editoriale | 27 gennaio 2026

Il tempo della paura

Il tempo della paura

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Damiano Palano

 

Sono trascorsi ottantacinque anni da quando Franklin Delano Roosevelt, nel gennaio 1941, pronunciò uno dei più celebri discorsi sullo Stato dell’Unione. Mentre in Europa le potenze dell’Asse sembravano avanzare senza incontrare ostacoli, il presidente americano tracciò le coordinate del nuovo ordine internazionale per cui gli Stati Uniti erano chiamati a battersi. Il compito non consisteva soltanto nel sconfiggere un esercito nemico, ma nel realizzare quattro libertà: la libertà di parola, la libertà di culto, la «libertà dal bisogno» e la «libertà dalla paura». Le prime due appartenevano alla tradizione della democrazia americana; le ultime due erano invece qualcosa di nuovo, figlie dei drammi vissuti nei primi decenni del XX secolo. Il crollo di Wall Street del 1929 e la Grande Depressione avevano mostrato la necessità di garantire la «libertà dal bisogno» attraverso mezzi anche eccezionali, come quelli utilizzati da Roosevelt. La «libertà dalla paura» riguardava invece il clima di diffidenza e ostilità che, dal 1914, aveva avvelenato la politica mondiale, inducendo ogni Stato ad armarsi per difendersi e a diventare, agli occhi degli altri, sempre più minaccioso.

Roosevelt era ben consapevole che la guerra fosse scaturita da molteplici fattori, tra cui la risposta protezionista adottata dopo la crisi del ’29 e la debolezza della Società delle Nazioni. Per evitare di ripetere gli errori del passato, gli Stati Uniti dovevano promuovere un ordine capace di garantire basi più solide alla pace, attraverso nuove istituzioni sovranazionali e strumenti che favorissero gli scambi economici e la stabilità dei cambi.

Imperniato sull’egemonia di Washington, l’ordine internazionale liberale prese forma già nell’ultima fase della guerra e si tradusse in un’architettura fondata su cinque pilastri: le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio e l’Alleanza Atlantica. Anche se non coinvolse l’intero pianeta, quell’ordine garantì all’Occidente quasi cinquant’anni di crescita, prosperità e pace (pur senza eliminare né la povertà né la guerra).

Già da tempo, però, quell’ordine ha iniziato a sgretolarsi. Dopo il 1989 le sue istituzioni e i suoi principi si estesero all’ex mondo socialista e integrarono nel commercio globale le aree del cosiddetto Terzo mondo. L’assetto emerso negli anni Novanta sembrò avvicinare l’auspicio liberale di un mondo più pacifico perché interdipendente. Gli Stati Uniti assunsero il ruolo di gendarme globale e molti confidarono che la strada verso una sorta di pace perpetua fosse ostacolata solo da pochi «Stati canaglia» da domare militarmente prima di inaugurare l’«ultima guerra».

Quel sogno si infranse all’alba del XXI secolo. Dopo l’11 settembre 2001 divenne chiaro che il pianeta non sarebbe stato più sicuro, e che le nuove tecnologie avrebbero accresciuto la percezione di vulnerabilità e alimentato la spinta a ridurre le libertà individuali. Nel 2008 si dissolse anche la fiducia nei benefici automatici della globalizzazione: la crisi finanziaria mostrò il legame profondo fra capitalismo e democrazia, un tempo ritenuto quasi indissolubile. Come il Titanic, scriveva Vittorio Parsi nel 2018, l’ordine liberale iniziò a navigare in un mare sempre più minaccioso, popolato da nuove potenze emergenti. Ma il rischio maggiore proveniva dall’interno dell’Occidente: «la promessa di una società più ricca di opportunità» era stata «tradita a vantaggio di pochi», e le democrazie apparivano «incapaci di mantenere la propria rotta, strette tra i mentori di un populismo identitario e sovranista e i cantori dell’oligarchia apolide e tecnocratica».

