articolo

L’IA entra nei Parlamenti: promesse e rischi nel mondo ed in Italia

L’IA entra nei Parlamenti: promesse e rischi nel mondo ed in Italia

Condividi su:

 

Paolo GambaccianiEdoardo Alberto Viganò

 

In una società sempre più attraversata dall’intelligenza artificiale, non cambiano soltanto le abitudini quotidiane, ma anche le istituzioni chiamate a prendere decisioni collettive. Nel 2025, i parlamenti hanno adottato un numero record di applicativi di AI, ma quali sono le potenzialità e i rischi legati al loro utilizzo? In questo articolo tracciamo un primo bilancio sull’AI parlamentare, concentrandoci su quanto avviene a livello globale ed in Italia. Ad oggi, il percorso della Camera dei deputati e del Senato è promettente, seppure restino aperti alcuni interrogativi.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia che sta ridefinendo il modo in cui viviamo e prendiamo decisioni collettive. Di fronte alla sua pervasività, come sottolinea Luciano Floridi, filosofo e docente di etica dell’informazione all’Università di Oxford, la sfida centrale non riguarda tanto il suo sviluppo – ormai inevitabile – quanto il modo in cui l’AI venga orientata al benessere collettivo. Questi problemi etici emergono anche in ambito parlamentare, quando le amministrazioni parlamentari implementano applicativi di AI per svolgere le proprie attività interne. A fronte della promessa di un aumento dell’efficienza, il nodo centrale è l’impatto che queste tecnologie possono avere sulle funzioni democratiche delle assemblee elettive, ovvero su quanto l’intelligenza artificiale possa influenzare o sostituire i deputati nel prendere decisioni negli organi parlamentari . In altri termini, il tema è se l’imputabilità della votazione finale di una legge o di qualsiasi provvedimento parlamentare si sposti o meno dai rappresentanti, che hanno un mandato elettorale, verso l’intelligenza artificiale, che non ha alcun legame di accountability nei confronti degli elettori. Alla luce di queste promesse e rischi, questo articolo descrive lo sviluppo dei principali strumenti di AI nei parlamenti, per riflettere su come la Camera dei deputati ed il Senato stanno affrontando il fenomeno.

Per comprendere il contesto in cui si collocano le scelte italiane, è necessario allargare lo sguardo oltre il caso nazionale. In prospettiva comparata, la diffusione dell’AI nei parlamenti è circoscritta ai Paesi più sviluppati e non è accompagnata da un quadro regolatorio comune. Il risultato è un quadro frammentato, in cui lo sviluppo tecnologico e quello regolatorio sono demandati ai singoli parlamenti o, nel contesto europeo, alle istituzioni dell’Unione. In questo scenario, ciascun Parlamento adotta uno o più strumenti di AI in base alle proprie esigenze interne, con effetti potenzialmente rilevanti sull’organizzazione e sulle modalità della deliberazione democratica. Gli applicativi possono infatti essere orientati all’uso interno, quando mirano a supportare il lavoro dei funzionari, dei parlamentari e delle commissioni legislative, oppure all’uso esterno, quando mirano ad aumentare la trasparenza, l’accessibilità e la partecipazione. Alcuni di questi strumenti incidono direttamente sul processo legislativo, altri sulla relazione tra Parlamento e cittadini. Ad esempio, ad oggi, questi strumenti spaziano dalla stenografatura e dalla classificazione automatica dei dibattiti, all’ordine di votazione, alla scrittura e all’ammissibilità degli emendamenti, fino all’interrogazione con linguaggio naturale dei documenti parlamentari e allo sviluppo di algoritmi capaci di sintetizzare il sentiment dei cittadini rispetto a una proposta di legge in discussione.

Come emerge da questi esempi, le modalità con cui i parlamenti sviluppano e adottano strumenti di AI possono incidere sulle funzioni e sugli equilibri interni delle assemblee rappresentative, specie quando l’adozione si concentra su un unico tipo di strumento.[1] A seconda delle scelte effettuate, tali strumenti possono rafforzare o ridimensionare il ruolo dei parlamentari rispetto alla burocrazia, oltre a incidere sulla capacità delle assemblee di legittimarsi nei confronti dei cittadini. In questo senso, l’impatto degli applicativi di AI sulle funzioni parlamentari appare tutt’altro che neutrale. Non a caso, come recentemente sottolineato in sede IPU (organizzazione internazionale che rappresenta i parlamenti nel mondo), durante la conferenza internazionale svoltasi in Malesia nel novembre 2025, la domanda preliminare che i parlamenti dovrebbero porsi prima di investire in strumenti di AI riguarda il ruolo che intendono svolgere in futuro, in base all’implementazione di tali strumenti. A partire da questa consapevolezza, l’IPU invita le amministrazioni parlamentari e gli esperti a riflettere su come la diffusione dell’AI possa incidere sulla dimensione deliberativa e sui rapporti tra i Parlamenti ed i Governi. A riguardo, l’IPU, distingue tre scenari interni per l’evoluzione delle assemblee rappresentative:

 

  1. AI-Augmented Assembly: l’AI affianca il Parlamento, senza sostituirne la funzione deliberativa, ed è utilizzata per supportare decisioni più informate ed efficienti;
  2. Data Driven-Legislature: l’AI assume un ruolo centrale nel processo decisionale, sostituendo in larga parte la deliberazione politica, con leggi adottate sulla base di valutazioni prevalentemente evidence-based;
  3. The Shadowed Legislature: gli strumenti di AI sono concentrati negli apparati governativi, lasciando i parlamenti in una posizione di svantaggio strutturale nella gestione delle emergenze, nell’analisi dei dossier più complessi e nell’interazione con i cittadini.

 

Alla luce del censimento IPU del 2025 sugli applicativi di AI parlamentare sviluppati nel mondo, si può escludere che l’Italia sia attualmente una “Shadowed Legislature”, poiché Camera e Senato sono le Assemblee che hanno sviluppato il maggior numero di strumenti di AI al mondo. Di conseguenza, resta da riflettere se il Parlamento italiano si collochi tra il caso di un’AI-Augumented Assembly o di una Data-Driven Legislature. Seppure la collocazione sia inevitabilmente provvisoria, ad oggi possiamo affermare che il Parlamento italiano si collochi sul versante dell’Augmented Assembly. Questo perché il quadro regolatorio interno che ha tracciato e gli applicativi esistenti e in programmazione non vanno nella direzione di sostituire le attività e le decisioni dei parlamentari, ma di supportarle,  agevolando i parlamentari e gli organi delle Camere nello svolgimento delle proprie funzioni, anche attraverso una burocrazia più efficiente.

In base a quanto stabilito dalle linee guida adottate internamente, gli applicativi esistenti e futuri non potranno costituire uno strumento deliberativo in sé, ma solo uno strumento informativo basato su fonti interne, sempre da verificare ex-post da funzionari e/o politici. In questo modo, l’AI dovrebbe aumentare l’efficienza, senza sostituire le decisioni dei deputati e degli organi parlamentari. Ad esempio, allo stato attuale è stato sviluppato uno strumento che facilita il confronto tra gli emendamenti presentati dai parlamentari, stabilendo quanto siano tra loro simili. Tale strumento faciliterà il lavoro degli uffici preposti alla fascicolazione degli emendamenti senza ledere le prerogative della Presidenza dell’Assemblea, che continuerà a stabilire l’ordine finale di votazione in base alle circostanze politiche, alle prassi interne e al regolamento della Camera. In questo caso, come in altri, l’AI facilita un’attività parlamentare, ma non la sostituisce.

Naturalmente, il processo che seguirà il Parlamento italiano dipende dalle sue scelte future e dalla volontà, o meno, di continuare a finanziare questi applicativi con il bilancio interno, anche attraverso la formazione e la selezione della sua attuale e futura burocrazia. In particolare, i nuovi sviluppi dell’AI potranno richiedere meccanismi di controllo più strutturati degli output prodotti, rafforzando la necessità di investire nella formazione dei dipendenti di Camera e Senato. In secondo luogo, possiamo chiederci se questi strumenti, quando rivolti al pubblico esterno, riducano o amplino il digital divide, ovvero se favoriscono o rendono più difficile la partecipazione e/o l’accesso alle informazioni parlamentari per i cittadini non nativamente digitali.

 

Paolo Gambacciani è “Roberto Ruffilli” Postdoctoral Researcher presso il Dipartimento di Scienze politiche e Sociali dell'Università di Bologna

Edoardo Alberto Viganò è Postdoctoral Researcher presso il Dipartimento di filosofia, scienze politiche ed economia della Witten/Herdecke University

 

[1] Alcuni casi internazionali possono mostrare come l’adozione dell’AI rifletta scelte strategiche sul ruolo del Parlamento. Ad esempio, il Congresso cileno, con la piattaforma Caminar, ha puntato a semplificare l’attività legislativa attraverso strumenti di supporto alla redazione di proposte di legge ed emendamenti. Diversamente, il Congresso brasiliano, con il progetto Brasil Participativo, da anni ha orientato l’uso dell’AI verso il rafforzamento della partecipazione popolare, sviluppando soluzioni di AI partecipativa.

 

Data

Condividi su:

Newsletter

Iscriviti alla newsletter