recensione | 31 luglio 2026

Il tempo che conta

Il tempo che conta

Condividi su:

 

Sara Settimio

 

In una società sempre più orientata alla rapidità, rallentare e fermarsi a pensare nella quotidianità non è una perdita, ma un esercizio che rende la mente davvero libera di riflettere e di porsi delle domande. È quanto ci insegna Ursula K. Le Guin (1929-2018), una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento, nel libro No Time to Spare (2017), uscito in italiano nel 2026 con il titolo Non c’è tempo da perdere. All’interno della sua ricca produzione letteraria, caratterizzata soprattutto da romanzi fantascientifici, fantasy e utopici, il volume si presenta come un’opera diversa: nasce da una raccolta di quaranta testi pubblicati tra il 2010 e il 2017 sul suo blog, aperto all’età di ottantun anni ispirandosi all’esperienza di José Saramago, che a ottantacinque anni aveva aperto il suo diario in rete, le cui riflessioni sono state successivamente raccolte nel volume The Notebook (2009).

Nei suoi saggi, Le Guin non ha l’obiettivo di ricostruire la sua biografia, gli eventi del passato che hanno segnato la sua vita – le guerre, i lutti e i grandi cambiamenti sociali – rimangono sullo sfondo, senza mai diventare il centro del racconto. Sono piuttosto il punto di partenza per elaborare riflessioni che rivolgono lo sguardo al presente e al futuro. È nell’attenzione alla quotidianità che prendono forma le pagine più incisive del libro, come suggerisce anche il sottotitolo riflessioni su ciò che conta.

Non ordinati in modo cronologico, i suoi saggi coprono un’enorme varietà di argomenti: si passa da riflessioni sulla vecchiaia a quelle sul tempo libero, alla letteratura, fino ad arrivare a temi come ambientalismo, femminismo e capitalismo, raccolti principalmente nella terza sezione del volume “cercare di capirci qualcosa”, in cui le sue osservazioni sembrano parlare all’attuale società statunitense.

Già nel settembre 2011, sei anni prima che gli Stati Uniti annunciassero il primo ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima, Le Guin pone sotto accusa il capitalismo, descritto come un meccanismo che, attraverso una crescita economica fuori controllo, ha reso malato l’ecosistema: “abbiamo alterato l’equilibrio della Terra, degli oceani e dell’atmosfera con conseguenze non fatali per la vita sul pianeta […], ma forse fatali per noi” (p. 169). Parole che, rilette oggi, sono sorprendentemente attuali. Nel marzo 2025, l’Amministrazione Trump, con l’ordine esecutivo Restoring Truth and Sanity to American History, ha imposto la rimozione dai parchi nazionali di decine di cartelli informativi sul cambiamento climatico ritenendo potessero screditare l’immagine del Paese. Nonostante le associazioni ambientaliste abbiano intrapreso una battaglia legale affinché i materiali venissero ripristinati, proprio pochi giorni fa una corte d’appello ha nuovamente sospeso l’ordine, lasciando di fatto carta bianca al governo. Eppure, mentre la politica si ostina a negare la realtà, la crisi climatica si impone: un’ondata di caldo record ha costretto alcune città degli Stati Uniti a cancellare le tradizionali parate organizzate per i festeggiamenti del 4 luglio 2026.

Nell’ottobre 2012, il tema su cui Le Guin si concentra è il linguaggio della politica, a partire da un discorso del presidente Truman del 1947, che invitava i cittadini a privarsi della carne in alcuni giorni della settimana per sostenere l’Europa colpita da una grave carestia. Un tempo, scrive l’autrice, la politica si rivolgeva ai cittadini «capaci di porsi domande difficili e di prendere decisioni»; oggi, invece, parla a «semplici consumatori».

Se Le Guin formulava queste critiche guardando all’era Obama, gli anni successivi hanno esasperato questa deriva. La retorica populista di Trump ha ridotto i cittadini esclusivamente a clienti da soddisfare o investitori, piuttosto che come soggetti chiamati a partecipare responsabilmente alla vita pubblica. Per Le Guin l’impossibilità di chiedere oggi agli individui di sacrificare le gratificazioni immediate per il bene comune equivale a negare il domani, e afferma «sembra che abbiamo rinunciato a una visione a lungo termine. Che abbiamo deciso di non pensare alle conseguenze, alla causa e all’effetto. E si sente in esilio in un paese che «un tempo […] aveva un futuro» (p.177).

Il tema politico, poi, torna in un testo dell’ottobre 2014, ma sotto un’altra angolatura. L’autrice osserva la forza ambivalente della rabbia, che in un primo momento può essere positiva perché «indica con forza la negazione dei diritti», ma, continua l’autrice «l’esercizio dei diritti non può vivere e prosperare sulla rabbia. Vive e prospera sulla ricerca ostinata della giustizia» (p. 205). Tuttavia, avverte Le Guin, quando la rabbia supera la sua utilità diventa ingiusta e pericolosa e finisce per non essere non più uno strumento per stimolare la partecipazione «ma la regressione, l’ossessione, la vendetta e l’ipocrisia». E aggiunge «il razzismo, la misoginia e la contro-razionalità della destra reazionaria nella politica americana degli ultimi anni sono una spaventosa dimostrazione della forza distruttiva della rabbia deliberatamente alimentata dall’odio, incoraggiata a dominare il pensiero, invitata a pervadere il comportamento» (p. 206). Parole scritte due anni prima che Trump annunciasse la sua candidatura e che oggi si legano alla sua retorica che ha normalizzato l’odio come linguaggio politico, pronto a criminalizzare minoranze, oppositori, migranti e le stesse istituzioni democratiche. Si pensi, ad esempio, all’uso sistematico della parola “criminals” per rivolgersi a diversi gruppi o categorie di persone, tra cui gli immigrati irregolari.

Di fronte a una crescente polarizzazione della società contemporanea, le riflessioni di Le Guin si presentano come un atto di resistenza intellettuale. Non forniscono risposte, ma aprono a delle domande. Queste pagine sono un invito a riscoprire il valore della quotidianità. Il tempo acquista importanza quando viene impiegato per osservare il mondo con attenzione e interrogarsi su ciò che conta davvero.

 

Sara Settimio è laureata in Politiche europee e internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore

 

Data

31 luglio 2026

Condividi su:

Newsletter

Iscriviti alla newsletter