editoriale | 31 maggio 2026

Il voto e le donne: la lunga strada della Repubblica

Il voto e le donne: la lunga strada della Repubblica

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Valentina Villa

 

La giornata del 2 giugno 1946 iniziò presto e finì tardi: urne aperte dalle 6 del mattino alle 20 o alle 22 di sera, in base alle sezioni elettorali; negozi e attività chiuse per legge, bar aperti ma soltanto dalle 12 e con il divieto di somministrare bevande alcoliche, servizio autofilotranviario anticipato e posticipato di un’ora rispetto all’orario usuale, pattuglie di polizia in perlustrazione per tutte le città: in quella domenica stra-ordinaria l’unico compito della nazione fu esercitare il diritto di voto dopo più di vent’anni in cui non era stato possibile a causa del regime fascista. Per molti si trattava di un diritto da lungo tempo sospeso, ma per più di 14 milioni di donne – circa la metà degli aventi diritto del tempo – era una prima volta in assoluto. Forse per questo si recarono impazienti ai seggi già nelle prime ore di domenica, contribuendo a creare lunghe file per le strade, benché le urne sarebbero state aperte anche il giorno dopo dalle 7 alle 12 (tra coloro che andranno a votare il lunedì ci sarà il Capo dello Stato in carica, il re Umberto II).

Il 10 giugno 1946 la questione istituzionale – posticipata due anni prima a una consultazione da svolgersi alla fine della guerra – trovò finalmente una sua risoluzione con l’annuncio nella Sala della Lupa di Montecitorio della vittoria della Repubblica sulla Monarchia, così come aveva auspicato Palmiro Togliatti dalle pagine dell’Unità proprio il giorno del referendum: «Bisogna votare per la Repubblica e contro la monarchia se si vuole l’unità della Nazione. Il trionfo della Repubblica è garanzia di progresso pacifico per tutti. Il voto per la monarchia è voto per la disunione, per la discordia, per la rovina d’Italia!».

Oggi, a ottant’anni di distanza da quei giorni, il dibattito pubblico si sta concentrando non tanto sui risultati del referendum e sulla fine della monarchia sabauda quanto sull’anniversario del primo voto femminile, come dimostrano anche le recenti pubblicazioni in merito: Voto alle donne! La storia di una battaglia, dalle suffragette alla Costituente, di Mario Avagliano e Marco Palmieri per Einaudi, e Il primo voto. Elettrici ed elette di Patrizia Gabrielli per Castelvecchi. L’attenzione, comprensibile e doverosa, per le elezioni del 2 giugno 1946 tende, tuttavia, a tralasciare il percorso che portò a quella data e alla concretizzazione del suffragio femminile.

La battaglia per il voto, infatti, era cominciata già una volta raggiunta l’unificazione – nonostante lo Statuto albertino e il Codice civile Pisanelli del 1865 ponessero la donna sotto la tutela del marito – grazie all’opera indefessa di protagoniste come la giornalista Anna Maria Mozzoni e la socialista Anna Kuliscioff. Delle circa venti proposte di legge presentate in epoca liberale – la prima fu quella del 1867 a firma del lungimirante deputato campano Salvatore Morelli – nessuna raggiunse l’approvazione parlamentare, ma va menzionata l’esperienza delle dieci maestre di scuola marchigiane che nel 1906, spronate da uno scritto politico di Maria Montessori, chiesero di essere iscritte alle liste elettorali dei Senigallia e Montemarciano. La richiesta, approvata in Corte d’Appello da Lodovico Mortara, fu poi respinta dalla Cassazione nel 1907 ma, per alcuni mesi, si era sperimentata l’ebbrezza di quella che sarebbe diventata realtà solo quarant’anni dopo.

I due conflitti mondiali, tempi di grande e coraggiosa partecipazione femminile, furono catalizzatori dell’emancipazione femminile: la Grande Guerra condusse all’abolizione dell’autorità maritale, approvata nel 1919, mentre il periodo resistenziale aprì, finalmente, al suffragio universale. La decisione di ammettere al voto le donne, infatti, venne presa dal Consiglio dei ministri agli inizi del 1945, ancora – e vale la pena sottolinearlo – “con il piede straniero sopra il cuore”, per dirla con Quasimodo, e l’offensiva finale degli Alleati, l’operazione Grapeshot, in preparazione.

Il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945 firmato dal principe di Piemonte Umberto di Savoia – ironico pensare che saranno anche i voti femminili a determinare la fine della monarchia nel giugno del 1946 – sancì il diritto di voto per tutte le donne tranne le prostitute “vaganti”, cioè coloro che non esercitavano all’interno delle cosiddette case chiuse, poi abolite nel 1958 per volere, non a caso, di una madre costituente, la senatrice socialista Lina Merlin. L’anno seguente, con i Decreti legislativi luogotenenziali del 7 gennaio 1946 e del 10 marzo 1946, si permise finalmente anche l’elettorato passivo, rispettivamente per le elezioni amministrative e per quelle politiche.

I primi effetti di questi atti legislativi si videro già nella primavera del 1946 quando si votò in quasi seimila comuni del Regno; ricerche recenti hanno ricostruito i nomi e le biografie delle prime sindache d’Italia, ben tredici donne, diverse per profilo politico e personale, elette lungo tutta la penisola: dalla comunista e antifascista Ada Natali a Massa Fermana alla giovanissima Caterina Tufarelli a San Sosti, dalla cattolica Margherita Sanna a Orune all’unica eletta del Veneto, Ottavia Fontana. A Milano, dove si riconfermò sindaco il socialista Antonio Greppi, entrarono in Consiglio comunale quattro donne su ottanta: l’avvocatessa Maria Caldara (Partito Socialista Unità Proletaria), la ginecologa Adele Capelli Vegni (Democrazia Cristiana), Giovanna Boccalini Barcellona, fondatrice della prima squadra di calcio femminile d’Italia, e la giovane partigiana Maria Carnevale (Partito Comunista Italiano).

L’anniversario odierno, quello delle prime votazioni a suffragio universale, ricorda l’elezione di ventuno donne provenienti da tutta Italia e appartenenti a diverse ideologie politiche: nove sono iscritte nelle liste del PCI, nove in quelle della DC, due in quelle del PSUP e una appartiene al Fronte dell’Uomo qualunque. Di queste ventuno madri costituenti, di cui per molto tempo non si è celebrato il contributo alla nascita della Repubblica, solo cinque fecero poi parte della più ristretta Commissione dei 75, incaricata di redigere la nuova carta costituzionale: Angela Gotelli e Nilde Iotti presero parte ai lavori della Prima sottocommissione, “Diritti e doveri dei cittadini”; Maria Federici, Angelina Merlin e Teresa Noce a quelli della Terza, “Diritti e doveri nel campo economico sociale”. Significativamente, nessuna fu inclusa nella commissione di maggior peso politico, la Seconda “Organizzazione costituzionale dello stato”.

Se il 2 giugno, infatti, da un lato appare come il felice compimento di una battaglia durata decenni, dall’altro si staglia come l’inizio di un altrettanto tormentato processo per la realizzazione delle pari opportunità femminili; i dati, in tal senso, sono implacabili: non ci sono donne all’interno del primo governo repubblicano guidato da Alcide De Gasperi, bisogna attendere il 1951 per la prima donna sottosegretaria (Angela Maria Guidi Cingolani, all’Industria e al Commercio), il 1976 per la prima ministra (Tina Anselmi, Lavoro e previdenza sociale) e il 2022 per la prima premier (Giorgia Meloni). Ma oltre all’aspetto numerico della presenza femminile, è importante una riflessione sullo spessore dei ruoli delle donne; così come nel 1946 nessuna deputata fece parte della Seconda commissione, così, ad oggi, nessuna donna ha mai rivestito l’incarico di ministra dell’economia e delle finanze, né ha mai presieduto la Commissione bilancio o il Comitato per la sicurezza della Repubblica.

Le elezioni del 2 giugno, dunque, non sono che una tappa intermedia, benché di primaria importanza, di un processo ben più lungo e di cui al momento non si intravede del tutto la fine: dal 1946 ad oggi la presenza femminile è cresciuta passando dalle ventuno madri costituenti, al 5% del Parlamento del 1948 all’attuale 33,6% circa. È importante, pertanto, sottolineare che le “lotte faticose, pazienti e tenaci” di milioni di donne – come le definì Nilde Iotti nel 1979, insediandosi quale prima Presidente della Camera – non sono ancora terminate, quando si ricorda l’orgogliosa emozione di ottant’anni.

 

Valentina Villa è professoressa associata di Storia delle Istituzioni politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

Data

31 maggio 2026

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