Margherita Farinella ed Elia Montani
Una democrazia è più resistente quando riesce a mettere in comune ciò che i cittadini sanno. È una delle lezioni che Josiah Ober, professore di Scienza politica e Studi classici alla Stanford University e vincitore del Premio Balzan 2025 per le Scienze dell’antichità: democrazia ateniese rivisitata, trae dall’esperienza ateniese.
Abbiamo intervistato Ober per Polidemos in occasione dell’incontro How Democracy is Reborn. Regime Cycles and Democratic Learning. Promosso dalla Fondazione Internazionale Balzan - Premio e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, che si è tenuto il 19 ottobre 2026.
Professor Ober, qual è, a suo giudizio, l’aspetto più interessante della democrazia ateniese?
La caratteristica che più mi colpisce è che la democrazia ateniese abbia funzionato così bene e così a lungo, sopravvivendo a crisi e catastrofi. Mi sono sempre chiesto come una democrazia diretta, affidata a migliaia di cittadini non specialisti, sia riuscita a governarsi con successo per tanto tempo. È una domanda che ha accompagnato tutta la mia carriera.
Quali aspetti dell’esperienza ateniese possono essere utili alle democrazie di oggi, e come potremmo tradurli in pratica?
Per capire come gli Ateniesi abbiano superato tante crisi, bisogna guardare anzitutto al rapporto tra cittadini comuni ed élite. La tensione tra i due gruppi è costante: i primi possono voler abbattere i privilegi dei secondi, mentre le élite possono cercare di governare nel proprio interesse. Gli Ateniesi seppero gestirla attraverso la retorica, la tassazione, gli onori per le élite che agivano bene e le punizioni per chi si comportava male.
Un secondo elemento è la gestione della conoscenza. La democrazia ateniese riuscì a mettere in comune gran parte di ciò che i singoli cittadini sapevano. Raccogliere informazioni utili da molte persone contribuì alla sua sicurezza, prosperità e durata.
Qui la democrazia può avere un vantaggio sulla dittatura. Il dittatore è isolato e spesso circondato da persone che gli dicono ciò che vuole sentire; finisce così per ignorare molto di ciò che accade. Una democrazia può invece raccogliere conoscenze diffuse.
Ha richiamato la capacità degli Ateniesi di raccogliere conoscenze diffuse. Quando le decisioni richiedono competenze specialistiche, quale ruolo possono avere i cittadini non esperti?
Ci sono due aspetti. Il primo è che i cittadini non possono essere esperti in ogni campo, né ci si aspettava che lo fossero nell’antica Atene. Platone osserva che, quando si discuteva di costruire navi da guerra, i saggi Ateniesi ascoltavano chi sapeva costruirle. Il compito dei cittadini comuni, dunque, non è diventare esperti, ma imparare a giudicarli: distinguere chi possiede davvero una competenza da chi finge di averla. Chi è particolarmente bravo in questo giudizio diventa, in un certo senso, un esperto a sua volta, e la sua opinione aiuta gli altri cittadini.
Il secondo aspetto è che anche persone prive di competenze riconosciute possiedono conoscenze che, in certe circostanze, possono diventare decisive.
Pensiamo alla battaglia di Salamina, nel 480 a.C. Il vento si levò al momento giusto alle spalle delle navi ateniesi e le aiutò ad affrontare quelle persiane. Come potevano prevederlo? I capitani dei piccoli traghetti che attraversavano ogni giorno quello stretto conoscevano intimamente i suoi venti. La loro esperienza, arrivata a chi decideva come combattere, contribuì alla vittoria.
È l’esempio di una conoscenza molto specifica, di solito poco rilevante per gli altri, che in un dato momento diventa preziosa. Una democrazia capace di far emergere l’esperienza di un cittadino comune può riuscire dove un sistema autocratico od oligarchico fallisce: chi detiene il potere, in quei sistemi, potrebbe non incontrare mai quella persona.
Come possiamo far arrivare le conoscenze dei cittadini alle istituzioni? Ci sono esperienze contemporanee promettenti?
Oggi si sperimentano assemblee di cittadini selezionati per sorteggio, chiamati a discutere temi specifici e a condividere ciò che sanno. L’intelligenza artificiale suscita preoccupazioni, e non sappiamo ancora come evolverà, ma potrebbe aiutarci a raccogliere queste conoscenze. Immagino piccoli incontri su questioni importanti: con modelli adeguati, le informazioni rilevanti potrebbero essere raccolte e trasmesse da un livello all’altro. Forse potremmo farlo su larga scala meglio di quanto riusciamo oggi.
Oggi fatichiamo a ricevere i segnali di chi conosce direttamente un problema. Alcune persone scendono in strada perché non trovano altri modi per comunicare la propria esperienza: sanno che qualcosa, per loro, non funziona. Cartelli e perfino violenza diventano allora mezzi per farsi ascoltare, ma sono inefficienti. Si tratta di conoscenza delle condizioni concrete in cui vivono, e dovremmo saperla raccogliere meglio.
Un sistema assembleare potrebbe offrire un canale più efficace. È uno degli ambiti in cui l’intelligenza artificiale potrebbe essere utile. Spero che riusciremo a trovare una soluzione e a fare della tecnologia un’amica, non una nemica.