Giulia Olini
Se il 2025 ha consolidato l’immagine di un ordine internazionale attraversato da shock multipli e simultanei, il 2026 si apre con un dato ormai strutturale: l’incertezza non è più un’eccezione, ma la cornice entro cui Stati e società ridefiniscono interessi, alleanze e soglie di rischio. In un contesto in cui le traiettorie geopolitiche appaiono sempre più reversibili ed esposte a cambiamenti spesso imprevedibili, un outlook non può realisticamente promettere certezze. Tuttavia, ponendosi come obiettivo l’identificazione degli snodi di frizione e dei fattori potenzialmente catalizzatori di escalation, può diventare un esercizio utile che, come un itinerario di viaggio, aiuti a delineare la mappa dei luoghi in cui politica interna, sicurezza e competizione strategica tenderanno a intrecciarsi con maggiore intensità.
Iniziamo, quindi, questo viaggio dal Nord America che, verosimilmente, resterà anche nel nuovo anno uno degli epicentri di volatilità politico-regolatoria. Nel 2026, gli effetti a cascata delle scelte statunitensi dell’anno passato su tariffe, deregolazione e priorità strategiche continueranno a condizionare Canada e Messico, chiamati a reagire a pressioni esterne e a fragilità domestiche. In tale quadro, la six-year joint review dell’accordo USMCA, con avvio formale l’1 luglio 2026, assumerà una valenza particolarmente significativa, soprattutto perché, ragionevolmente, una parte rilevante del confronto oltrepasserà l’originaria dimensione economico-commerciale, e si concentrerà su dossier securitari con implicazioni dirette per le supply chains e per le relazioni regionali (gestione delle migrazioni, narcotraffico e transhipment). Negli Stati Uniti, inoltre, non si potrà certamente trascurare la dialettica tra potere esecutivo, agenzie indipendenti e “norme di governo”, che già nel 2025 ha alimentato incertezza sulla continuità delle policy. In tale contesto, le elezioni di midterm, fissate al 3 novembre 2026, costituiranno quindi un passaggio da monitorare per poter interpretare i fattori che plasmeranno l’agenda di Washington nel biennio successivo.
Proseguiamo l’itinerario nell’area dell’Asia-Pacifico, dove la competizione tra Stati Uniti e Cina resterà verosimilmente l’asse attorno a cui continueranno a organizzarsi le dinamiche regionali. Il 2025 ha già anticipato una caratteristica rilevante che, verosimilmente, tenderà a consolidarsi nel 2026: la polarizzazione tra le due maggiori potenze globali non produrrà automaticamente un allineamento binario, bensì incentiverà molte capitali a combinare deterrenza, hedging e massimizzazione dei benefici economici. In questo quadro, attori come Giappone, Corea del Sud e Australia tenderanno a rafforzare l’integrazione strategica con Washington, mentre potenze regionali come l’India e i principali paesi ASEAN (tra cui Indonesia, Vietnam, Singapore, Malesia e soprattutto Filippine) continueranno a bilanciare esigenze di sicurezza, interdipendenze commerciali e sensibilità politiche interne. Parallelamente, la crescente securitizzazione delle interdipendenze potrebbe spingere i governi regionali a intensificare le strategie di sicurezza economica, nelle quali il settore tecnologico rimarrà con elevata probabilità quello più sensibile e, al tempo stesso, più politicamente esposto. AI, governance dei dati e standard tecnologici continueranno infatti a costituire il terreno principale di contesa tra ecosistemi “trusted”, promossi soprattutto dagli Stati Uniti e da partner affini, e standard alternativi resi attrattivi dalla Cina, con effetti diretti anche sugli orientamenti di politica commerciale estera. In parallelo, le frizioni tradizionali, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, resteranno potenziali punti di escalation e continueranno a essere catalizzatori di pressione e contestazione delle rispettive posture strategiche. Non potranno inoltre essere ignorate le conseguenze dell’instabilità domestica che nel 2025 ha contraddistinto diversi Paesi della regione, dall’Indonesia, dove le proteste studentesche contro tagli di bilancio e indirizzi del governo hanno inciso sull’agenda interna, alle Filippine, che hanno visto mobilitazioni contro la corruzione nei progetti infrastrutturali, fino alla Corea del Sud, dove la crisi politica ha alimentato ondate di mobilitazione e contro-mobilitazione.
Prendiamo ora un volo intercontinentale verso il Vecchio Continente. Per l’Europa, il 2026 potrebbe, e forse dovrebbe, rappresentare un passaggio cruciale nella costruzione di una strategia realmente comunitaria, capace di integrare in modo coerente i dossier di sicurezza, competitività economica e coesione politica con un grado di priorità e coordinamento superiore rispetto al passato. La guerra in Ucraina continuerà, con tutta probabilità, a costituire la principale linea di frattura anche qualora emergessero sviluppi negoziali. In tale scenario, la criticità non sarebbe tanto l’apertura di un tavolo in sé, quanto la percezione di continuità e solidità del sostegno europeo a Kyiv. Se tale sostegno apparisse incerto o oscillante, la credibilità dell’Unione europea ne risentirebbe sia nei confronti di Mosca sia nel rapporto con Washington, con conseguenze rilevanti che potrebbero aprire un’ulteriore linea di frizione con l’amministrazione statunitense (la cui National Security Strategy di novembre 2025 include passaggi critici sul ruolo e sulla tenuta degli alleati europei) e, parallelamente, aumentare gli incentivi russi a intensificare pressione sul perimetro europeo, sia sul piano militare che attraverso operazioni ibride. In aggiunta, anche in Europa non si può tralasciare la variabile della politica interna. In un contesto segnato da stanchezza da guerra, pressioni sui prezzi dell’energia e conflitti socioeconomici, i passaggi alle urne in molti Paesi membri, rischiano di divenire indicatori primari della sostenibilità politica delle scelte strategiche europee. In particolare, le elezioni ungheresi dell’aprile 2026 meriteranno attenzione, in quanto potenziale punto di svolta per la coesione europea. Negli ultimi anni Budapest ha difatti più volte sfruttato le regole dell’unanimità in PESC e la leva energetica per minacciare o esercitare veti su sanzioni e dossier legati alla Russia e al sostegno a Kyiv, spingendo Bruxelles a valutare strumenti di aggiramento del veto. Di conseguenza, se un eventuale cambio di maggioranza potrebbe ridurre un freno strutturale, una riconferma di Orbán, al contrario, rischierebbe di irrigidire ulteriormente il confronto con l’Unione Europea.
Scendiamo a sud-est nella regione del Medio Oriente, nella quale il 2026 sarà un test sulla capacità di trasformare cessate il fuoco in traiettorie politiche di stabilizzazione. La “tregua a Gaza” potrebbe aprire spazi per ricostruzione e diplomazia, ma, senza una sequenza credibile di impegni e garanzie, il rischio concreto è quello di una ricaduta nella violenza, con effetti immediati sulle popolazioni, già stremate da anni di conflitto, e sulla tenuta degli equilibri regionali. In questo quadro, la postura di Israele e la gestione del dossier palestinese resteranno determinanti sia per la stabilità interna sia per la possibilità di riattivare o congelare canali diplomatici con i partner arabi, con conseguenze dirette su Egitto e Giordania. Libano e Siria resteranno vulnerabili per fragilità istituzionale e competizione tra attori armati; in Siria, inoltre, la postura della Turchia continuerà a pesare per la gestione del dossier curdo e per le implicazioni migratorie. Sullo sfondo, il dossier iraniano rimarrà un potenziale catalizzatore di escalation, anche attraverso dinamiche di coercizione indiretta che coinvolgono Iraq e il teatro del Mar Rosso/Yemen. In parallelo, la capacità dei principali attori del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati e Qatar, di sostenere canali di mediazione o di irrigidire posture di sicurezza sarà decisiva nel determinare se la regione evolverà verso un equilibrio negoziato o verso una stabilizzazione solo temporanea.
Continuando il nostro viaggio intorno al globo, arriviamo in Africa, continente dove la competizione per minerali critici e per i corridoi logistici legati alla transizione energetica tenderà a intrecciarsi con crisi di sicurezza prolungate e con una domanda sociale crescente di accountability. Il caso emblematico è il Lobito Corridor, che collega Angola, RDC e Zambia e che progressivamente sta diventando un’infrastruttura sempre più strategica per rame e altre risorse, attirando attenzione internazionale e ridefinendo i margini di manovra dei governi coinvolti. Tuttavia, l’effetto politico di queste iniziative dipenderà dalla capacità di tradurle in valore aggiunto locale, dalla sostenibilità del debito e dalla gestione distributiva dei benefici, in contesti in cui la sicurezza resta fragile. In parallelo, almeno tre focolai continueranno a pesare sul quadro regionale. Il primo è il Sudan, dove la guerra manterrà un impatto umanitario e transfrontaliero rilevante, con effetti su Ciad, Egitto ed Etiopia e sullo spazio diplomatico del Corno. Il secondo è l’Africa centrale, con la recrudescenza del conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo e l’avanzata dell’M23, che alimenteranno rischi di regionalizzazione e crisi umanitarie. Il terzo focolaio è il Sahel, dove la cooperazione securitaria tra Mali, Burkina Faso e Niger nel quadro dell’Alliance of Sahel States (AES), accompagnata da accuse ricorrenti di gravi violazioni dei diritti umani nelle operazioni di contro-insurrezione, continuerà a incidere sulla ristrutturazione degli allineamenti e sul rapporto con le architetture regionali, a partire dalla rottura con ECOWAS.
Concludiamo, quindi, il nostro viaggio in America Latina, dove il 2026 sarà caratterizzato da un ciclo elettorale denso, che rischierà di accentuare polarizzazione e volatilità decisionale, in un quadro di sicurezza già sotto forte pressione, segnato da livelli elevati di violenza e di criminalità organizzata. Le presidenziali in Costa Rica (1 febbraio), Perù (12 aprile) e Colombia (31 maggio) si inseriranno in contesti in cui la sfiducia verso partiti e istituzioni tende ad alimentare frammentazione e candidature “anti-establishment”. In Brasile, le elezioni generali di ottobre costituiranno un test di stabilità politica con ricadute regionali, sia per il peso del Paese sia per il ruolo che può giocare su clima, sicurezza e relazioni con Stati Uniti e Cina. Sul versante securitario, due dinamiche appaiono particolarmente rilevanti. Da un lato, la pressione della criminalità organizzata e l’evoluzione dei mercati illeciti continueranno a riconfigurare la sicurezza interna in diversi Paesi, con l’Ecuador come caso emblematico di escalation della violenza lungo rotte ormai transnazionali. Dall’altro, crisi acute come Haiti si manterranno destabilizzanti e tenderanno a proiettarsi oltreconfine. Sullo sfondo, il dossier venezuelano continuerà a pesare nel rapporto con Washington, tra sanzioni, posture di sicurezza e gestione dei flussi migratori, mentre la controversia ancora pendente con la Guyana sull’Essequibo potrebbe costituire un ulteriore moltiplicatore di rischio regionale, specialmente in caso di iniziative unilaterali o incidenti nel dominio marittimo.
Giulia Olini è dottoranda in "Istituzioni e Politiche" presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.