia assumendo toni sempre più radicali.
Tutto questo avviene in un contesto internazionale che tende strutturalmente a favorire leadership forti e sistemi politici centralizzati. Guerre, crisi economiche, conflitti identitari, rivoluzione digitale e polarizzazione sociale alimentano la percezione che soltanto governi molto determinati siano in grado di mantenere ordine e continuità. L’India di Modi è forse uno degli esempi più avanzati di questa trasformazione globale: non perché sia diventata una dittatura nel senso tradizionale del termine, ma perché mostra come una democrazia possa evolvere verso una forma di egemonia politica permanente costruita attraverso il consenso, la mobilitazione culturale e la progressiva centralizzazione del potere.
La domanda che emerge dalla vicenda indiana riguarda dunque il destino delle democrazie del XXI secolo: quanto può restare realmente pluralistico un sistema politico nel momento in cui un partito riesce a identificarsi completamente con la nazione?