Luca G. Castellin
Il titolo del reportage pubblicato dal Wall Street Journal nei giorni scorsi, firmato da Marcus Walker ed Elizabeth Bernstein, e dedicato alla crescente contrapposizione tra Papa Leone XIV e il presidente Donald Trump, evoca, probabilmente non per caso (anche se non viene mai fatto esplicito riferimento), il romanzo di Graham Greene The Quiet American. Un’opera del 1955 (e recentemente ripubblicata da Sellerio) che è ambientata nell’Indocina francese alla vigilia della guerra del Vietnam.
Per un lettore di Greene, l’associazione è tanto immediata quanto, a ben guardare, assai fuorviante. In quelle pagine, infatti, lo scrittore inglese metteva in scena la tensione tra Alden Pyle, giovane agente della CIA, portatore di un idealismo astratto e pericoloso, e Thomas Fowler, giornalista britannico disincantato, custode di un realismo cinico ma lucido. La contrapposizione tra i due personaggi è la contrapposizione tra idealismo e realismo, tra l’astrazione moralistica e la conoscenza concreta del mondo. E però, proiettare questo schema interpretativo sulla dialettica tra Leone XIV e Trump significa, in modo paradossale, invertire i ruoli e, soprattutto, fraintendere la natura di ciò che è in gioco nell’attuale congiuntura internazionale.
Perché il punto, nella controversia che oppone il Pontefice al Presidente degli Stati Uniti, non è la contrapposizione tra un idealismo astratto e un realismo pragmatico. È, piuttosto, l’emergere di due concezioni radicalmente differenti di ciò che significa essere realistici nella politica mondiale. Da un lato, il realismo viene ridotto da Trump alla logica della forza, della contesa muscolare, del fatto compiuto. Per molti versi, esso incarna una forma di idealismo deformato, quello della potenza come fine in sé, del transazionalismo elevato a visione del mondo, dell’interesse nazionale come unica categoria di intelligibilità dei fenomeni internazionali. Dall’altro, il realismo di Leone XIV si rivela, nelle attuali circostanze storiche, non solo moralmente più fondato, ma anche analiticamente più coerente. La tradizione del realismo cristiano – elaborata nel Novecento soprattutto da Reinhold Niebuhr, e prima ancora sedimentata nella Dottrina sociale della Chiesa attraverso i concetti di bene comune, sussidiarietà e solidarietà – parte da una valutazione lucida e non ottimistica della natura umana, riconosce l’inevitabilità del conflitto, ma sostiene che il conflitto non debba essere governato dalla logica della pura potenza.
Prima ancora che politica, la distanza è soprattutto epistemologica. Robert Francis Prevost – nato a Chicago, cresciuto nella tradizione missionaria agostiniana, formato da oltre vent’anni di presenza in Perù tra le comunità più vulnerabili del continente latinoamericano – porta al Soglio pontificio una comprensione del mondo costruita dal basso, attraverso il contatto diretto con le strutture della povertà, della migrazione, della violenza strutturale. Donald Trump, al contrario, rappresenta una visione della politica internazionale fondata sulla logica della transazione, della supremazia, della deterrenza immediata. Una visione in cui il diritto internazionale è percepito come un vincolo da aggirare piuttosto che come un’infrastruttura da preservare, in cui la forza militare è lo strumento privilegiato di risoluzione delle controversie, in cui il multilateralismo è sinonimo di debolezza.
Le parole pronunciate da Leone XIV davanti al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, all’inizio dell’anno, hanno la precisione di una diagnosi. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando», ha osservato il Pontefice, rilevando come potenze di diversa natura stiano sistematicamente erodendo il tabù – consolidatosi dopo la Seconda guerra mondiale – della inviolabilità delle frontiere e della rinuncia all’uso della forza come strumento di politica estera. «Ciò compromette gravemente lo stato di diritto», ha aggiunto, «che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».
Non si tratta di ideali campati per aria, bensì, al contrario, di un giudizio storico-politico di considerevole precisione. L’ordine internazionale costruito tra il 1945 e la fine della Guerra fredda era fondato su un principio di self-restraint collettivo, sull’accettazione (almeno formale) di procedure multilaterali di gestione dei conflitti, sulla centralità delle Nazioni Unite come forum di negoziazione collettiva. Quel sistema era imperfetto, certamente, attraversato da tensioni strutturali e da episodi di brutale violazione dei suoi principi fondativi. Ma la sua erosione sistematica – da parte della Russia in Ucraina, da parte degli Stati Uniti in Venezuela e Iran – produce una dinamica di delegittimazione che, storicamente, tende a sfociare in instabilità sistemica di lunga durata. È precisamente questa dinamica che Leone XIV sta cercando di contrastare, con gli strumenti limitati ma non irrilevanti a disposizione della diplomazia pontificia.