Da allora il declino dell’ordine liberale è proseguito. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca lo ha fatto colare a picco, probabilmente in modo definitivo. Come osserva Alessandro Colombo nel rapporto ISPI 2026, il segno più evidente del tracollo è «la crescente riabilitazione politica, giuridica e persino etica della guerra». Gli ultimi mesi hanno mostrato in Europa l’ampliamento delle operazioni russe in Ucraina e, in Medio Oriente, attacchi di Israele contro cinque paesi (Libano, Siria, Yemen, Iran e Qatar), oltre a Gaza e Cisgiordania – senza incorrere, a differenza della Russia, in sanzioni. Nel giugno 2025 Israele e Stati Uniti hanno aggredito l’Iran sulla base di una nozione di «prevenzione» così estesa da svuotare le restrizioni della Carta ONU. A questa riabilitazione della guerra si sono affiancati l’indebolimento della diplomazia e la delegittimazione delle istituzioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, fino alla stessa erosione delle regole del diritto internazionale, in particolare di quello umanitario.

A colpire più duramente l’ordine liberale non sono stati «Stati canaglia», organizzazioni terroristiche o despoti anti-occidentali, ma gli stessi Stati Uniti, che quell’ordine avevano contribuito a costruire e sostenere. Accelerando un processo avviato da tempo, Donald Trump ha demolito in dodici mesi ciò che restava dell’assetto postbellico: ha messo in discussione alleanze consolidate, violato norme del diritto internazionale, fatto ricorso alla forza armata senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, prelevato un capo di Stato straniero invocando una norma di diritto interno, alterato in patria il principio della divisione dei poteri e utilizzato in modo esasperato i poteri straordinari della Costituzione.

Alla domanda sui limiti che intendeva rispettare nell’uso della forza, Trump ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi». La risposta è sconcertante, ma contiene un fondo di verità: non è la prima volta che gli Stati Uniti violano il diritto internazionale (è accaduto, ad esempio, nella guerra del Kosovo). La novità è l’esplicitazione dell’obiettivo «imperialistico» della conquista di territori e risorse, che il presidente non si cura di celare. Come ha scritto Francis Fukuyama, Trump «ha la moralità di un mafioso» perché vuole «usare il potere americano per acquisire territorio, risorse e prestigio». La «cattura di Maduro» dovrebbe stupirci meno della sua giustificazione: guadagnare «miliardi e miliardi» di dollari estraendo petrolio e vendendolo a beneficio degli Stati Uniti.

John Ikenberry si è chiesto se l'impatto dell’amministrazione Trump sull’ordine internazionale sia paragonabile alla caduta di un meteorite o al passaggio di un tornado. La sua speranza è che si tratti del secondo caso: un uragano capace di distruggere ciò che incontra, ma non tale da impedire un ritorno alla normalità una volta esaurita la sua forza. Dobbiamo augurarci che sia così, anche se questo significa convivere a lungo con il tornado e con le sue conseguenze.

Per Roosevelt, la libertà dalla paura significava «una riduzione mondiale degli armamenti tale che nessuna nazione possa commettere un’aggressione fisica contro un vicino, ovunque nel mondo». Di quella paura non ci siamo mai liberati del tutto. Ma oggi, ottantacinque anni dopo il discorso delle quattro libertà, la paura è tornata protagonista. La volatilità della politica americana è quasi meno rassicurante delle minacce di conquista, ritorsione e violenza che il presidente degli Stati Uniti formula quotidianamente. Le dichiarazioni di amicizia, volubili come le promesse di un amante occasionale, non bastano a rinsaldare una fiducia ormai logorata. Siamo entrati in una nuova stagione dominata dalla paura, dall’incertezza e dall’assenza di riferimenti ideali e normativi. E, per riconquistare una condizione di relativa pace, più che combattere un nemico esterno, sarà necessario combattere contro la paura stessa.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e dell'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri).

Data

27 gennaio 2026

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