Ispi report | 23 marzo 2026

IMEC e il ritorno del Mediterraneo

IMEC e il ritorno del Mediterraneo

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Redazione

 

Nel settembre 2023, al G20 di Nuova Delhi, è stato annunciato uno dei progetti più ambiziosi dell’attuale fase geopolitica: l’India–Middle East–Europe Economic Corridor (IMEC). A distanza di oltre due anni, il report pubblicato da ISPI nel 2026 offre una prima sistematizzazione del significato strategico di questa iniziativa, proponendola come possibile “spina dorsale” di una nuova regione indo-mediterranea .

Più che un semplice corridoio infrastrutturale, IMEC appare come un tentativo di ridefinire la geografia della globalizzazione in un contesto segnato da crisi sistemiche, competizione geopolitica e crescente instabilità delle catene del valore.

 

Dalla globalizzazione efficiente alla globalizzazione resiliente

Il punto di partenza del report è chiaro: il modello di globalizzazione fondato esclusivamente sull’efficienza logistica è entrato in crisi. La pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Rosso e nel Golfo hanno mostrato la vulnerabilità di catene di approvvigionamento eccessivamente concentrate e dipendenti da pochi choke points strategici .

In questo quadro, IMEC si inserisce come risposta a una nuova priorità: la resilienza. Non si tratta tanto di sostituire le rotte esistenti (come quella di Suez), quanto di creare ridondanza, diversificazione e maggiore sicurezza nei flussi commerciali globali.

Il corridoio, infatti, collega India, Penisola Arabica e Europa attraverso una combinazione di trasporto marittimo e ferroviario, riducendo i tempi di percorrenza fino al 40% e offrendo un’alternativa per merci ad alto valore o sensibili al fattore tempo.

 

Tre pilastri: trasporti, energia, digitale

Uno degli aspetti più rilevanti messi in luce dal report è la natura tridimensionale di IMEC. Il progetto si articola infatti su tre pilastri strettamente interconnessi.

Trasporti e commercio: il corridoio integra rotte marittime e infrastrutture ferroviarie ad alta capacità, connettendo i porti indiani al Golfo e da lì al Mediterraneo. Non è un semplice asse logistico, ma una rete multilivello che punta a rafforzare l’interconnessione tra mercati e sistemi produttivi.

EnergiaIMEC è anche un’infrastruttura energetica. Il Golfo può diventare un hub di esportazione di energia – non solo idrocarburi, ma anche elettricità e idrogeno verde – verso l’Europa. In questo senso, il progetto si intreccia con la transizione energetica europea e con la necessità di diversificare le fonti dopo la crisi russo-ucraina.

Digitale: Il terzo pilastro, spesso sottovalutato, riguarda le infrastrutture dei dati: cavi sottomarini, data center, reti ad alta capacità. IMEC ambisce a diventare anche un corridoio digitale, capace di sostenere i flussi informativi che accompagnano le catene globali del valore.

In questa prospettiva, il corridoio non è soltanto una via commerciale, ma una vera architettura sistemica della connettività contemporanea. IMEC nasce dall’incontro di interessi differenti ma convergenti. Per l’India, rappresenta uno strumento per diversificare le rotte verso l’Europa e rafforzare la propria autonomia strategica, evitando dipendenze critiche.

Per i paesi del Golfo, è coerente con le strategie di diversificazione economica (come la Vision 2030 saudita), trasformandoli in hub logistici e tecnologici globali. Per Europa e Stati Uniti, il corridoio risponde all’esigenza di “de-risking” rispetto alla Cina, senza però arrivare a una vera decoupling. IMEC si configura quindi come alternativa – ma anche complemento – alla Belt and Road Initiative cinese.

Questa dimensione multipolare emerge chiaramente nel report: le grandi infrastrutture non sono più strumenti esclusivi di egemonia, ma spazi di sovrapposizione e competizione tra progetti diversi.

Uno dei risultati più interessanti dell’analisi è la rivalutazione del Mediterraneo. Lungi dall’essere una periferia, esso torna a essere un crocevia strategico tra Indo-Pacifico ed Europa.

In questo contesto, i porti mediterranei diventano nodi cruciali della rete. Il report individua quattro candidati principali: Trieste, Genova, Marsiglia-Fos e Pireo, analizzati attraverso una comparazione di tipo SWOT.

Tra questi, Trieste emerge come uno degli snodi più promettenti, grazie alla sua posizione geografica, alla connessione ferroviaria con l’Europa centrale e allo status di porto franco. Tuttavia, la sua piena valorizzazione dipende dalla capacità di coordinare infrastrutture e strategie a livello nazionale ed europeo .

Nel quadro delineato dal report, l’Italia occupa una posizione particolarmente rilevante. Non solo come punto di ingresso dei flussi commerciali, ma come piattaforma integrata di logistica, energia e dati.

Il sistema portuale italiano, insieme alle reti ferroviarie e ai corridoi TEN-T, può collegare rapidamente il Mediterraneo ai mercati dell’Europa centrale. Allo stesso tempo, infrastrutture energetiche (gasdotti, LNG, progetti sull’idrogeno) e digitali (cavi sottomarini e data center) rafforzano il ruolo del paese come hub multi-funzionale.

In questa prospettiva, l’Italia non è semplicemente un territorio di transito, ma può diventare un nodo attivo nella trasformazione delle catene globali del valore.

Nonostante il potenziale, il report sottolinea con chiarezza le criticità. In primo luogo, la complessità geopolitica del Medio Oriente, con tensioni persistenti che possono compromettere la stabilità del corridoio. In secondo luogo, la competizione tra attori regionali, in particolare tra Arabia Saudita ed Emirati, che potrebbe tradursi in duplicazioni e inefficienze.

Infine, la sfida economica: il trasporto marittimo resta più economico e dominante (oltre il 70% del commercio europeo extra-UE), e IMEC dovrà trovare una propria nicchia funzionale, puntando su merci ad alto valore e tempi ridotti.

 

Un nuovo spazio indo-mediterraneo?

La tesi di fondo del report è ambiziosa: IMEC potrebbe contribuire alla formazione di una nuova regione funzionale, l’“Indo-Mediterraneo”, che collega stabilmente Asia meridionale, Medio Oriente ed Europa.

Non si tratta solo di infrastrutture, ma di un possibile riassetto degli equilibri economici e politici globali, fondato su interdipendenze più complesse e multilivello.

Il successo del progetto dipenderà da tre condizioni fondamentali: coordinamento politico tra i partner, investimenti infrastrutturali consistenti e convergenza regolatoria.

In assenza di questi elementi, IMEC rischia di restare un’iniziativa promettente ma incompiuta. Se invece riuscirà a consolidarsi, potrebbe segnare uno dei passaggi più significativi nella trasformazione della globalizzazione del XXI secolo.

 

Data

23 marzo 2026

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