Sul piano della politica interna americana, la controversia più accesa ha riguardato la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Le operazioni dell’ICE hanno prodotto, nel corso dell’estate e dell’autunno del 2025, decine di migliaia di fermi e deportazioni, con effetti di destabilizzazione profonda nelle comunità cattoliche latino-americane degli Stati Uniti. La risposta della gerarchia episcopale americana è stata, per una volta, notevolmente compatta. Infatti, una schiacciante maggioranza dei vescovi ha approvato una dichiarazione formale che condannava la creazione di un «clima di paura» e la pratica delle deportazioni di massa indiscriminate.
Leone XIV ha scelto di inserirsi in questo dibattito con precisione argomentativa, richiamando la tradizione dell’«indumento senza cuciture» elaborata dall’arcivescovo di Chicago Joseph Bernardin. Il rispetto per la vita umana, ha ricordato il Pontefice, è un principio di coerenza sistemica, non un menu à la carte da cui selezionare selettivamente le voci più gradite. Un politico che si definisce pro-life sul tema dell’aborto e al tempo stesso avalla pratiche di trattamento disumano dei migranti non sta applicando un principio etico coerente. Sta invece operando una distinzione arbitraria che non trova fondamento nella Dottrina sociale cattolica. La risposta della Casa Bianca – affidata allo «zar delle frontiere» (peraltro, di fede cattolica), Tom Homan, il quale ha dichiarato che «la Chiesa cattolica si sbaglia» e che «dovrebbe occuparsi dei suoi affari» – possiede se non altro il merito della franchezza, ma denota una comprensione quantomeno problematica della relazione tra etica pubblica ed etica politica.
È in questo quadro che la metafora greeniana risulta non solo imprecisa, ma potenzialmente fuorviante. In The Quiet American, il realismo era dalla parte di chi non credeva più a nulla, ossia Fowler, mentre l’idealismo era dalla parte di chi credeva troppo e in modo sbagliato, vale a dire Pyle. La tragedia del romanzo consisteva nell’impossibilità di qualsiasi sintesi.
La contrapposizione tra Leone XIV e Trump ha una struttura radicalmente diversa. Non si tratta di una contesa tra idealismo e realismo, ma di due realismi in competizione fra loro, di cui uno – quello del Pontefice – risulta analiticamente più fondato, proprio perché tiene conto delle conseguenze di lungo periodo, della tenuta sistemica, delle strutture normative che rendono possibile la cooperazione internazionale. Il realismo di Trump, al contrario, è un realismo di brevissimo periodo, fondato sulla logica dell’immediato vantaggio tattico, che tende a trascurare i costi sistemici di medio e lungo termine della propria azione. Storicamente, è un realismo che non ha mai stato in grado di produrre una stabilità duratura.
Ovviamente, all’interno di questa dinamica, si impone una circostanza che merita di essere sottolineata con molta attenzione. Per la prima volta nella storia millenaria della Chiesa cattolica, il Pontefice è americano, e le sfide più significative alla visione del mondo che egli rappresenta provengono proprio da un’Amministrazione americana. Leone XIV conosce dall’interno la cultura politica e religiosa degli Stati Uniti. I suoi giudizi non possono essere liquidati come l’incomprensione di un’istituzione europea nei confronti delle peculiarità americane.
Sono, piuttosto, il prodotto di una familiarità autentica con quella cultura, e al tempo stesso di una prospettiva globale maturata fuori dai confini nazionali. Come ha osservato la sua biografa Elise Ann Allen, il Papa e il Presidente «offrono immagini molto diverse dell’America. Ma entrambe sono rappresentazioni autentiche di ciò che siamo». La tensione, in altre parole, non è esterna agli Stati Uniti. È interna, e per questo tanto più rilevante.
Che Monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, abbia dichiarato a un giornalista che «l’opzione preferita sembra essere il fucile, non la penna», e che egli rimanga «un po’ scettico sul fatto che le persone raggiungano i loro obiettivi perseguendo politiche militaristiche», non è espressione di ingenuità diplomatica. È, al contrario, il riconoscimento di un dato storico consolidato: vale a dire, che la politica di potenza tende a produrre conseguenze non intenzionali, che la spirale di un’escalation è difficile da controllare una volta innescata, che l’erosione delle strutture normative internazionali crea vuoti di governance destinati a essere occupati da attori ancora meno inclini al compromesso.
L’americano tranquillo di Greene, alla fine, causa una strage. Non per malvagità, ma per eccesso di certezza nelle proprie categorie astratte. L’americano rumoroso di oggi – ossia il Presidente Trump – potrebbe produrre danni analoghi, non per mancanza di determinazione, ma per eccesso di fiducia nella logica della forza come strumento di ordine. Di fronte a questa prospettiva, la voce di Leone XIV – sempre misurata, ma al tempo stesso tenace e storicamente consapevole – non rappresenta affatto un contraltare idealistico, ma il richiamo a un realismo più profondo e, in ultima analisi, più vero.
Luca G. Castellin è professore associato di Storia del pensiero politico presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore