Damiano Palano
Ci sono momenti della storia in cui le svolte si delineano chiaramente. Si possono nutrire pochi dubbi sul fatto che il 2025 abbia rappresentato uno di quei momenti. Avevamo atteso il 2024 come l’anno in cui una buona parte dei cittadini del mondo sarebbe stata chiamata alle urne. Alcuni dei risultati erano prevedibili, a partire da quelli che hanno visto Vladimir Putin nuovamente confermato presidente. O da quelli per il rinnovo del Parlamento europeo, che hanno fatto registrare complessivamente un’avanzata dei partiti di destra. Altri lo erano meno. E le incertezze riguardavano soprattutto la corsa per la Casa Bianca. Il 2025 ha chiarito il significato di quelle elezioni, non tanto perché oggi sia chiara la direzione verso cui siamo in cammino, quanto perché è evidente che abbiamo fatto ingresso in una nuova fase. E che ciò che restava del vecchio ordine, dopo che la crisi economica del 2008 aveva iniziato a rivelarne le crepe, è ormai ridotto in pezzi probabilmente tra loro non più ricomponibili.
Nell’Ora dei predatori – una sorta di «diario di un consigliere politico» – Giuliano da Empoli ha dedicato ai nuovi potenti del mondo dei ritratti efficaci, seppur impressionistici. Ma ha soprattutto proposto una chiave di lettura che merita di essere valutata con attenzione. «Nel corso degli ultimi tre decenni, i responsabili politici delle democrazie occidentali si sono comportati, nei confronti dei conquistadores del digitale, esattamente come gli aztechi del XVI secolo», perché si sono sottomessi ai nuovi signori di Internet e dei social media «nella speranza che un po’ di polvere magica si riversasse su di loro». Ma l’esito di quei tentativi non ha avuto più fortuna dell’omaggio di Montezuma a Cortés. Grazie alle concessioni ottenute e all’assenza di regolamentazioni, hanno finito col pretendere direttamente il potere. «Oggi», scrive da Empoli, «è scoccata l’ora dei predatori e ovunque le cose stanno evolvendo in modo tale che tutto ciò che deve essere deciso lo sarà con il fuoco e con la spada». I nuovi potenti sembrano guidati da una logica simile a quella del Valentino celebrato da Machiavelli nel Principe. E non troppo diversa da quella dei dittatori che hanno conquistato la ribalta politica nel XXI secolo. «All’ora dei predatori, non sono più i leader della periferia di un tempo che cercano di assomigliare ai nostri, ma piuttosto i leader occidentali che adottano caratteristiche inedite». Figure come Trump e Bolsonaro non sono più delle eccezioni, dei ribelli che si oppongono all’élite globale, ma i prototipi di un nuovo standard operativo, che non ha più nulla a che vedere con le virtù della moderazione della vecchia classe politica. «Se il vecchio mondo presupponeva delle garanzie – il rispetto dell’indipendenza di certe istituzioni, i diritti umani e delle minoranze, l’attenzione alle ripercussioni internazionali – nulla di tutto questo conta nell’ora dei predatori. In questo nuovo mondo, tutti i processi in corso saranno spinti alle più estreme conseguenze, nessuno di essi sarà contenuto o governato in altro modo, ‘pedal to the metal’, il piede a tavoletta degli accelerazionisti diventa l’unica opzione possibile».
Che sia o no davvero scoccata l’ora dei predatori, è certo che nella nuova stagione le regole ereditate dalla seconda metà del Ventesimo secolo non sembrano contare più molto, né all’interno delle democrazie liberali (quantomeno in quella statunitense), né nell’arena internazionale. Le motivazioni hanno indubbiamente a che vedere con il ruolo dei signori del digitale e con il mutamento che la logica della competizione politica ha subito negli ultimi quindici anni. La diffusione di massa dei social media, la frammentazione del pubblico in una miriade di «bolle», la possibilità di costruire campagne sempre più personalizzate e la conseguente polarizzazione del dibattito pubblico hanno indubbiamente introdotto un fattore di cambiamento radicale, che ha contribuito al successo di outsider e formazioni estreme, ma ha semplicemente accelerato ed enfatizzato tendenze che maturavano da tempo e che hanno radici profonde. In Europa e negli Stati Uniti, il declino relativo dell’Occidente nella politica e nell’economia globali, la crisi di fiducia nei confronti delle leadership politiche, il cultural backlash dei processi migratori hanno rappresentato alcuni dei processi di lungo periodo su cui gli apprendisti stregoni della nuova comunicazione hanno potuto lavorare, tramutando in carburante politico una serie di correnti di risentimento in parte invisibili e in parte marginali sulla scena pubblica. In altre aree del mondo, come l’America Latina, le tensioni di fondo sono ovviamente ben diverse da quelle del Vecchio continente, ma anche in questo contesto la spinta verso la polarizzazione è tornata a farsi sentire, contribuendo spesso al ricambio della classe politica. Anche in questo caso, le principali fratture erano comunque preesistenti, e in alcuni casi affondavano in profondità nella storia di quei paesi.
Una domanda che per ora rimane senza risposta riguarda le possibilità che queste tecnologie offrono quando l’obiettivo non è destabilizzare un ordine bensì crearlo. Se infatti la prova che hanno dato nel creare disordine è stata ottima, e se sono in diversi casi riuscite a disarcionare l’establishment al potere, i risultati non sembrano gli stessi per quanto concerne la capacità di consolidare la posizione di una nuova leadership. Nella vita di una democrazia questo può comportare rischi non da poco, perché il logoramento delle regole non scritte della moderazione può anche risultare più grave, sul medio-lungo periodo, della manomissione della divisione dei poteri o della violazione delle regole costituzionali. E negli ultimi anni – dall’assalto a Capitol Hill – le forzature hanno spostato sempre più avanti la soglia di ciò che si ritiene sia consentito nel gioco democratico, a cominciare dalla legittimazione della violenza da parte degli stessi detentori delle cariche pubbliche.
Nelle dinamiche dell’arena internazionale le conseguenze non sono certo meno rischiose. Logorata da un secolo dalle logiche della politica di massa e dalle rivoluzioni tecnologiche, l’«arte della diplomazia» è stata nell’arco di dodici mesi pressoché polverizzata. E le ripetute violazioni del diritto internazionale, compiute da democrazie liberali, oltre che da regimi autocratici, hanno lacerato quelle regole – che, per quanto siano spesso forme di «ipocrisia organizzata», come le definì Stephen Krasner – costituiscono uno dei pochi modi per regolare la violenza nel sistema internazionale.
Fino al 2024 pensavano – e speravamo – che i segnali di logoramento del tessuto democratico e di crisi del diritto internazionale potessero essere controbilanciati da altri fattori, e che dunque per quella che abbiamo iniziato a chiamare “policrisi” avessimo a disposizione molte armi. Oggi sappiamo che le cose non stanno così. Il 2025 non ci ha ancora rivelato cosa ci riserva la “grande mutazione” che stiamo vivendo, ma ci ha senz’altro chiarito che tornare indietro, ristabilire il vecchio ordine e ripristinare le vecchie regole, se non del tutto impossibile, sarà molto difficile. E la cosa forse più preoccupante è, come cittadini europei innanzitutto, ci troviamo impreparati – teoricamente e politicamente – di fronte alla sfida di questa grande mutazione.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos